Omaggio a Hamsun
settembre 28, 2009 by admin
Filed under Autori T YSM, Hamsun, Interferenze, Rubriche, Thomas Mann
Thomas Mann
Sono molto imbarazzato mentre mi appresto a festeggiare Hamsun. Le sue prime opere poetiche, sbocciate verso la fine del secolo, hanno fatto parte delle più fervide esperienze letterarie della mia gioventù: il punto culminante della sua opera, I frutti della terra, fu anche per me l’evento sconvolgente che questo splendido libro ha rappresentato a quel tempo per tanti cuori tedeschi tormentati dalla guerra. Come rendere giustizia a ciò che mi ha legato per tutta la vita alla sua opera, a quella simpatia, quel rapimento, quel conforto e quell’incoraggiamento che essa mi ha sempre dato lungo l’intero arco di una generazione, con parole che, al di là dell’ambito personale, dovrebbero tendere più in alto, verso un esame elogiativo della sua importanza per il romanzo europeo? Sarebbe impresa adatta ad un ricercatore, e la solennità di questo giorno non è il momento adatto. Pertanto, quel che voglio dire oggi è destinato in anticipo ad essere insufficiente e impacciato e sono davvero felicissimo di avere un giorno colto al volo, con la prontezza di un giornalista, l’occasione – è stato all’uscita di Donne alla fontana – per confessare rapidamente sino a che punto apprezzassi la grandezza delicatamente sfumata di Hamsun; egli lo ha sicuramente saputo, dal momento che il suo biografo tedesco Walter A. Berendsohn cita le mie righe nel suo libro. «Lo ho sempre amato, sin dalla mia gioventù. Mi sono accorto di buon’ora che né Nietzsche, né Dostoevskij, dopo la morte, avevano lasciato nei loro paesi un discepolo di questa levatura. Gli incanti incomparabili dei suoi mezzi artistici mi ammaliavano già quando avevo diciannove anni e non dimenticherò mai quello che hanno significato allora per la mia ricettività di giovanotto Fame, Misteri, Pan, Victoria, le sue novelle e il diario dei suoi viaggi. La gloria mondiale che è ricaduta sul suo nome con l’attribuzione dei premio Nobel mi ha riempito di una soddisfazione veramente personale; trovavo che mai esso fosse capitato ad un poeta più degno di averlo». E tentai di cogliere l’umorismo amorale, pieno di una vita sfrenata, di Hamsun, la sua padronanza del comico che ha trovato nuove conferme dal giorno in cui scrisse Fame. È, dicevo, uno di quegli autori la cui lettura fa nascere un riso solitario, scaturito dalle profondità – un fenomeno inquietante, se lo si considera da vicino. Nella mia critica, mi sforzavo di definire tutti gli elementi di fascino, le astuzie tecniche, le intensità poetiche e gli sconvolgimenti intimi che costituiscono il segreto dell’incanto infinitamente amabile di questa arte – di un’arte che mescola la più grande raffinatezza con la semplicità dell’epopea originaria e che, incivilita sino all’estremo, conserva nondimeno una tradizione culturale etnica, i più antichi elementi della poesia popolare nordica, lo spirito dei canti della Saga.
È questa mescola costitutiva della sua personalità spirituale e artistica che andrebbe senz’altro analizzata prima d’ogni altra cosa se si scrivesse uno studio serio su Hamsun. Berendsohn racconta il seguente aneddoto: un giorno il poeta ricevette una lettera da un austriaco; quest’uomo aveva letto il colossale libro contadino I frutti della terra; era, diceva, nevrastenico e chiedeva se non potesse venire a vivere a casa degli Hamsun. Il poeta gli rispose che un nevrastenico in casa era sufficiente. Il poeta de I frutti della terra nevrastenico! Sicuramente il malinconico austriaco rimase sconcertato e sbalordito. Il fatto è che, per chi non ha che approssimative esperienze della salute o della malattia, vi è qualcosa di sconvolgente nel fenomeno di raffinamento sano e di salute raffinata che Hamsun dipinge in un modo incantatorio, nel disaccordo organicamente riconciliato fra la tenica più fin de siècle, squisita ed astuta, e il conservatorismo contadino delle sue opinioni, fra la modernità e l’internazionalità democratiche, il progressismo assai evoluto della sua arte e l’aristocraticismo del suo attaccamento alla gleba e alla natura, da cui sono venuti tutti i colpi di maglio e le manifestazioni volontarie contro la società, la politica, la letteratura, la democrazia e l’umanità che egli ha assestato al mondo; insomma, egli è la gemma prodigiosa, e forse l’ultima, di quell’individualismo nordico che non porta esattamente nel proprio cuore la frase di Schiller secondo cui «l’uomo non ha che troppo bisogno per arrivare ad uno scopo elevato». L’elemento sociale manca alla sua spiritualità – ed è il motivo per cui egli non può svolgere un ruolo di «guida» ai giorni nostri, quando anche i recalcitranti sono abituati a vedere nell’ambito politico e sociale l’elemento predominante della loro epoca. Se la guerra, durante la