Ohno Kazuo, un ricordo molto personale
giugno 28, 2010 by admin
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Matteo Boscarol
Era forse il 2005 o il 2006 non ricordo bene, quando mi imbattei per puro caso nel butoh, un po’ tardi in verita’ (tardi per cosa poi?) la fama di questa “cosa” che veniva dal Giappone si era ormai diffusa su tutto il pianeta, workshop in Europa, Asia e America avevano gia’ fatto moltiplicare gli appassionati ed i praticanti. La maggior parte delle persone che si interessavano, e ancora si interessano, alla “cosa” vi sono giunte attraverso la danza o certo sperimentalismo teatrale. Potrei dire che vi arrivai partendo dall’amore per Artaud, oppure potrei collegarlo al mio interesse per le orme lasciate da Guattari nel suo passaggio giapponese, ma in entrambi i casi mentirei. Il mio incontro col mondo del butoh avvenne per puro caso, come tutte le altre cose significative successe nella mia vita. Mi trovavo in una scuola di lingue dove lavoravo e come consuetudine era presente sul tavolo degli insegnanti il Japan Times, giornale giapponese di lingua inglese, lo sfogliai come sempre e notai una fotografia in bianco e nero che attiro’ la mia attenzione ( si’ come i bambini). Un essere bianco semi nudo era congelato in una posizione di assoluta grazia ed allo stesso tempo di assoluto dolore ed infinito orrore.
Data la grana grezza del giornale l’ effetto di indiscernibilita’ della figura era magnificato, era come essere davanti ad un abisso, piu’ la guardavo piu’ non mi riusciva di definirla e quindi di riportarla entro i limiti del compreso. Ecco, a distanza di un quinquennio, dopo aver visto performance, incontrato persone, aver discusso, scritto, visto e anche partecipato a workshop, se dovessi dare un resoconto della “cosa” chiamata butoh, userei le stesse parole benche’ pompose ” assoluta grazia, assoluto dolore, infinito orrore”. E allora cosi’ sia. Ohno Kazuo e’ morto dopo aver rincorso durante tutta la sua vita una performance di morte e di oscurita’, ma in stato di grazia.
Hijikata se n`e` andato nel gennaio del 1986, mese freddo come il suo furusato Tohoku, ghiacciato come la rigidita` che il suo corpo aveva assunto negli ultimi mesi di vita, anche se all`interno si stava squagliando, stava “marcendo” cosi` disse lui stesso.
Ohno e` morto nel giugno del 2010, quando il paesaggio nipponico (del Giappone che conta, quello della terra) e` fatto dai risaie inondate di acqua che sono degli infiniti specchi che riflettono il cielo, Ohno stesso specchio di poesia che porto` il cielo in terra e la terra in cielo.
1986 Hijikata. 2010 Ohno. Il butoh delle origini (che brutta parola) non esiste piu`.
Ohno se ne e’ andato a 103 anni dopo una vita vissuta innumerevoli volte, prima soldato durante la Seconda Guerra Mondiale per nove anni in Nuova Guinea ed in Cina, poi insegnante di educazione fisica in una scuola femminile, poi anchora seminudo sul finire dei sessanta a correre per quella pozza che era Shinjuku. Ritiratosi parzialmente nel 69 quando assieme a Chiaki Nagano (A Portrait of Mr. O) si dedico’ alla sperimentazione cinematografica, rinato nel 1977, a 71 anni, quando incontro’ la figura della danzatrice spagnola Antonia Mercé a cui dedico` “La Argentina” . Pasto Nudo negli ottanta e novanta quando oramai una star girava il mondo per elargire la sua grazia e ancora capace di stupire quando ormai paralizzato su una sedia a rotelle danzava solamente con le sue mani. Quando andai per incontrare lui e suo figlio Yoshito a casa loro in una Yokohama collinare e pittoresca, io e la mia amica ci perdemmo per le viuzze della zona, chiedemmo a qualche signora di passaggio ma pochi lo conoscevano per chi era e cosa faceva, ci dissero che li` abitava una famiglia di danzatori molto popolari per i gaijin (gli stranieri), questo per dare un`idea della figura minoritaria che Ohno rappresentava nel suo Giappone. Dopo aver intervistato il figlio andammo ad incontrare il padre, disteso oramai quasi impossibilitato a muoversi, parlava con molta difficolta` ma era disteso in mezzo alla stanza esibito con assoluta naturalezza agli ospiti in tutta la sua decadenza. Mi ricordo che gli dissero che amici dall`Italia erano venuti a trovarlo, lui emise un urlo, si dimeno`, con la mano provo` a toccarmi, mi sfioro` soltanto ma fu un`emozione che compresi solo tempo dopo ormai nel treno sulla via del ritorno.
