La forma delle città : T YSM

Un archivio biologico nelle ossa di Alghero

Valentina Porcheddu

Hai scoperto qualcosa di bello? Domanda a cui nessun archeologo può sottrarsi. Di solito per «bello», l’interlocutore intende un oggetto di seducente fattura artistica, meglio ancora se realizzato con materiale prezioso e ben conservato. E non importa se le informazioni che il reperto trasmette siano storicamente rilevanti, giacché nell’immaginario comune il ruolo dell’archeologo è di stupire raccontando e non di raccontare creando stupore. Così ciò che l’ archeomania televisiva dimentica spesso di insegnare è che dietro le piramidi di Giza e i corpi fossilizzati di Pompei c’è sempre lo stesso uomo, sia esso faraone o individuo qualunque. L’approccio filantropico che sfugge ai più è invece l’alchimia dell’archeologo, la pietra filosofale che permette di trasformare anche un «mucchio d’ossa» in una storia d’ordinaria straordinarietà. Significativa ed emozionante è in questo senso la scoperta, effettuata nella città di Alghero (costa nord-occidentale della Sardegna) di un cimitero medievale. Gli scavi sono siti presso un ex Collegio Gesuitico, costruito a partire dal 1589 sul luogo di un grande cimitero urbano ed attualmente in corso di restauro.

Una delle trincee in corso di scavo.
Una delle trincee in corso di scavo

Le ricerche, iniziate nel giugno del 2008 e proseguite con crescente intensità fino allo scorso settembre, sono state temporaneamente sospese. Quello che una équipe di archeologi ed antropologi, diretti da Marco Milanese – ordinario presso l’Università di Sassari e medievista di fama internazionale – ha messo in luce è un ritrovamento finora unico in Italia e nel Mediterraneo. Si tratta di 14 sepolture collettive a «trincea», ciascuna contenente in media i resti composti di 10-15 individui (fino ad un massimo di 30). Una decina di sepolture a fossa, le quali includono 4-6 scheletri (fino ad un massimo di 17), completano la facies funeraria del XVI secolo.

una delle trincee in corso di scavo 2
Un’altra trincea di scavo

Lo scavo delle sepolture ha permesso inoltre di documentare legami familiari esistenti fra gli inumati: adulti che cingono con le braccia bambini o ragazzini, bambini molto piccoli deposti fra le gambe del genitore, interi gruppi formati da adulti di ambedue i sessi associati a bambini di varie fasce d’età. Di particolare impatto emotivo è lo scheletro di una donna che racchiude nel ventre un feto di sette mesi. I caratteri della popolazione rappresentata nel cimitero sembrano riconducibili ad un gruppo etnico alloctono, appartenente a quell’enclave catalana stabilitasi ad Alghero dopo il 1354. Avvenimento che diede avvio all’espulsione dei sardo-liguri (la fondazione di Alghero risale agli anni intorno al 1260, ad opera della famiglia genovese dei Doria) e all’immigrazione di coloni catalano-aragonesi provenienti dalle città di Barcellona, Valencia, Tarragona e Maiorca. Il processo di «sardizzazione», avvenuto alla fine del Cinquecento, fu dunque preceduto da una dimensione mediterranea, che ancora oggi caratterizza profondamente la cultura di Alghero.

Sepoltura collettiva, nella quale si riconosono (in basso) una madre e due bambini

Sepoltura collettiva, nella quale si riconosono (in basso) una madre e due bambini

Le frequenti carie riferibili ad un’alimentazione ricca di zuccheri e l’apparente assenza sulle ossa degli inumati di segni dovuti ad attività lavorative usuranti, suggeriscono agli antropologi che le persone deposte nelle sepolture collettive appartenessero ad un ceto sociale medio. Le tracce lasciate sulle ossa da attività fisiche ripetute nel tempo hanno permesso perfino di attribuire ad alcuni personaggi del cimitero mestieri singolari, come quello del corallaro, attività testimoniata anche dal ritrovamento di un rametto di corallo con una capsula d’argento finemente lavorata.

amuleto di corallo che ha perso il caratteristico color rosso porpora
Amuleto di corallo che ha perso il caratteristico color rosso porpora

Un amuleto non molto efficace, ma rispettosamente lasciato sul petto del defunto. Presenti inoltre fra gli inumati cavalieri e arcieri, figure leggendarie che già nel XIV secolo avrebbero strenuamente difeso la città dall’attacco del re aragonese Pietro IV. Intrigante la scoperta dello scheletro di una quindicenne che portava un misterioso collare di ferro: potrebbe trattarsi di un oggetto taumaturgico, usato per liberare ossessi e indemoniati da presunti malefici.

Statuina raffigurante S. Giacomo da Compostela

Statuina raffigurante S. Giacomo da Compostela

Una statuina di legno fossile raffigurante San Giacomo di Compostela, souvenir di un pellegrinaggio in terre lontane, è stata trovata al collo di un’altra donna. Ma c’è chi agli amuleti preferiva i propri risparmi, come testimonia un fagottino in stoffa contenente alcune monete e appartenuto ad un’anziana, ribattezzata dagli archeologi «l’avara».

Scheletro di una donna (a destra) con feto di sette mesi

Scheletro di una donna (a destra) con feto di sette mesi

«Le ossa sono come dei registratori – dice Marco Milanese – capaci di restituire la storia della società. Per questo il nostro intento è quello di far confluire i reperti del cimitero medievale in una sorta di archivio biologico. Un luogo aperto al pubblico, che sia funzionale sia alla ricerca che alla didattica, e contribuisca a sviluppare la coscienza dell’identità etnica e culturale della città di Alghero». Memorie e identità. Anche questo è il bello dell’archeologia.