quale (non dimentichiamocelo mai!) Hamsun era a fianco della Germania; se la guerra, dico, non è stata una semplice idiozia, se ha avuto un qualche senso, è quello di un’azione generale dell’Europa, purtroppo necessaria, volta a condurla ad un nuovo stadio della sua formazione sociale. Ne risulterebbe una situazione spirituale in cui l’individualismo nordico e gli attacchi sfrenati contro la società non sarebbero davvero chiamati a prendere le redini. Tanto peggio! Noi, che consideriamo l’amore di questo grande poeta come un superamento dei contrasti spirituali, una liberazione che ci permette di contemplare la vita, non abbiamo niente da perdonargli; ma quando la reazione politica lo loda e se ne serve come di una propria carta, stia in guardia! Essa gli perdona la sua arte per far sfoggio delle sue opinioni. E adesso una parola su quel che c’è stato fra noi due; ho puntualizzato le cose in privato, ma desidero farlo anche pubblicamente in questa bella occasione. Il professor Berendsohn, che ho citato più volte, un uomo che ha acquisito grandi meriti per quanto concerne l’apprezzamento di Hamsun, aveva, in uno studio su di lui, espresso un rilievo critico o biografico o avanzato l’ipotesi che ad un certo momento della sua evoluzione letteraria il poeta norvegese fosse stato impressionato o influenzato da uno scrittore tedesco contemporaneo, cioè da me. Hamsun gli replicò immediatamente; sfortunatamente, credo in occasione di un’intervista, questa opinione riapparve sulla stampa e Hamsun allora perse le staffe. Scrisse per un giornale del suo paese un articolo fulminante che comparve in seguito sulla stampa mondiale, in cui trattava molto male il professore dal fiuto eccessivo, che non era stato animato da alcuna intenzione malevola; non ammetteva, diceva, un’ipotesi che metteva la sua originalità in discussione in un modo così falso; tutto quel che conosceva di me, erano I Buddenbrook e, ignorando completamente le lingue straniere, aveva letto quel libro solo di recente, in una traduzione norvegese; di conseguenza, non aveva avuto né il tempo né l’occasione di prendere lezioni da me, e consigliava allo storico della letteratura tedesca di non lasciare la briglia per la terza volta alla sua ambizione nazionale con un’affermazione di tal genere. Questi sono all’incirca i termini della bellicosa dichiarazione, che ha fatto sensazione. lo stesso ho avuto notizia dell’incidente solo molto tardi, soltanto qualche settimana fa, e la cosa mi è giunta assai sgradita. Dovevo credere forse che quest’uomo, che rispettavo, potesse aver trasferito su di me, innocente, una parte della sua irritazione, e che potesse addirittura sospettare che il mio compatriota Berendsohn ed io fossimo conniventi nel diffondere quella voce scandalistica? D’altro canto, mi accorgevo nettamente dell’ingenuità di quella venerabile indignazione, che non aveva rapporto con la manifesta assurdità della supposizione avanzata: Hamsun ha quindici anni più di me; quando la sua gloria penetrò da noi io ero nelI’età più ricettiva, nell’età del dono totale, quando si è disposti ad amare, ammirare e imparare; la sua magnifica arte – che naturalmente, dal suo canto, ha anch’essa subito delle particolari influenze, come avviene a qualunque scrittore, e non sarebbe diventata proprietà europea se non avesse saputo trarre il suo nutrimento dall’Est e dall’Ovest -, la sua arte divenne un elemento importante della mia cultura, mi aiutò soprattutto a precisare la mia idea dell’espressione poetica, e in fin dei conti si fa un torto alla mia biografia quando si rovesciano di senso dei fatti spirituali significativi, come è accaduto con questo irritante errore del biografo di Hamsun. Tramite il suo editore tedesco, ho fatto dire ad Hamsun: l’opinione di Berendsohn, uomo di grandi meriti, è incomprensibile e assurda; se esiste un rapporto di influenza e di dipendenza, è esattamente nell’altro senso; ma mi sento tanto più obbligato a ripetere questa dichiarazione in quanto Hamsun, in occasione della sua polemica contestazione di allora, ha trovato per la mia opera giovanile parole di stima (che sono state riprodotte sulla nostra stampa con un’inesattezza che ne diminuisce la portata) in cui sarei felice di vedere la lieta chiusura dell’incidente. Salutando cordialmente il maestro per ìl 4 agosto, lo assicuro che i suoi elogi sono, per me, la più bella onorificenza che mi sia stata accordata nella mia vita di scrittore. (1929)
ISSN:2037-0857
Ottanthamsun
settembre 25, 2009 by admin
Filed under Autori T YSM, Giovanni Papini, Hamsun, Interferenze, Rubriche
Giovanni Papini
Pochi giorni fa – il 4 agosto 1939 – Knut Hamsun ha compiuto ottant’anni. Da ogni parte del mondo, e specialmente dalla Norvegia e dalla Germania, son giunte parole d’affetto al gran solitario che fu poeta anche in «prose di romanzi».