Nella sua vecchiaia, nel dolore del suo corpo che aveva attraversato il novecento ed i suoi cambiamenti, Ohno era, piu` che mai verso il finire dei suoi giorni, un essere di Grazia, quasi una figura cristica che su di se` volesse portare contemporaneamente la pena e la gioia del creato, questo forse uno dei motivi che, inconsciamente, lo spinse alla conversione cristiana battista, anche se un cristianesimo tutto personale, eretico e piu’ versato ad assonanze con figure mistiche o sante. L’eccesso della religione e del sacro, questo rappresentava Ohno. La volonta’ di portare il cielo in terra. E di danzarlo.

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Interno rosa. Letteratura femminile giapponese
novembre 6, 2009 by admin
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Alessandro G. De Mitri
Per il secondo anno consecutivo il festival ‘Calendidonna’ di Udine, dedicato al mondo femminile, è stato incastrato nella serie di manifestazioni ‘Udine Porta a Oriente’, assieme al ciclo di incontri ‘Vicino/Lontano’ ed al ‘Far East Film Festival’ (che quest’anno festeggia la decima edizione); nel 2007 l’obiettivo era la Cina,
l’anno scorso, sotto il titolo ‘Geisha/no geisha – Giappone III millennio’, la messa a fuoco è stata sulle articolazioni femminili e femministe della cultura del paese del sol levante. Contornato da laboratori di arti nipponiche, dall’ikebana all’origami, dallo shiatsu ai manga, dalla calligrafia al bonsai, dal suiseki agli haiku ed alla cerimonia del tè, oltre che da una serie di mostre (kimono, paraventi, calligrafia, fotografia), da buffet a base di sushi e dall’immancabile festa di chiusura, Calendidonna ha portato nella città friulana film, documentari, performance teatrali e musicali, e soprattutto incontri con alcune scrittrici di spicco, emerse con prepotenza nel mondo letterario giapponese degli ultimi dieci anni: Taguchi Randy, Sakurai Ami, Kanehara Hitomi e Hasegawa Junko, tutte autrici di opere contr overse e di successo, recentemente tradotte in Italia. Con loro la regista Sohara Miyuki, la coreografa Kuroda Ikuyo, e orientalisti di spessore, come Gianluca Coci e Renata Pisu, coordinatori dell’evento, Antonietta Pastore, Paola Scrolavezza, Toni Maraini. La lotta per la conquista dei diritti della donna è stata illustrata dal documentario Beate no okurimono (il dono di Beate), storia della donna occidentale che si è battuta per la parità dei diritti in Giappone, contribuendo alla scrittura dei relativi articoli della Costituzione Giapponese.
Il pezzo forte dell’intera manifestazione è stato rappresentato dagli incontri con le quattro scrittrici invitate, che hanno delineato un quadro ambiguo sull’attuale momento della letterature nipponica, nella sua relazione con lo stato delle relazioni sociali, e sulla possibilità stessa di una letteratura femminile intesa come genere specifico. Le autrici si sono trovate anche di fronte a due ulteriori problemi: quello di affrontare i pregiudizi del pubblico occidentale sulla società giapponese, e quello di analizzare il loro lavoro a partire dai testi pubblicati nel nostro paese, che, pur essendo significativi, risalgono a qualche anno fa, e non sono che parzialmente rappresentativi delle loro tematiche. A differenza della reticenza mostrata dalla regista Miyuki Sohara, però, tutte le scrittrici si sono mostrate aperte al confronto sia nelle due conferenze che negli incontri in libreria, e ne sono uscite alcune considerazioni interessanti. Dalle loro parole traspare una particolare attenzione a non essere facilmente etichettate o fraintese, o ancora considerate meramente come un fenomeno commerciale. Si avvertono gli echi di un dibattito letterario fortemente caratterizzato dalla distinzione tra letteratura alta e libri di consumo – in Giappone si legge moltissimo, e la maggior parte degli scrittori produce a getto continuo saggistica, resoconti di viaggi, collezioni di articoli e trascrizioni di dibattiti, che si alternano all’uscita di romanzi e racconti. Tutte le autrici sono state molto attente nel nominare scrittori che possano averle influenzate, arrivando fino ad affermare di non essere grandi lettrici, e di essere concentrate esclusivamente sul loro lavoro.