Scheletro di una 15enne con collare di ferro

Scheletro di una quindicenne con collare di ferro

L’articolo in versione pdf:t ysm – anno 0, estratto 1

[Le fotografie sono di Marco Milanese, scattate tra marzo e settembre 2009. Illustrano lo scavo delle trincee e delle sepolture collettive nelle quali sono stati rinvenuti i corpi degli appestati, nonché alcuni amuleti trovati al collo degli stessi]


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ISSN:2037-0857



Milano

Vsevolod Meyerhold

La vita per le strade di Milano fa pensare alla borsa in un’ora di lavoro. Animazione generale, frastuono di voci, ma niente indica la causa di tanto agitarsi, l’attenzione non si concentra su qualcosa in particolare. La gente aumenta di minuto in minuto in attesa di un comizio.

È un’impressione naturale. Un grande centro commerciale crea sempre un traffico intenso per le vie, e Milano, in verità, è la borsa dei commerci Vi è un’enorme produzione di seta, lanerie, cotonerie e numerosi articoli d lusso, di cui la borghesia ha tanto bisogno e che qui costano pochissimo, mentre gli oggetti di prima necessità sono terribilmente cari, ciò che provoca un naturale malcontento tra le masse operaie.

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Il costume dell'attore (1922) secondo i costruttivisti-produttivisti

Grande città commerciale, piena delle piú svariate fabbriche e officine, Milano nutre un vivo interesse per i problemi della vita sociale e politica, non solo propria ma anche mondiale. La fabbrica arricchisci i proprietari ed empie le vie di Milano di una folla sazia e variopinta, fatta di ricchi che viaggiano in lussuosi landò e guardano con l’occhialino, dall’alto in basso, la gente che passa. Ed ‘ sempre la fabbrica a radunare a Milano da tutta la Lombardia un esercito di operai. Esauriti da un lavoro troppo gravoso, essi cercano una risposta ai loro interrogativi, vogliono elevare il proprio livello culturale, comprano Il Secolo, che va a ruba, e seguono con estremo interesse ciò che avviene oltre i confini del loro piccolo Stato. Quando, per esempio, leggono che un’eruzione vulcanica ha sterminato migliaia di persone, di domenica pagano sui tranvai elettrici dieci centesimi piú del normale e raccolgono in un solo giorno dieci milioni di lire a favore dei terremotati. Come dovunque all’estero, gli operai sono vestiti da bellimbusti, e questo viene loro rimproverato dai dirigenti dei partiti di sinistra, perché molti operai cominciano a seguire le cattive usanze della borghesia, sprecano denari in cravatte, bastoni da passeggio e caffè. Ma è interessante osservarli tutti affacendati, non in fabbrica o in officina mezz’ora di intervallo, quando si recano affamati alla “Cucina economica”. È questa una mensa sociale del quartiere operaio, organizzata con mezzi privati e sotto la diretta sorveglianza di una nota signora che svolge varie attività di carattere assistenziale, la signora Ravizza.[1] Quando vedete le figure macilente degli operai, i loro visi smunti, dagli sguardi lievemente impauriti, che importante istituzione diventa ai vostri occhi questo minuscolo edificio in cui un misero operaio può trovare minestra, maccheroni e carne per pochi soldi! Ciascuno di questi piatti costa 10 centesimi; altrettanto, per chi lo desideri, un vino rosso leggero.

Se i viali milanesi ricordano quelli parigini, se i costumi della borghesia milanese palesano impudenza, volgare sazietà e un chiassoso cattivo gusto nel vestire, esistono però nella città numerosi veri intellettuali che hanno a cuore gli interessi dei lavoratori. I loro sforzi congiunti hanno permesso di organizzare a Milano due anni fa un’università popolare, che conta tremila iscritti. Sono studenti, insegnanti, impiegati, avvocati, artisti, pittori, artigiani, commessi. Gli operai iscritti sono soltanto cinquecento, dato che l’università, per forza maggiore, ha per ora la sua sede lontano dalla periferia e il tempo libero dal lavoro di fabbrica è troppo breve. L’insegnamento è impartito di sera, sotto forma di conferenze. Per l’anno venturo si prevedono ore dedicate ai dibattiti. Il corso (da novembre a giugno) è diviso in due cicli. Le materie del primo ciclo s’insegnano da novembre a febbraio; quelle del secondo, da aprile a maggio. Ogni ciclo è diviso in due settori: 1) scientifico e 2) letteratura e arte. Il programma scientifico comprende: fisica, elettrotecnica, economia politica, diritto. L’altro comprende: storia della letteratura italiana e storia dell’arte antica. La parte scientifica del secondo corso è: struttura e funzioni del corpo umano, economia politica, diritto. Nella sezione di letteratura e arte s’insegna: letteratura italiana del secolo XIX e storia di Milano. In gennaio, febbraio e marzo s’insegnano inoltre materie di carattere commerciale: economia commerciale, istituzioni di diritto coanmerciale, merceologia.

Meina (Lago Maggiore), 28 maggio 1902.

Note

[1] Ai russi in visita a Milano si raccomanda di rivolgersi a lei per consiglio; parla infatti la nostra lingua, e avendo conoscenze fra esponenti di diversi gruppi sociali, può dare buoni consigli. L’indirizzo è: Via Andegari, 8 [N.d.a.].

[Tratto da Vsevold Emilievic Meyerhold, La rivoluzione teatrale, a cura di Giovanni Crino, Ediori Riuniti, Roma 1962]

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