Sarei contento se anche dall’Italia partisse un saluto all’autore di Fame e di Pan. Gli giunga, almeno nell’intenzione, l’amorevol pensiero d’uno scrittore italiano non sospetto davvero di viziosa condiscendenza verso la tribù dei romanzatori.
Ma Knut Hamsun è uno dei più amati amici ch’io abbia avuto in gioventù e gli son rimasto fedele in quel tanto di gioventù che son riuscito felicemente a salvare fino ad oggi.
Non ho mai visto Knut Hamsun, non gli ho mai scritto, ed egli, probabilmente, non conosce neppure il mio nome. Ma che importa? In quella divina approssimazione dell’amicizia perfetta che si manifesta soltanto in gioventù gli elementi sensibili contan poco. Il grande amico Knut mi ha confidato i moti e i rapimenti della sua anima appassionata attraverso i suoi libri e io gli ho voluto bene per le sue insofferenze e per le sue baldanze, per le sue irrequietezze di barbaro e le sue sconsolatezze di esule, per le sue fughe dal mondo e per i suoi ritorni all’umano, e anche, se devo confessar tutto, per quel suo gusto polemico delle risoluzioni inaspettate e inesplicabili, degli atti gratuiti e irrazionali, compiuti da certi suoi eroi, come dicono i tedeschi, problematici. In quelle stravolte creature di Hamsun sentivi una gentil tenerezza anche nella stravaganza, un crepitio d’allegrezza anche nelle ceneri della povertà, un amore infinito per tutti gli esseri creati da Dio anche nell’abbandono della secessione o reclusione volontaria. Sono, spesso, eroi poco socievoli e pochissimo rispettabili ma più deboli che sciocchi; più fanciulleschi o maniaci che criminali. Stranissime misture di bene e di male, di sublime e di ridicolo, di nobiltà e di viltà, come siamo un po’ tutti, ad eccezione dei santi. Ma per me Knut Hamsun era soprattutto un poeta, ed un grande poeta. Laconiche e leggere sono le sue descrizioni ma gli basta un accenno, una immagine, una nota di colore o di musica per trasferirti all’improvviso in quel sentiero di bosco in fiore e in succhio, su quel molo umido e fumoso, in quella gelida stanza di locanda per gente ammodo, in quella strada eternamente vedova di luce e di silenzio, su quella riva deserta e solatia dove soltanto il volo remoto dei gabbiani ricorda la vita al fuggitivo sognante.
Knut Hamsun è stato, per me, il primo rivelatore della natura del Settentrione. Né l’Edda né il Kalevala mi avevan fatto sentire lo splendore e il calore di quelle estati nordiche, brevi ma inebrianti, che Dio concede ai suoi figlioli di lassù come una grazia solare tra l’una e l’altra notte di tenebrosa e tempestuosa vernata. Nei libri di Knut Hamsun si respira l’aria ventosa delle primavere, ma soprattutto si gode il tepore delle redentrici estati silvestri e marittime, i mesi della universale resurrezione, cari ai poveri, agli errabondi, agli innamorati. Si sente, in quelle pagine, l’uomo che ha passato lunghe ore seduto sull’erba nuova, appoggiato a un fusto tiepido, ad ascoltare il dialogo aereo degli uccelli in amore, il ronzio degli insetti dorati ed effimeri. l’armonioso fluire dell’eternità nel tempo. Si sente l’uomo che ha trascorso intere giornate a contemplare la nascita e la morte dei nuvoli nell’indifferente vastità del cielo e il commosso scintillio del giovane mare, che non riesce ad essere turchino come da noi ma ha tutte le delicatezze e le brillantezze del ferro e dell’argento, dello smeraldo cupo e della perla viva. Un tale amore estatico, immenso e perenne, per la calda e libera natura ha fatto dire a qualcuno che Knut Hamsun è un pagano, un sopravvissuto fauno del Nord. Ma la nostalgia della contemplativa felicità edenica non può essere piuttosto cristiana? Non era più vicino a Dio l’Adamo del giardino, prima della colpa e del castigo, mentre godeva il riposo e la bellezza della creazione, piuttosto che il borghese moderno, condannato alla paurosa avidità, all’inanizione dello spirito, alla stanchezza e all’invidia? Knut Hamsun è un’anima generosa, misericordiosa. amorosa, cioè piuttosto cristiana che pagana. Talora. per simpatia di poeta verso i vagabondi, i deboli, i lunatici, gl’infelici dei suoi libri, spinge l’indulgenza finc alla complicità e la compassione fin quasi all’apologia In quei momenti non possiamo davvero seguirlo.
C ‘é in lui un residuo di quell’istinto, divenuto teoria epidemica con Rousseau, che porta alla repugnanza verso la polis mediterranea e alla diffidenza verso l’ordinata civiltà. Egli ha troppo spesso una visibile predilezione per coloro che il Vallès chiamava i «refrattari» e il nostro dimenticato Giuseppe Aurelio Costanzo «gli eroi della soffitta». Si direbbe, tavolta, che in Hamsun risorga qualcosa di un antico violento scatenato venturiero vichingo: un vichingo addolcito e in piccolo formato, da predone degli oceani ridotto a ladracchiolo di sobborgo o tutt’al più a Casanova di fattorie.