Il rispecchiare i caratteri più ‘pop’ del Giappone contemporaneo sembra essere, nelle loro parole, l’unico modo per mantenere il contatto con la realtà giovanile; realtà che a sua volta, dietro le mode e l’effimero, dietro l’attaccamento a modelli proposti da cinema e fumetti, cerca uno spazio (ed un tempo) di esistenza al di fuori della pressione omologatrice delle istituzioni. Il discorso si estende, da una generazione che non chiede tanto di essere capita quanto di non essere banalizzata, all’universo femminile, che ha guadagnato campo nel corso del dopoguerra, ma rimane condizionato da una mentalità confuciana molto più maschilista e tradizionalista di quanto si possa credere (in un paese che al turista appare come New York tra vent’anni), soprattutto nel mondo del lavoro. Ecco quindi che, se l’etichetta di ‘letteratura femminile’ viene ritenuta limitante e generica, la forza motrice delle donne nella scrittura contemporanea rimanda ad un filo rosso che corre lungo tutta la storia letteraria del ’900, da Higuchi Ichiyo ad Enchi Fumiko e Setouchi Harumi, e trova modelli già nell’antichità, non tanto per tematiche o stile, quanto per sottolineare la tradizionale tendenza delle donne alla riflessione su carta come riconoscimento di uno spazio privato (fin troppo semplice risalire a Murasaki Shikibu e Sei Shonagon, ed alla raffinata diaristica del periodo Heian, intorno all’anno mille). Ed è nei riferimenti scherzosi di Hasegawa Junko ad una donna che rifiuta la parità nel mondo del lavoro proprio perché non è interessata a giocare il gioco maschile dell’esclusione, del bullismo scolastico, dell’inferno degli esami, che ritroviamo la ricerca di uno spazio anche ludico, dove poter, semplicemente, respirare, vivere un ritmo diverso. Le parole chiave, le mete da raggiungere, a fronte di una società ossessionata dai rapporti formali, sono comunicazione (‘communication’) e identificazione (‘identity’); la violenza e la sessualità da un lato vengono descritte come un tentativo estremo di recuperare un senso del proprio corpo e della propria esistenza individuale, dall’altro, usate per cercare un contatto con le giovani generazioni o per aprire gli occhi ai benpensanti sul lato oscuro della società giapponese, sembrano esaurirsi in una rappresentazione sempre azzerabile e rinnovabile, come un video-game o, appunto, un manga, una forma di esorcismo moderno che, in senso ampio, non è del tutto fuori fuoco definire cyber-punk. La scrittura, quindi, corre sul filo che divide l’esercizio privato dalla rappresentazione dei tempi attuali, il realismo dalla finzione. L’identificazione può essere quella con l’immagine ritrovata di sé stessa tramite l’atto creativo, come in Kanehara, che sembra considerare il riconoscimento di un terreno comune da parte delle ragazze che leggono i suoi libri come una conseguenza e non come un fine, o quella spiccatamente mediata e ‘sociologica’ di Sakurai, la dimensione femminile può essere ludica, come in Hasegawa, oscura e morbosa (ancora Sakurai e Kanehara), o carica di energia sciamanica, come in Taguchi; sembra, semplicemente, che le ragazze abbiano una marcia in più.
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Letteratura giapponese in Italia 2008
febbraio 17, 2009 by Marco
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Alessandro G. De Mitri
Matteo Boscarol

Diciannove sono stati i libri di letteratura giapponese tradotti in Italia nel 2008. Ce n’è per tutti i gusti: testi medievali, romanzi e racconti, opere di scrittori moderni e contemporanei classici, minori ed emergenti, successi commerciali e pezzi di valore letterario. Troppi? Pochi? Una domanda alla quale non è immediato dare risposta: occorrerebbe bilanciare la vastità della produzione nipponica con la crisi del settore qui da noi, la popolarità del Giappone presso il pubblico italiano, in particolare quello giovanile, con la difficoltà oggettiva di lanciare sul mercato una discreta quantità di scritti ambientati in una società ancora poco familiare, dopo tutto, al lettore medio. Potemmo pilatescamente cavarcela concludendo che diciannove rappresentino una sparuta avanguardia ed allo stesso tempo un numero rispettabile. Anche le strategie culturali di vendita sono le più disparate: passiamo da case importanti e di medio livello che propongono a colpo sicuro lo scrittore già noto, possibilmente in odor di Nobel, o cercano il botto con autori che sono stati best-seller in patria, a case specializzate in generi, quando non specificamente in letterature orientali, che si rivolgono ad un pubblico di nicchia.
L’anno si è aperto con il saggio Note su Hiroscima, del Premio Nobel 1994 Ōe Kenzaburō, curato da Gianluca Coci per l’intraprendente Alet di Padova, agli inizi di gennaio (stampato in dicembre, pp. 224, € 15). Si tratta di una raccolta di articoli giornalistici che danno un quadro del movimento anti-nucleare giapponese alla metà degli anni ‘60, alternando testimonianze dei sopravvissuti alla prima esplosione atomica, riflessioni dell’autore, ed un’analisi precisa delle fratture politiche tra le varie organizzazioni, emerse durante le conferenze e le commemorazioni del biennio 1963-1964. Ōe, influenzato dalla cultura francese e sempre molto attento ai temi della libertà e dei diritti umani, ci consegna un libro di grande dignità morale, ma strettamente ancorato al suo tempo ed alla specificità anche storica delle tematiche in gioco, di notevole interesse pur se inevitabilmente datato (risale al 1965).
