philosophy and social criticism

Caro Luciano Gallino

di Lea Melandri

Caro Luciano Gallino,

nel tuo articolo –“Cari nipoti, vi racconto la nostra crisi” (“Repubblica” 16/10/15) – scrivi: “Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico”.

Come prova, nel primo caso, nomini la crescita esponenziale del divario tra ricchi e poveri e della disoccupazione giovanile, l’accrescimento patologico della finanza a fronte della perdita, da parte della base produttiva, di un quarto del suo potenziale.

Nel secondo, fai riferimento a una diffusa legittimazione dell’ordine esistente, a una rappresentazione della realtà falsata da media, politici, scuola, università, “ad uso e consumo delle classi dominanti” – che rappresentano tra l’1 e il 10 per cento della popolazione- , e all’inarrestabile ascesa della stupidità di chi ci governa.

Non appartenendo alla generazione a cui ti rivolgi,  provo allora a esercitare quel tanto di pensiero critico che mi porto dietro dai movimenti degli anni ’70 –il movimento non autoritario nella scuola e il femminismo-, che hanno cambiato la mia vita come molte altre vite, ma, da quel che capisco, molto poco quella di persone che come te, godono tuttavia della mia stima.

Comincio dal titolo: perché solo “Cari nipoti”? Forse perché , considerando anche la componente femminile, avresti dovuto scrivere “Care nipotine”, e la disuguaglianza avrebbe rivelato subito aspetti che nella tua analisi, centrata sulla dimensione economica, di classe, non sono contemplati.  O forse, tacitati perché compresi nell’unica misura ancora dominante, quella del “maschile/neutro”, che vede le donne come un qualsiasi altro gruppo sociale svantaggiato, a cui concedere parità di diritti, salario, cittadinanza, ecc.

Come ultimo “vertice” del pensiero critico riguardante la storia che ci sta alle spalle, citi, oltre a Marx e alla Scuola di Francoforte , anche Pierre Bourdieu, ma non pensavi di certo a Bourdieu come autore di uno dei saggi più lucidi e radicali sul rapporto tra i sessi  – Il dominio maschile (Feltrinelli 1998)-, su quel “capitale simbolico” che ha reso “naturale”, e perciò immutabile nel corso di secoli, i ruoli e le identità del maschio e della femmina, e che le donne stesse purtroppo portano forzatamente incorporato, tanto da poter dire ancora oggi che la vittima e l’aggressore parlano la stessa lingua.

Non posso darti torto quando parli della “stupidità” dei governanti oggi in scena –non solo in Italia -, ma come definire altrimenti la resistenza cieca e ottusa di tanti “progressisti”, sinistri e ultrasinistri, di partito o di altre formazioni, di media o alta cultura, che nulla sembrano avere recepito della rivoluzione materiale e culturale che è avvenuta sotto i loro occhi  e di cui oggi appaiono vistose le conseguenze?

Mi riferisco alla modificazione dei confini tra privato e pubblico, tra sessualità e politica, tra il corpo, le sue passioni, e la “polis”, e la conseguente  comparsa di “soggetti imprevisti”, come i giovani e le donne, portatori della “scandalosa inversione” tra vita e politica.

Di classe e di sesso si è discusso molto negli anni ’70, si temeva che il femminismo potesse distruggere la grande “unità di classe” introducendo nell’analisi critica dell’ordine esistente, forme specifiche di potere e di sfruttamento, a cui non sfuggiva neppure la sinistra più rivoluzionaria. Erano posizioni conflittuali, o addirittura “antagoniste”, come scrisse acutamente Rossana Rossanda.

La cultura del femminismo è una critica vera, e perciò unilaterale, antagonista, negatrice della cultura altra. Non la completa. La mette in causa.” (Rossana Rossanda, Le altre, Feltrinelli 1979).

C’era conflitto, e il conflitto è vita. Oggi, non è solo la crisi economica e una feroce ingiustizia sociale che ci opprime, ma anche il fatto che è scomparso dal discorso e dalle pratiche politiche, di qualsiasi formazione, persino l’eco di quel conflitto.

Uno dei due termini  essersi eclissato del tutto  -il corpo, la vita personale, le relazioni affettive, le condizioni con cui si genera e si conserva la vita-   e, di conseguenza, anche il femminismo che ha avuto il merito di riportarlo alla storia e alla politica, di cui ha sempre fatto parte.

Eppure la relazione tra i sessi, con il suo carico di violenza, con le sue contraddizioni, le sue implicazioni profonde, che spingono la politica fin dentro territori dell’esperienza considerati per secoli del tutto estranei, come la memoria del corpo, l’immaginario sessuale, l’inconscio, non è mai stata così vistosamente al centro della scena pubblica. Per non parlare del corpo,  protagonista tragico nel cuore di una crisi che investe l’idea stessa di civiltà, di sviluppo, di condizione umana.

Come definire la cecità di chi oggi lamenta la perdita di pensiero critico e non si rende conto di averlo mutilato, non da ora, di una materia enorme di esperienza individuale e collettiva, riportandolo inconsapevolmente dentro quello stesso ordine  che avrebbe voluto modificare?

tysm review
philosophy and social criticism
vol. 28, issue no. 28 september 2015
issn: 2037-0857
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