Ma quando si pensi all’odioso farisaismo e scimmiottismo di quella società dell’Ottocento in mezzo alla quale si formò, per reazione e contrasto, il giovane genio di Hamsun, si comprendono, se anche non si giustificano le sue simpatie per i nomadi, i non conformisti e franchi peccatori. Di rado egli filosofeggia ma non bisogna dimenticare che appartiene alla stessa schiatta di Kierkegaard e di Ibsen, scompigliatori di compromessi e di menzogne, e che non per nulla è concittadino reale di quel faustiano Don Chisciotte boreale ch’è.
La maestà della legge non sarebbe così solenne se non dovesse in perpetuo fronteggiare il fermento delle passioni. E la saggezza della ragione non sarebbe così profonda se non dovesse a ogni istante resistere alle tentazioni della pazzia. Knut Hamsun è stato un benevolo e arguto che ha portato freschi refoli di brezza barbarica nell’afosa Europa dell’ultimo ottocento e del primo Novecento.
E ora è giunto a ottant’anni e perfino i giovani si son ricordati di lui. Per farsi perdonare il genio non ci sono che due modi: l’estrema vecchiezza o la morte.
Ma Knut Hamsun è ancor valido e ben dritto e non teme la morte. Da quando, giovanissimo, emigrò in America e menò per qualche anno la vita dei disperati, non ha avuto paura di nulla. Ma gli piaccion poco le ricorrenze, le solennità, le cerimonie, e questi giubilei che paiono funerali in anticipo.
Lo vedo, con la fantasia, nelle sue stanze tranquille, nel suo giardino ombroso che non teme ancora l’autunno, in quella sua villa sulla costa selvaggia della Norvegia, della sua patria abbandonata e ritrovata. ch’è orgogliosa di lui. Tutti i festosi messaggi dell’anniversario furon messi in ordine e dapparte dai familiari. Nessuno manca: capi di Stato, presidenti d’accademie, direttori di riviste, amici dell’ultimo generazioni, confratelli illustri, ammiratori ignoti e lontani: non manca nessuno. Knut Hamsun ha voluto rispondere a tutti – il vecchio salvatico è anche un gentiluomo – e ora è un po’ stanco. In fondo in fondo, penso, sarebbe stato meglio che non si fossero ricordati di lui e dei suoi otttant’anni.
La gente crede ch’egli sia felice. Ma no, egli non può essere felice e non sarà felice mai più. Knut Hamsun è sereno, perché nessun vero poeta può essere intenebrato dalla vita, ma non è felice e non può essere felice. Ha per compagne fedeli l’ironia e la malinconia. L’ironia è l’ultima e più benigna forma di critica verso il genere umano. La malinconia è l’unica forma di gioia che può permettersi colui che non può esser felice. E perché mai dovrebbe essere felice? Forse perché tanti personaggi e tanti oscuri si son rammentati di lui e della sua vecchiezza?
Per anni e anni, egli pensa, offrii agli uomini lo spettacolo della miseria, il segreto dei miei amori, la festa delle mie visioni, l’esperienza delle mie disperazioni, l’entusiasmo delle mie scoperte, insomma la più ricca essenza dell’anima che, secondo la Scrittura, è sangue. Ma quando li chiamavo non vennero, quando fui solo non mi cercarono, quando avevo fame d’amore mi dettero appena qualche spicciolo di ammirazione. Credon forse di saldare il conto coi loro telegrammi?
E fossi almeno sicuro, in me e per me, d’aver creato l’opera tutta fiore e fiamma, che sognavo nella mia gioventù, che vagheggiavo nella maturità, che non ho potuto condurre a fine nella vecchiezza! Chi potrà rendermi, ormai, le superbie dell’oscurità, il palpito della resurrezione estiva, il primo sorriso dell’amore corrisposto?
Knut Hamsun ha cercato sempre la solitudine ma ora, veramente, si sente un po’ troppo solo nel tramutato mondo. Ha ottant’anni, ha visto per due o tre volte cambiar la faccia del mondo. Ha visto morire a poco a poco i titani dell’età che fu sua, che avevano vegliato sopra la sua gioventù e si frapponevano tra lui e la morte. Dove sono i suoi coetanei? Dove cercherà i suoi pari? Vivono ancora due scrittori famosi che hanno varcato, o stanno per raggiungere, l’ottantesimo anno: uno in Inghilterra e l’altro in India. Ma sono lontani e non son fatti per lui. Egli non sarebbe abbastanza faceto e fuambolo per Bernard Shaw né abbastanza patetico e teosofico per Tagore. Egli è veramente solo, lassù nella sua Norvegia, solo col suo mare schiumoso e muggente, solo nelle sue boscaglie tumultuanti che cantano con tutte le foglie la gloria del sole, eternamente solo anche in mezzo alla moltitudine degli ammiratori. Knut Hamsun ha ottant’anni e non è felice. Ma neanche ha rimorsi. Ha dato un po’ di gioia agli uomini, ha riacceso qualche stella nel cielo della poesia, ha distillato un bel vino di letizia da tutte le sue tristezze. C’è, infatti, chi lo crede felice. Per non rattristare chi gli vuoi bene, Knut Hamsun sorride, e quel sorriso illumina le sue severe fattezze di vecchio, e risplende a lungo, simile all’ultima doratura del tramonto sul più alto abete della foresta.