Sempre in gennaio, lo stesso Coci cura, per la sezione di originali della BUR Rizzoli, Sayonara, gangsters di Takahashi Gen’ichirō (pp. 384, € 10,50). Il romanzo, uscito nel 1987, è l’esordio di uno scrittore originalissimo che fonde un certo tipo di avanguardia meta-letteraria tipico degli anni ‘60, rispetto alla quale si pone come tardo epigono, con un immaginario surreale strettamente imparentato con la cultura pop del Giappone attuale, che proprio in quegli anni inizia ad ottenere successo commerciale e riconoscimenti con lavori molto più carezzevoli e meno estremi rispetto a Takahashi. Un grande calderone dalla una trama completamente destrutturata che mescola fantascienza, citazioni poetiche, ironia, icone dell’immaginario contemporaneo, e che in ultima analisi testimonia, sia nello stile che nel messaggio, una volontà di libertà dal conformismo del mondo d’oggi e dalle sue regole che, però, sembra venire perseguita giocando con il suo stesso linguaggio più che tramite un’aperta ribellione; sempre ammesso che non si consideri ribellione questa autentica insurrezione delle parole. I termini logorati che possiamo usare per descrivere questo romanzo sono ben noti: post-modernità, meta-linguistica, manga (eccola qui, la parolina magica, l’inevitabile chiave di peluche per aprire le porte rosa del Giappone contemporaneo)… vent’anni dopo, un libro alieno, seminale e, in più punti, divertentissimo.
Agli inizi di febbraio, in ritardo rispetto al suo copyright datato 2007, la piccola GoBook, specializzata in letteratura giapponese e saggistica, ha licenziato Il romanticismo e l’effimero di Mori Ōgai, uno dei grandi scrittori che, a cavallo tra ottocento e novecento, in un periodo di grandi mutamenti sociali e culturali, tentò una sintesi tra nuove tendenze delle letterature occidentali e sensibilità tradizionale. Medico militare e appassionato cultore della cultura tedesca, Mori tentò per tutta la vita di conciliare un’aspirazione alla libertà individuale di stampo romantico ed un senso dl dovere confuciano, innervando i suoi romanzi psicologici con uno stile sobrio e classicista, conservando un totale controllo della forma. I tre racconti che costituiscono l’opera, scritti tra il 1890 ed il 1891, dopo il suo soggiorno in terra germanica, e ricchi di riferimenti autobiografici, evidenziano il contrasto non ancora pacificato tra i due poli sopracitati della libertà e del dovere, narrando di tragiche storie d’amore, vissute o udite raccontare, o di schermaglie galanti, con protagonisti giovani giapponesi alle prese con il grand tour europeo. Cura Matilde Mastrangelo, specialista dell’opera di Mori (pp. 116, € 12).
Ancora in febbraio, Mondadori pubblica No geisha (pp. 248, € 8,40), un’antologia di otto narratrici giapponesi contemporanee originariamente curata in inglese da K. Laine per la Kōdansha International nel 2006; saggiamente, i testi vengono ri-tradotti dal giapponese dal solito Coci con l’ausilio di un team di collaboratori (Laura Stanislao, Alessandro Clementi degli Albizzi, Bruno Forzan). Otto modi di essere donna nel Giappone di oggi, recita il sottotitolo; e tra alienazione, solitudine, sessualità, nausea e divertimento, esattamente di questo parlano le autrici scelte, a testimoniare la vitalità della narrativa femminile nipponica che, senza pretendere di rispondere ai canoni di un genere definito, rappresenta una corrente che sorpassa, sia sul piano della denuncia sociale che su quello del piacere della scrittura, la letteratura alta, ormai ingessata, facendo un uso intelligente delle tendenze pop, già fin troppo sottolineate, della società odierna. Tra le autrici, la dura e controversa Uchida Shungiku, il transessuale Fujino Chiya, un’altra autrice di grande successo anche per la sua visione cruda e diretta della sessualità come Yamada Eimi, la veterana Takagi Nobuko, esperta nel portare alla luce il lato oscuro della natura umana, Hasegawa Junko, che proviene dal giornalismo leggero, e le meno note da noi Daidō Tamaki, Shimamoto Rio e Muroi Yuzuki.
