philosophy and social criticism

B&B. Becket nel ricordo di Pierre Bordas

Marco Dotti

Benché non si discostino molto dallo stereotipo dello scrittore cartesiano e, al tempo stesso, taciturno e misterioso o dall’immagine “sinistra”, spinta al limite del perturbante, che lo accompagnerà soprattutto nei giorni del suo esilio parigino, le pagine che Pierre Bordas dedicò a Samuel Beckett nel proprio libro di «memorie di servizio», titolato L’édition est une aventure, si mostrano tuttora degne della maggiore considerazione.

Nella primavera del 1947, il trentaquattrenne Bordas – che soltanto due anni prima, con il fratello Henri – aveva dato vita alle edizioni che ancora oggi portano il loro nome, si trovava nella scomoda posizione di primo editore d’Oltralpe disposto a prestare il proprio consenso alla pubblicazione di un’opera dello scrittore di Dublino e nella, forse non più invidiabile, condizione di testimone privilegiato dei suoi apparenti disagi e di una senz’altro bizzarra «maniera di stare al mondo» e, soprattutto, di «trattare la lingua francese».

La cultura e l’esprit de finesse di Bordas non potevano non rilevare – in quell’uomo «alto, magro, con il volto segnato da rughe profonde, la fronte spaziosa e lo sguardo fisso, come se guardasse il vuoto» – un sorta di doppio di Murphy, proprio il protagonista del manoscritto che, poco tempo prima, gli era stato consegnato al vaglio. Come Murphy intratteneva una sottile e al tempo stesso complessa relazione – fatta di connivenze e ricatti – con la prostituta Célia, Beckett, notava Bordas, si presentò al loro primo e unico appuntamento «accompagnato da una ragazza che parlava per lui» preoccupandosi dei suoi affari, mentre lo scrittore, sempre come Murphy, a ogni smorfia, e a ogni pur impercettibile contrazione del viso, sembrava tentare i limiti della condizione umana, senza per questo ambire a spostarli di un solo millimetro.

A Bordas, Beckett aveva presentato il manoscritto di un lavoro, tradotto in francese con l’aiuto dell’amico Alfred Péron (con il quale aveva già lavorato nel 1930, per la “Nrf”, a un’ormai celebre “versione collettiva” dell’Anna Livia Plurabelle di Joyce), che all’editore apparve «strano, a malapena leggibile per un lettore “normale”, ma intriso di un vago senso di angoscia che si imponeva e, dopo un attimo di assestamento, non ci avrebbe mai più lasciato». Un testo, in altri termini, capace di lambire i confini di un misticismo del paradosso, senza per questo discostarsi mai dai dettami, purtroppo aspri, della necessità e della ragione, che veniva preceduto dalla fama di un tutt’altro che improbabile fallimento.

Murphy apparve infine come quinto, e ultimo, volume della collana “les Imaginaires” e, in un certo senso, preluse al suo ingresso a pieno diritto in una dimensione letteraria del tutto estraniante. Se, come ha sottolineato un altro amico di Beckett, James Knowlson, nella sua imponente biografia «autorizzata» Damned to fame, [1]  lo scrittore sperava di guadagnare un certo consenso e di ricavare un certo guadagno, anche Bordas, d’altronde, cercò di “spingere” il volume, sperando, soprattutto, nell’intervento di quello che allora era considerato uno tra i più influenti critici letterari, Robert Kanters. I riscontri furono, nonostante tutto, scoraggianti, e le vendite si limitarono a poche centinaia di copie.

Secondo quando si mormorava nell’ambiente, alcuni mesi prima Murphy era stato severamente bocciato dal più illustre fra i lettori di Gallimard, Raymond Queneau. Già edito da Routledge nel 1938, l’inglese di Murphy parve  a Queneau improbabile, «ostico e impossibile da tradurre». Fu forse questo il principale pretesto “pratico”, ovviamente non l’unico, che indusse Beckett ad avventurarsi lungo il sentiero dell’autotraduzione, spingendolo all’oscillazione dell’entre-deux-langues e, infine, all’abbandono della propria lingua d’origine.

Vicissitudini e dinieghi editoriali, a cui si aggiunsero quello dello stesso Bordas per Mercier et Camier, della De Beauvoir per la seconda parte di Suite, ritenuto parzialmente inadatto per le pagine de “Les Temps modernes”, che preluderanno all’incontro con Jérôme Lindon delle Editions de Minuit che diventerà – e Beckett contribuì non poco a rivitalizzarne le sorti – la sua casa editrice di riferimento, a partire dalla prima “traccia” della Trilogia, il Molloy, pubblicato nel 1951, poco dopo la morte di sua madre. Per Beckett, abbandonare la propria «madre lingua»,  l’altra madre,come ha osservato lo psicoanalista Patrick J. Casement, significava giocarsi tutte le possibilità di sopravvivenza – espressiva e psichica – “au-delà de la mère”, servendosi del francese come «spazio transizionale», altro, rispetto al suo complesso e strutturato rapporto, biografico e creativo, con la madre. Un rapporto a più livelli, suggerisce Casement, che dalla madre reale passava attraverso un’immagine “interiore” fino a quella, completamente reinventata, che la lingua non solo sembrava in grado di veicolare, ma costituiva, destrutturandola e ristrutturandola in continuazione, grazie alle cesure del ritmo e alla diversa articolazione della sintassi. «Troppo ritmo e troppo stile» caratterizzavano l’inglese. Per questa ragione, il francese offri a Beckett lo strumento per una dissezione precisa, neutrale, rispetto al «colore» del suo inglese d’Irlanda, e di una ricomposizione rispetto al fuoco freddo della propria esistenza.

Un percorso circolare che non lo riconduce nel solco materno da cui era partito ma lo riporta, abbandonandolo a tutto ciò che è linguisticamente altro da sé – come invita a concludere Casement – nel luogo «in cui prima non avrebbe mai potuto essere».

Note

[1] James Knowlson, Samuel Beckett. Una vita, a cura di Gabriele Frasca, traduzione di Giancarlo Alfano, Einaudi, Torino 2001.

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