[ Tratto da Santi e poeti, Vallecchi, Firenze 1948, pp. 199-208]
ISSN:2037-0857
E ora è giunto a ottant’anni e perfino i giovani si son ricordati di lui. Per farsi perdonare il genio non ci sono che due modi: l’estrema vecchiezza o la morte.
Ma Knut Hamsun è ancor valido e ben dritto e non teme la morte. Da quando, giovanissimo, emigrò in America e menò per qualche anno la vita dei disperati, non ha avuto paura di nulla. Ma gli piaccion poco le ricorrenze, le solennità, le cerimonie, e questi giubilei che paiono funerali in anticipo.
Incontro con Hamsun
settembre 25, 2009 by admin
Filed under Autori T YSM, Giovanni Papini, Hamsun, Interferenze, Rubriche
Giovanni Papini
Christiania, 24 Agosto
Ho chiesto a un libraio quale fosse il più grande scrittore norvegese vivente. Ha risposto: – Knut Hamsun. Bisogna, dunque, ch’io conosca anche quest’Hamsun. Non ho letto nulla di lui, ma dal momento che son venuto in Norvegia e non ci tornerò mai e non ho nulla di meglio da fare, voglio mettere anche costui nella mia collezione di colloqui memorabili.
Quel che mi hanno raccontato sul conto suo mi piace: ha sofferto la fame (come me), ha fatto il tramp negli Stati Uniti (come me) e sfugge quanto può la compagnia degli uomini (come me). Vìve, dicono, in un’isola solitaria e di rado capita nelle città. Nel 1920 gli hanno dato il premio Nobel. Un segretario della Degazione degli U.S.A. mi ha promesso di ottenere un salvacondotto per arrivare fino a lui.
2 Settembre
Ieri ho potuto, finalmente, parlare con questo Knut Hamsun. Ottima impressione. È un uomo di più di sessant’anni ma in buono stato. Un paio di baffi arditi che gli danno l’aria di un ufficiale senza debolezze. Viso aperto ma un po’ triste e a momenti severo. Parla speditamente l’inglese. Non fa cerimonie. M’è piaciuto. – Ho acconsentito a ricevervi perché non siete né un mendicante né un letterato né un giornalista né un disoccupato né un editore né un collezionista d’autografi né un ammiratore. Tutte queste persone sono inegualmente nefaste ed egualmente insopportabili. Mi difendo da loro come un cavaliere dai briganti – e non sempre ci riesco. Ho messo fra me e loro un braccio di mare, ma quella canaglia conosce l’esistenza delle navi e ne approfitta.
Voi non sapete, per fortuna, cosa sia la gloria: che vi sia risparmiata sempre una sventura simile! Esser famosi significa diventare, insieme, vecchi e perseguitati. Giungere alla celebrità significa trasformarsi in un cadavere vivente e derubato. Vi considerano, i giovani e i rivali, come un sopravvissuto malvivo e come tale vi trattano. La fama è un anticipo del cataletto e del sepolcro. Siete celebre? Dunque avete già dato tutto e si può cominciar l’autopsia, anzi la vivisezione. Vi abbiamo già compensato – si levi dunque di mezzo la carogna incoronata e sazia per dar posto agli oscuri! Qualunque cosa facciate sarà sempre inferiore all’opere che vi dettero la fama. La gloria è un certificato d’impotenza. E di più una prigione. Siete sottoposto, volente o no, alla sorveglianza speciale. Non potete affittare una casa o entrare in un caffè o partire per un viaggio senza che migliaia di persone vengano subito a saperlo, e lo raccontino e lo stampino. Rifugiarsi nella solitudine non giova. Anche lì vi stanano e, se non riescono a saper nulla, inventano.
Ma questo sarebbe il meno. Il peggio è che la fama vi dà in balìa dei ladri onesti. Tutti voglion qualcosa, tutti pretendon qualcosa, tutti vi tolgono effettivamente qualcosa. Su cento lettere che ricevo novanta almeno sono scritte per chiedere. Su venti persone che vengono a trovarmi diciannove finiscono col portarmi via quel che desiderano.