Terza uscita di febbraio, La formula del professore, scritto nel 2003 da Ogawa Yōko, tradotto da Mimma De Petra per Il Saggiatore (pp. 208, € 15). Ogawa, classe 1962, si potrebbe sommariamente (molto sommariamente) definire come il contraltare dark di Yoshimoto Banana: le sue storie di adolescenti e giovani sul limitare dell’età adulta mettono in evidenza pulsioni oscure e marginalità spesso maniacali, sotto la superficie di un’integrazione sociale immancabilmente messa in discussione, se non rifiutata tout court, all’interno di crepe abissali che si aprono nella personalità e nella maschera delle sue eroine. Qui, però, ci troviamo di fronte ad una trama convenzionale e sentimentale, basata sull’amicizia tra un professore di matematica condannato da un incidente a dimenticare durante il sonno tutte le persone che conosce e costretto a ricominciare la sua vita ogni mattina con l’ausilio di un diario, ed il figlio della sua infermiera, che introdurrà ai segreti e ai piaceri dei numeri. Il libro si lascia comunque leggere per merito della scrittura leggera, in punta di penna, dell’autrice.
La prima grande uscita di marzo, annunciata già l’anno precedente, è Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki, tradotto da Giorgio Amitrano per Einaudi (pp. [4] 524, € 20). Murakami, notissimo in tutto il mondo, è lo scrittore più americaneggiante del panorama giapponese contemporaneo. Apparentato superficialmente al romanzo commerciale anni ‘80, disimpegnato, individualista e privo di spessore sociale, in stile manga, la cui autrice simbolo è una famosa narratrice dal nome fruttifero, Murakami nutre la sua scrittura di un diverso tipo di immaginario pop, fatto di miti americani, di rock e jazz, e di una tendenza all’individualismo, ereditati dalla sua formazione culturale tra la fine dei sessanta ed i primi settanta. Il suo stile, al crocevia tra Kafka, minimalismo, deviazioni nel surreale e cultura popolare, testimonia dello spaesamento di personaggi che scelgono di rimanere ai margini della struttura sociale nipponica, e si colora nel corso degli anni di una vena critica e di un pessimismo sempre più accentuato. Kafka, del 2003, è uno dei suoi romanzi complessi, con più trame che si incastrano e sottosensi non sempre immediati; narra del viaggio iniziatico di un ragazzino guidato da una voce interiore alla ricerca di sé stesso attraverso il Giappone, a scoprire la sessualità e la possibilità di diventare adulto liberandosi da un padre artista e folle, incontrando figure femminili che sostituiscono la madre e la sorella. Parallelamente scorrono le vicende di un vecchio, il cui sviluppo mentale si è arrestato a causa di una misteriosa esplosione durante la guerra, e dei gatti dei quali riesce a capire la lingua. Un libro recensito molto bene all’estero, nel quale però la materia tende a sfuggire all’autore: chi ha letto l’eccellente L’uccello che girava le viti del mondo può riconoscere dei segni di fatica in questo pur valido romanzo.
Altra uscita importante, sempre in marzo, curata ancora dall’onnipresente Coci per Neri Pozza, è Grotesque di Kirino Natsuo, uscito in patria nel 2003 (pp. 928, € 22). Kirino è una delle più importanti scrittrici contemporanee, in grado di unire successo di vendite a riconoscimenti di critica. Nei suoi libri, thriller psicologici cupi e violenti, l’autrice spesso denuncia la condizione femminile del Giappone contemporaneo, dove la rigidità della struttura sociale ed un residuo di maschilismo confuciano spesso comprimono la donna in una maschera sociale pronta ad esplodere di fronte a situazioni estreme. È il caso anche di questo romanzo gelido e torrenziale, che tratteggia in modo spietato la personalità di due donne che, schiacciate durante l’adolescenza, per motivi opposti (la bellezza in un caso, il desiderio di primeggiare nell’altro), dal sistema scolastico, scelgono di opporsi alle convenzioni diventando dei mostri sociali, prostitute destinate ad essere uccise, e paradossalmente liberate, da un malavitoso cinese, anch’egli vittima crudele più che colpevole. La loro vita viene ricostruita dalla personalità distorta e deformata della sorella di una delle due, che filtra attraverso le sue ossessioni maniacali i diari ricevuti, in una sorta di delirio allucinato che, davvero, lascia poche speranze.