C’è l’ammiratore lontano che vuole i miei libri in regalo; quello che vuol la dedica o la pagina autografa per le sue collezioni; quello che esige la fotografia e notizie sulla mia vita; quello che vuole in tutti i modi parlarmi perché io lo consigli, lo giudichi, l’aiuti, lo illumini, lo redima. Da quando ho avuto il premio Nobel non mi salvo più dalle richieste di denaro. Tutti i pretesti son buoni: malattie, brevetti, spese scolastiche, viaggi indispensabili, padri paralitici, madri dementi, sorelle tisiche, matrimoni urgenti, sottoscrizioni per monumenti, centenari, tombe, collegi, nobili decaduti, ospedali zoologici, esplorazioni artiche, catastrofi. Se avessi dato ascolto a tutti avrei dovuto avere a disposizione l’intero patrimonio di Nobel e sarei un’altra volta alla fame. Ci son poi quelli che dalla mia celebrità deducono l’onnipotenza. «Se tutti lo conoscono, pensan costoro, vuol dire che lui conosce tutti e per conseguenza può ottenere cosa vuole». Errore grossolano, come ben capite. Uno scrittore può essere celeberrimo e nonostante aver rapporti soltanto con pochi amici che non dispongono di nessuna influenza. Ma quella razza di postulanti queste cose non le sa o non le crede. E ogni settimana c’è qualcuno che pretende da me l’impossibile: che gli procuri un buon posto a tamburo battente, che gli faccia pubblicare un libro dal grande editore, che lo raccomandi al grande giornale per ottenere una collaborazione ben pagata, che mi rivolga ai ministri o all’accademia per fargli avere un sussidio, una borsa di viaggio, una pensione. In verità io non conosco e non pratico, per il mio sistema di vita solitaria, i personaggi dai quali dipendono questi favori ma anche se li conoscessi non è detto che accorderebbero quel che chiedo soltanto perché mi chiamo Knut Hamsun. Dovrei scrivere lettere su lettere, consumare i divani dell’anticamere – cioè regalare il mio tempo, più prezioso d’ogni altra cosa per un artista – e dar la garanzia del mio nome per gente che mi è, quasi sempre, sconosciuta. E se qualche volta, per debolezza, contento qualcuno e ottengo quel che desiderano apriti cielo! Non son mai contenti. Tornano a chiedere, e sempre cose maggiori. E dopo aver avuto mille ti lasciano, indignati e insultanti, il giorno che non hai potuto dar dieci. Poi ci sono quelli che mandano volumi o manoscritti ed esigono ch’io legga eppoi scriva un motivato giudizio; e i pestiferi intervistatori che sottraggono un’ora al vostro lavoro o al vostro riposo per guadagnare un po’ di denaro a spese vostre. Dall’uomo celebre, insomma, tutti vogliono. Ha dato a questa marmaglia di ciechi un po’ di luce, a questi cuori ghiacci un po’ di fuoco, a questi cervelli smobiliati qualche pensiero. Ha dato una parte di sé, del suo sangue, della sua anima, della sua vita per arricchire l’anime altrui e render meno triste la loro vita. Ha dato e, appunto perché ha dato, deve dare sempre, senza fine, e non soltanto il suo spirito ma il suo denaro, le sue giornate, la sua fatica, e qualche briciola della sua gloria. Lo scrittore famoso è circondato da parassiti, da questuanti, da becchini e da ladri. La fama non è un premio ma una maledizione, un castigo. Se avessi saputo questo sarei andato, nel 1890, ad assassinare Brandes che rivelò all’Europa il mio primo libro: La Fame. Meglio affamato che celebre. E anche voi, benché non mi abbiate chiesto nulla, mi avete portato via qualcosa: mezz’ora del mio tempo e un po’ della mia forza. Anche voi siete un ladro onesto, un ladro ben educato – ma un ladro! » A queste parole, giustissime, non mi sono offeso, ma ho creduto decente d’alzarmi per andar via. Knut Hamsun mi ha visto partire con visibile piacere e sulla porta mi ha persino stretta vigorosamente la mano. Knut Hamsun mi piace davvero, e molto. Voglio comprare tutti i suoi libri e così lo risarcirò, delicatamente, del tempo che ha speso per me.
[da Gog, Vallecchi, Firenze 1931, pp. 302-308]
ISSN:2037-0857
Knut Hamsun Center
settembre 25, 2009 by Marco
Filed under Autori T YSM, Clotilde Doni, Hamsun, Interferenze, Rubriche
Clotilde Doni
Il Centro ambisce quindi a presentarsi come un «doppio architettonico» della mente dello scrittore e l’idea attorno alla quale ruotano tanto la biblioteca, quanto il museo è sintetizzata da una frase dello stesso Hamsun: «Costruire un corpo: campo di battaglia di forze invisibili». Inizialmente contestato, attaccato duramente dalla stampa estera e, soprattutto, da quella norvegese il progetto è stato in parte integrato, nel corso degli ultimi dieci anni, con l’intervento di Alf Un punto dolente, questo, mai del tutto affrontato e mai del tutto rimarginato nella cultura norvegese. Sostenitore del pangermanesimo, Hamsun negli anni della vecchiaia si votò, con una certa senile ingenuità (ma senza altre scusanti, va detto), alla causa hitleriana. Emblematica, a questo proposito, una scena del suo incontro con il Führer nel rifugio di Berghof, ampiamente ripresa dai cinegiornali dell’epoca e riproposta anche nel film Hamsun di Jan Troell, girato nel ‘96 su sceneggiatura di Per Olov Enquist (Processo a Hamsun, Iperborea, 1996). Hamsun, ricorda Enquist, era un grande scrittore, un grande intellettuale, il problema è che volle giocare anche un ruolo politico e, soprattutto, giocarlo su un palcoscenico che non gli competeva e con attori molto più scaltri e cinici. Un uomo come lui, abituato a vivere in solitudine, figlio di un’epoca romantica, non poteva certo confrontarsi con problemi di geopolitica e strategia. Fu indubbiamente un azzardo che non gli è stato ancora perdonato, lasciando aperte non poche ferite nelle generazioni «giovani» di una nazione altrettanto giovane invasa da Hitler nel ‘40 e immediatamente tradita dal suo intellettuale di punta. |

This opera by t ysm is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at www.tysm.org.