In aprile è di nuovo la piccola GoBook a pubblicare un testo medievale già tagliato da Marsilio. Si tratta di Sogno di una notte di primavera, attribuito alla nobile Sugawara no Takanoue no Musume, curato da Andrea Maurizi (pp. 296, € 15). Monogatari (forma di narrazione ad ampio respiro paragonabile al romanzo) della seconda parte del raffinato periodo Heian, la prima epoca classica della cultura giapponese, risalente all’XI secolo, La storia del consigliere di mezzo di Hamamatsu (questa la traduzione letterale del titolo originale) era andato quasi perduto, ed è quindi meno noto di altri testi del periodo. La sua complicata vicenda di reincarnazioni e sogni premonitori, che segue un nobile di corte prima in Cina, poi al ritorno in patria, alle prese con amori sofferti e meditazioni sulla fugacità della vita, riflette il senso di insicurezza caratteristico della fine del periodo, alla vigilia di una lunga fase di drammatici mutamenti e guerre civili, e mostra un notevole influsso delle dottrine buddhiste. È anche conosciuto per aver ispirato la struttura dell’ultima tetralogia di Mishima.
A maggio Ornella Civardi, già curatrice di altre opere dello stesso scrittore, traduce, per la malconcia SE, La bellezza sfiorisce presto, raccolta di tre racconti del classico Kawabata Yasunari, Nobel nel 1968 ed uno dei grandi della letteratura del novecento. Kawabata riesce a fondere, in racconti e romanzi brevi scritti con un tocco lieve ereditato dalla tradizione, un’indagine psicologica di tipo occidentale con l’estetica della caducità delle cose tipica della scrittura giapponese, presentando tranci di vita quotidiana senza inizio e senza fine, dove le descrizioni della natura rivelano indirettamente emozioni ed ambiguità dei protagonisti. I racconti, due risalenti al periodo tra gli anni venti ed i trenta, uno del 1970, di poco precedente al suo suicidio, si focalizzano sull’irresistibile attrazione che lo scrittore prova verso la morte, sul desiderio, sulla fuga della bellezza in territori non raggiungibili, sul senso della perdita. Lavori minori, forse, ma che riassumono i temi tipici del grande vecchio (pp. 154, € 17,50).
Alla fine di maggio la ridimensionata collana di letteratura giapponese della Marsilio si arricchisce di un altro testo medievale, il Diario Izumi Shikibu, attribuito alla poetessa e dama di corte Izumi Shikibu, carattere forte e spirito libero, vissuta a cavallo tra il X e l’XI secolo, a cura di Carolina Negri (pp. 124, € 12). Anche questo è un testo classico, appartenente ad un altro genere fondamentale della letteratura Heian, la diaristica femminile (nikki). La narrazione della relazione amorosa con un principe imperiale, scandalosa anche per l’epoca, è vivificata da una notevole capacità di introspezione psicologica e dal ritratto di una personalità al contempo forte e malinconica, che rende il testo quasi attuale.
Prima dell’estate, a giugno, Mondadori pubblica un romanzo minore di Mishima Yukio, Abito da sera, tradotto da Virginia Sica (pp. XVIII-224, € 9,80), e rimasto fuori all’ultimo momento dai due Meridiani dedicati all’autore. Mishima, scrittore estetizzante ed ambizioso, dalla grande capacità di descrizione psicologica ad un livello quasi crudele, affascinato dal culto dell’energia fino al nichilismo, contemplatore del vuoto del mondo contemporaneo fino al disperato e patologico tentativo di riempirlo con l’azione fisica, in un tentativo fuori tempo di far coincidere l’opera d’arte e la vita, è stato autore complesso e personaggio scomodo per la deriva militaresca, i contatti con gli ambienti della destra tradizionalista e vicina ai centri del potere, ed il suicidio spettacolare. Assieme alle opere di alto livello (romanzi, saggistica, teatro), Mishima, lavoratore infaticabile, ha prodotto tutta una serie di romanzi leggeri per riviste femminili, che danno dimostrazione della sua versatilità, contengono spesso velate ma spietate critiche alla società borghese, e mostrano un lato rilassato ed ironico dello scrittore. Abito da sera, del 1967, è uno di questi, una storia d’amore tra membri dell’alta società in colori talmente pastello da sembrare fasulli, complicata da ombre spazzate via dal lieto fine più zuccheroso che si possa immaginare. Non è certamente un libro memorabile, ma ha i suoi punti di interesse.
Contemporaneamente ci arriva l’immancabile (ed implacabile) Yoshimoto Banana, Chie-Chan ed io, apparso in patria nel 2007, tradotto da Amitrano per Feltrinelli (pp. 144, € 10). La scrittura leggera che ha reso famosa Yoshimoto, capace di parlare con leggerezza di temi come morte, amore e solitudine, all’interno di storie giovanilistiche che sembrano sceneggiature di manga, è presto diventata un cliché; fallimentare nel romanzo lungo, ancora talvolta gradevole nei racconti, l’autrice è soporifera nel proporre ogni anno romanzi brevi sempre uguali, buoni ormai solo per il pubblico straniero. Questa flebile storia di amicizia tra due ragazze diverse tra di loro e legate da un segreto familiare non dispiacerà agli appassionati del genere, e non dirà assolutamente nulla a chi l’affronta per la prima volta.
lla fine del mese Excelsior 1881 pubblica Totto-Chan, La bambina alla finestra di Kuroyanagi Tetsuko, illustrato da Iwasaki Chihiro e tradotto dall’inglese da Simona Brogli e Lorena Canepa (dalla versione di Dorothy Britten per Kōdansha International), enorme successo in Giappone nel 1981 (pp. 264, € 16,50). È un libriccino senza pretese e, nei suoi limiti, gradevole, nel quale l’autrice, famosa attrice e presentatrice televisiva, narra la storia autobiografica della scuola elementare, all’avanguardia dal punto di vista didattico, da lei frequentata nel periodo immediatamente precedente alla follia della guerra del Pacifico; il libro rende anche omaggio al preside e fondatore della scuola ed ai suoi metodi personalizzati. Un’operina zuccherosa ma, a modo suo, sentita, per la gente a cui piace questo tipo di storie. Anche qui il ritardo nei confronti dell’uscita originale è pesante.
Ancora a giugno la CS Libri di Torino pubblica il quinto numero della monografia Alia Sol Levante – L’arcipelago del fantastico, curato con dedizione da Massimo Soumaré (pp. XXX-190 + 5 tavole, € 14). Si tratta di un progetto editoriale, inizialmente dedito alla narrativa fantastica e fantascientifica di lingua inglese, giapponese ed italiana, che da due anni esce con tre volumi separati,dedicati alle tre aree linguistiche. Il fantastico giapponese è un territorio mutevole ed inesplorato, dove, come spesso accade nella letteratura di genere, è possibile trovare tracce precise del malessere del Giappone contemporaneo. Critica sociale, dunque, incubi personali, proiezioni futuribili che coesistono con leggende popolari, l’incubo di un futuro tecnologico che schiacci qualunque individualità, toccanti storie d’amore intergalattiche, dee della bellezza dalle mani sporche di sangue, numi tutelari malevoli, spettri, deliri personali, morti solitarie, alieni da fumetto, popolano gli undici racconti firmati da scrittori tra i quali spiccano il grande Tsutsui Yasutaka (suo il pezzo migliore e più datato, che risale al ‘67), l’autrice di fantasy Kurimoto Kaoru, la veterana Minagawa Hiroko, il solido Kobayashi Yasumi e l’emergente Hayami Jūji. Gli altri sono Hikawa Reiko, Kitano Yūsaku, Makino Osamu, Shibata Yoshiki,Tanaka Hirofumi, Yamada Masaki. Tra gli illustratori, Suemi Jun, ABe Yoshitoshi, Fujiwara Yūri, Kanai Ryō, Terada Tōru, Ueda Ake.
All’inizio dell’estate, in luglio, Fazi pubblica, ancora con la cura di Coci, Mosaico, capitolo finale della prima trilogia di Taguchi Randy, risalente al 2003 (pp. 384, € 18). Taguchi, superati i traumi adolescenziali dovuti ad una famiglia disturbata, inizia a scrivere sul web verso i trent’anni, diventando subito popolare, ed esordisce agli inizi del millennio con una trilogia di grande successo. Giocando con abilità tra gli spazi concessi dai più recenti stili di scrittura influenzata dalle nuove forme di comunicazione, e l’ormai noto sfondo pop-manga della cultura giapponese post-moderna (davvero, spiace ripetere simili banalità, ma è di questo che parliamo), la scrittrice propone una singolare fusione tra sciamanesimo e tecnologia, riscoprendo la centralità femminile e spesso utilizzando la sessualità per un risveglio spirituale che porti i suoi personaggi a rientrare in contatto con il nucleo più intimo della propria personalità; liberazione del sé, dunque, senza rinunciare ai vantaggi della società tecnologica ma cercando di sfuggire ai suoi ritmi. Detto questo, la scrittura di Taguchi, pur fluida e dinamica, è meno interessante di quanto i suoi presupposti possano far intuire, e spesso, nella sua essenzialità, sembra la sceneggiatura di un film, come se mancasse al racconto una controparte visiva (beninteso, potrebbe anche essere un pregio). Così va anche in questo libro, dove una ragazza dedita al recupero dei disturbati mentali (una specie di cacciatrice di taglie per autistici) viene trascinata da un ragazzino ipersensibile in una realtà parallela, nascosta dietro le luci della città dei consumi, e custodita da una setta telematica. Qui,oltre ad adempiere alla sua missione, riuscirà a pacificare il lato oscuro della sua personalità.