ISSN:2037-0857
Sui sentieri di Knut Hamsun
settembre 24, 2009 by admin
Filed under Autori T YSM, Hamsun, Interferenze, Marco Dotti, Rubriche
Marco Dotti
Seduto in un parco di Kristiania, un vecchio teneva fra le mani un giornale. La pagina della pubblicità era rivolta all’esterno e, dallo strano modo con cui gelosamente la stringeva, quella carta sembrava avvolgere e custorire un oggetto carico di mistero. «Incuriosito – scrive Knut Hamsun in Sult (Fame), capolavoro che nel 1890 lo fece conoscere al grande pubblico – non riuscivo a staccare lo sguardo da quel giornale. Mi venne a un tratto l’idea del tutto folle che potesse essere un giornale straordinario, meraviglioso, unico nel suo genere. E poiché la mia curiosità andava crescendo, incominciai a dimenarmi sulla panchina». Dietro a quel giornale, infatti, potevano nascondersi «atti pericolosi sottratti a qualche archivio, e d’un tratto mi balenò l’idea di un trattato segreto o di una congiura». Fra le pagine, però, il vecchio che in un memorabile dialogo del libro si rivelerà scaltro e un po’ cinico (con «spalle disoneste e viziose» lo descrive Hamsun), ma quasi del tutto cieco e quindi incapace di leggere, nascondeva solo un po’ di pane.
Oltre la fame
Esattamente quello che mancava al protagonista di Fame, continuamente alle prese con «l’estraneità della sua vita mentale» e la degenerazione dei nervi dettata dalla scarsità di mezzi (cibo) e da abbondanzia di fini (ideali di scrittura). Il «pacchetto mistico» conteneva dunque nient’altro che cibo. Non poco, in tempi di crisi e disoccupazione diffusa, ma non tutto: «le vecchie dita dell’uomo sembravano artigli rugosi e affondavano in maniera ripugnante nei panini imbottiti e grassi. Mi sentii lo stomaco sconvolto e passai oltre, senza parlare». Cartografia interiore della perenne battaglia tra la sopravvivenza e il disgusto per la vita, tra il delirio e la ricerca di un equilibrio che, presto, si rivelerà impossibile, Sult offre anche una precisa
descrizione della Oslo (Kristiania) fin de siècle, «strana città che nessuno lascia senza portarne i segni». Fu così anche per l’autore che, nel tracciare il profilo dell’alter ego protagonista di Fame, uno squinternato e squattrinato flâneur in cerca di collaborazioni giornalistiche, ripercorreva ovviamente filtrandole le proprie esperienze di solitudine e miseria.
Solitudine e miseria che per Hamsun coincisero fin da subito con una precisa dimensione esistenziale e una altrettanto precisa tonalità emotiva tendente al nero. Nato centocinquanta anni fa da una famiglia molto povera, nel sud del paese, Hamsun trascorse la giovinezza lavorando come bracciante a Hamarøy, nella Norvegia settentrionale, accanto alle isole Lofoten, in un contesto in cui ogni personalità era (e per chi ci vive ancora è) segnata dal rapporto con un paesaggio imponente e una natura primordiale. Nasce certamente da qui, dal contatto con questo ambiente e questa natura, tra ghiacci e fiordi in una regione che si colloca ben al di là del circolo polare artico, il continuo gioco degli antagonismi tra «radicamento» e «sradicamento» fra modernità inquieta e apparente stabilità del mondo tradizionale, messi in campo in quasi tutte le opere dello scrittore. La prima esperienza personale di sradicamento, Hansun la visse nel 1882 trasferendosi in cerca di miglior fortuna negli Stati Uniti.
Dopo avere lavorato come agrimensore, insegnante elementare, falegname e calzolaio in patria, Hamsun si ritrovò improvvisamente in un contesto sconvolto dai grandi mutamenti industriali e dalla conurbazione. Lavorò come impiegato e commerciante, prima di trasferirsi a Minenneapolis dove tentò la carriera, rapidamente fallita, di conferenziere. Fece quindi ritorno in Norvegia, ma nel 1886 Hamsun ripartì per l’America, stavolta dirigendosi non più in Minnesota, ma nell’Illinois. A Chicago, però, non gli venne offerto impiego migliore di quello di conducente d’autobus e di controllore. Accettò, ma dopo una permanenza durata due anni – anni di continui spostamenti, segno della sua innata irrequietezza – decise che era giunto il momento di «tornare a casa» e tentare il «sogno» della scrittura. Non senza essersi tolto qualche sassolino dalle scarpe: scisse infatti un duro pamphlet contro l’american way of life che divenne il primo fra i suoi libri a trovare un editore disposto a pubblicarlo, nel 1889, col titolo Fra det moderne Amerikas Aandsliv (La vita culturale dell’America moderna, trad. di Enrica Berto, Arianna editrice, 1999).