A novembre, dopo un rinvio di più di un anno, Fanucci pubblica finalmente il primo successo, risalente al 1992, della scrittrice di best-seller Miyabe Miyuki, Il passato di Shoko (pp. 384, € 17), tradotto da Vanessa Zuccoli. Miyabe, classe 1960, gravita nella stessa area di Kirino Natsuo (rispetto alla quale è di dieci anni più giovane): quella di una scrittura commerciale ma anche di qualità, che unisce vendite a premi letterari, e che, giostrando tra vari generi, con preferenza per il giallo ed il mystey, riesce a dare un quadro spietato della pressione sociale e della condizione della donna in Giappone. In questo romanzo, la ricerca, da parte di un vecchio poliziotto coinvolto nel caso, di una donna scomparsa, e la scoperta dell’intrecciarsi della vita di lei con quella di un’altra donna che ne ha assunto l’identità, porta alla rivelazione di uno strappo nella quotidianità della vita familiare, un inframondo di esseri umani in fuga perenne e drammatica. Miyabe sa indubbiamente tenere i fili della trama, e il libro è di piacevole lettura fino al finale sospeso, dove molte domande non riceveranno risposa definitiva.
Sempre a novembre, la meritoria casa editrice sarda Il Maestrale pubblica La punizione del maiale, raccolta di due racconti dello scrittore di Okinawa Matayoshi Eiki, risalenti rispettivamente al 1995 ed al 1981, tradotti da Luca Capponcelli e Costantino Pes (pp. 224, € 15). Sono due racconti ambientati nell’arcipelago d’origine dell’autore, che ne rispecchiano la cultura isolana e diversa da quella della nazione madre: il primo ci pone di fronte al viaggio iniziatico di tre donne che lavorano in un bar, ognuna con il proprio passato da scontare, e di uno studente alle prese con le proprie radici, per compiere un rito sciamanico, e si mantiene in equilibrio tra ironia e rispetto per i personaggi che esorcizzeranno i propri demoni personali per guardare con occhio rinnovato al futuro; l’altro racconta dell’amore tra una ragazza meticcia ed un militare americano sullo sfondo della guerra del Viet-Nam, testimoniando la particolare situazione del piccolo arcipelago, affollato da basi militari che costringono indigeni e yankee ad una difficile convivenza.
Ad ottobre, con il contributo del Centro di documentazione «Semi sotto la neve» di Pisa e la traduzione di Manuela Suriani, DeriveApprodi dà alle stampe Ichigo Ichie – Ogni incontro è irripetibile, romanzo-testamento, scritto nel 2006, di Oda Makoto (pp. 368, € 17). Oda è stato scrittore e giornalista impegnato politicamente a sinistra, forte oppositore negli anni sessanta e settanta della guerra nel Viet-Nam e della politica imperialista americana. Questo romanzo, a tratti toccante e a tratti didascalico nella sua costruzione un po’ faticosa, ripresenta i temi portanti dell’attività intellettuale dell’autore, narrando il viaggio attraverso la memoria della figlia di un professore giapponese, impegnato all’epoca nel movimento per la copertura dei disertori statunitensi, e di quella della sua fidanzata americana, che ripercorrono il percorso esistenziale e politico dei loro genitori tramite la lettura dei diari ritrovati, giungendo infine nel nuovo Viet-Nam per trovare una riconciliazione definitiva tra popoli e generazioni.
Per chiudere, in novembre esce, sempre per Einaudi, un altro libro di Murakami Haruki, After dark, tradotto da Antonietta Pastore (pp. [4] 180, € 18). Si tratta dell’ultimo romanzo, a tutt’oggi, dello scrittore, risalente al 2004; una delle opere leggere, dalla trama più lineare, che Murakami alterna a lavori più ponderosi come Kafka o L’uccello giraviti. Abbastanza criticato in patria ed all’estero, After dark dà effettivamente l’impressione che lo scrittore abbia esaurito la parte più vitale della sua creatività, ma non è un brutto libro in senso assoluto, anche se è fin troppo tipicamente in stile Murakami. In una Tokyo notturna, dove il tempo scorre a ritmi relativi, si intrecciano le vicende umane di una studentessa inquieta e di un giovane musicista jazz, che si incontrano per caso in un locale. Intorno a loro ruotano alcuni outsider: una prostituta cinese picchiata, la proprietaria di un albergo con un passato alle spalle. C’è anche posto per la vicenda della sorella della protagonista, che rifiuta il mondo rimanendo in uno stato di sonno permanente e rischia di venire risucchiata in un’altra dimensione, una sorta di abisso della coscienza. Lo scrittore gestisce con mestiere la dilatazione spazio-temporale e ci conduce, alfine, a rivedere il sole, sconfiggendo i demoni notturni. Per chi non avesse letto nulla delle opere precedenti, potrebbe anche non essere male.
Note
Seguendo l’uso giapponese, nel testo i cognomi precedono sempre i nomi.