Altri vagabondi
L’America gli si mostrava come lo spettro della modernità e della tecnica in procinto di avanzare, dell’inquietudine prossima a travolgere ogni frammento di vita ordinata secondo metodo e tradizione. La tarda deriva hamsumiana – anche se non andrebbe enfatizzata – appare già inscritta in alcune pagine di questo libro duro e sprezzante contro le «virtù civiche» americane e la sua «democrazia per tutti». Dopo il secondo fallimento americano, Hamsun tornò in Europa trascorrendo parte del tempo in una mansarda, a Copenhaghem, pronto a tutto pur di affermarsi come scrittore. Nascono da questa miscela esplosiva fatta di precarietà economica, disagio antropologico profondo, voglia di esplorare nuove possibilità e confini della scrittura, alcuni dei capolavori della sua prima fase creativa: oltre a Fame, risalgono infatti all’ultimo decennio del XIX secolo opere come Mysterier del 1892 (Misteri, trad. di Attilio Verardi, Bur, 1989) e Pan (Pan, trad. di Fulvio Ferrari, Adelphi, 2001) del 1895.
In questi tre romanzi modernisti, Hamsun metterà in scena un individuo lacerato in conflitto costante con la società che lo «ospita» e da cui cerca una via di fuga. In Fame, la fuga avverrà abbandonando Kristiania, mentre in Pan e Misteri seguirà dinamiche più violente (suicidio e omicidio). Il volgere del nuovo secolo, però, produce in Hamsun – oramai scrittore affermato e guardato con stima dalle nuove generazioni – un altro tipo di crisi, stemperando alcuni elementi ed esacerbandone altri. Uno scrittore, confessava all’amico Georg Brandes alla vigilia di Natale del 1898, «in fin dei conti può avere di tanto in tanto in sé anche un po’ di lirica, tanto più se per dieci anni ha scritto libri che mostravano i pugni serrati».
Dove non cresce l’erba
Dopo una parentesi «felice», il cui frutto migliore è Sværmere (Sognatori, trad. di Fulvio Ferrari, Iperborea, 1992), Hamsun si dedica a libri il cui protagonista è è ancora una volta «il viandante». Scritta tra il 1906 e il 1912, la «trilogia del viandante» comprende Under Høststjærnen (Sotto la stella d’autunno, trad. di F. Ferrari, Iperborea, 1995), En Vandrer spiller med Sordin (Un vagabondo suona in sordina, trad. di F. Ferrari, Iperborea, 2005) e Den sidste Glæde (l’ultima versione è di Ervino Pocar e risale agli anni Settanta). Il protagonista di questa nuova fase hamsumiana è un alter ego che porta il nome di battesimo dell’autore: Knut Pedersen. Pedersen è un viandante-intellettuale fuggito dalla città, «dal chiasso e dalla ressa, dai giornali e dalla gente» che sceglie la strada del ritorno alla natura e ai lavori manuali, per uscire dalla «nevrastenia» e dal dolore che sovrasta l’ «uomo nuovo e moderno». Non cerca il successo, «non legge i giornali, eppure sopravvive» e soprattutto capisce che, sradicato, gli è necessario «riradicarsi» materialmente, fuggire la modernità e riempire di senso la «vita segreta dei nervi».
È in questa fase, nel primo decennio del XX secolo, che Hamsun probabilmente dà il meglio di sé. Qui, oltre all’individuo spaesato capace comunque «di rinserrare i pugni», al centro del racconto c’è il mondo della campagna e della provincia norvegesi. Anche il ritmo della narrazione cambia e, a poco a poco, sconfina nell’epico. Il lirismo – come preannunciato a Brandes – prenderà infine il sopravvento, giocandogli però, nella vita privata e negli ultimi anni di vita, anche brutti scherzi. A volte, scriveva in Sotto la stella d’autunno, si incontrano «fiori caparbi che si rifiutano di morire». Come questi fiori e come l’anziano col giornale descritto in Fame, anche la vecchia Grunhil che apre il primo capitolo di Sotto la stella non vuole morire. «Il suo tempo è finito, ma lei non se ne vuole andare». Al pari del vecchio nel parco di Kristiania, anche la Grunhil sembra nascondere un mistero. Ma i misteri non andrebbero mai guardati troppo da vicino.
Strana autopremonizione per un autore che, morto nel 1952, ha scritto per oltre sessanta dei novantatré anni vissuti, ma che proprio nell’ultimo tempo della sua esistenza ha ceduto il passo alle forze più oscure dell’antimodernità. Forse anche per lui il tempo di andarsene era arrivato da un pezzo.

This opera by t ysm is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at www.tysm.org.







