philosophy and social criticism

Congedi. L’infelicità senza desideri di Peter Handke

di Giulia Zoppi

A sole sette settimane dalla morte della madre, avvenuta per overdose di sonniferi, lo scrittore Peter Handke, deciso a mettersi dietro le spalle il dolore e il silenzio depressivo delle sue giornate, esorcizza il senso di vuoto e la solitudine della sua condizione con la stesura di un breve romanzo, Wunschloses Unglück (1972).

Come si legge nel prologo, Handke viene a conoscenza della morte della madre leggendo casualmente un trafiletto pubblicato sul giornale locale “Volkszeitung”, che nella rubrica «Varie» dell’edizione della domenica riporta:
Nella notte tra venerdì e sabato una casalinga cinquantunenne di A. comune di G., si è suicidata con una dose eccessiva di sonnifero. [1]

Come ammette lo stesso autore, la scelta di affrontare il lutto e la perdita che lo hanno colpito con la scrittura di un breve memoriale, è il tentativo disperato di ricordare con precisione la donna che lo diede alla luce e gli anni trascorsi insieme a lei, allo scopo di riprendere il senso della propria vita, per non rischiare a poca distanza dal funerale di annegare nel mutismo. Peter Handke riconosce nel congedo ma- terno, avvenuto lontano, quando egli si trova all’estero, i tratti foschi di un thriller privato ed esistenziale, una sorta di passaggio forzato da un prima a un dopo che segnerà per sempre, forse, la sua identità di uomo e la sua sensibilità di narratore.

Un incipit molto simile, per tono distaccato e volutamente asettico, è quello scelto trent’anni prima dal filosofo Albert Camus che ne Lo straniero, esordisce così:

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: madre deceduta. funerali domani. distinti saluti. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.[2]

Qui il protagonista, pur raggiungendo il luogo del decesso, si rifiuta di vedere la salma della madre e dopo il funerale si rifugia tra le braccia di una giovane amica.

Più recente è la prova letteraria di Paul Auster che, nel romanzo L’invenzione della solitudine, descrive sin dalle prime battute il tentativo di fermare sulla carta, definitivamente, i sentimenti provati in seguito alla morte improvvisa del padre, di cui viene a conoscenza una domenica mattina:

Pensai: mio padre non c’è più. Se non faccio in fretta, tutta la sua vita scomparirà con lui. Riflettendoci adesso, anche da una distanza breve come tre settimane, quella reazione mi pare molto strana. Da sempre ero convinto che la morte mi avrebbe stordito, paralizzato di dolore; ma adesso che era accaduto, non versai una lacrima, non mi sentii come se il mondo intorno a me fosse crollato.[3]

Anche in questo caso la scrittura si fa urgente e necessaria per superare la contraddizione segnata dalla fuga nell’indifferenza. Occorre cioè materializzare il desiderio di non dimenticare il passato, al fine di segnare sulla pagina bianca quei ricordi, quelle sensazioni, quelle vicende interne ed esteriori che, se non rielaborate in tempo, rischiano di scomparire in un soffio troppo breve per essere ripreso e conservato nella memoria.

I tre esempi, elencati per affinità, sembrano essere stati fissati anche dai versi di Giuseppe Ungaretti nella poesia I Fiumi (1916), dove il poeta descrive uno stato d’animo che tende alla deflagrazione del proprio vissuto più intimo, se non ricomposto in un ordine dato, quell’ordine che la disciplina della scrittura sembra dare alle cose del mondo quando queste non riescono ad avere più alcuna ragione, nessun senso:

il mio supplizio è quando
non mi credo in armonia.

La condizione di Handke, per sua stessa ammissione, è segnata da un profondo disagio fisico dovuto ad insonnia e irritabilità, ma anche da un’innegabile ed esibita apatia: uno stato d’animo che, con estrema freddezza, lo scrittore oppone alla rabbia provocata dal trafiletto, scritto senza stile né pietà umana.

Sarà la scrittura, così come per Auster, ad aiutarlo a recuperare lucidità e a sottrarlo alla totale insensibilità in cui sta affondando, anche se quel viaggio infernale, faticosamente organizzato con lo scopo di entrare nei meandri del ricordo, lo abbandona all’orrore, lo denuda, lo risveglia.

Scritto nel 1972, pochi anni dopo lo sperimentalismo di Insulti al pubblico (1966), Infelicità senza desideri è considerato uno dei romanzi più significativi del secondo Novecento.

Ritenuto un testo classico, al contrario dei suoi precedenti, così sovversivi e sperimentali sul versante stilistico, Infelicità senza desideri resta un romanzo con una carica sovversiva molto forte, proprio per la freddezza e la «cattiveria» di alcuni suoi momenti.

Il linguaggio e l’approccio organicistico al tema della morte, volutamente «biologico», come sottolinea negativamente nella nota al testo italiano Giorgio Cusatelli, alterna ricordi e considerazioni oggettive, in uno schema simile a una cornice nella quale i due piani, quello privato e quello razionale, quasi scientifico, si confondono.

Niente è posto ad annullare i due limiti: leggere il testo equivale a rimanere irretiti tra oggettività e soggettività, allo stesso modo, senza rete né alcun avvertimento[4]. Handke dichiara in un passaggio:

Faccio della letteratura, come al solito, estraniato e reificato: una macchina che ricorda e che formula.[5]

Nella virtuale cornice che il romanziere costruisce a scapito del lettore, ignaro dei due differenti momenti narrativi, sono confusi tanto i ricordi recuperati con esemplare precisione da un vissuto molto lontano – in cui riaffiorano episodi che Handke bambino elenca nei minimi dettagli – quanto la lucida ratio dell’osservatore, diventato qui quasi una sorta di entomologo di questioni umane. Handke si propone di essere insieme artista e testimone oculare.

E scrivo la storia di mia madre, in primo luogo perché credo di sapere su di lei e su come maturò la sua morte più di qualsiasi intervistatore estraneo, che probabilmente risolverebbe senza fatica questo interessante caso di suicidio con una tavola per l’interpretazione dei sogni (religiosa, psicologica o sociologica), poi nel mio stesso interesse, perché, quando qualcosa mi dà da fare, torno a vivere; e infine perché, esattamente come qualsiasi intervistatore esterno, anche se in altra maniera, vorrei fare, di questa MORTE VOLONTARIA, un caso.[6]

Si è fatto cenno allo stile distaccato e raramente partecipato, cifra originale di un intreccio che coraggiosamente si propone di raccontare l’inenarrabile senza indulgere nella commozione. Lo stesso Handke insiste sin da subito su questo punto, ammettendo l’impossibilità della scrittura di calarsi in modo finzionale tra le trame di un evento ineluttabilmente reale, vero e patito sulla propria pelle di uomo, prima ancora che di scrittore. Interessante è la riflessione che Handke svolge dopo essersi domandato quanto la letteratura avrebbe potuto essergli di aiuto nel risolvere la questione. La risposta non arriva, mentre ci pare di capire tra le pieghe delle sue parole che una possibile soluzione sia ravvisabile solo ponendosi a metà tra le due opzioni. Parlare di un congedo, affrontare la morte di una persona vicina non è opera di romanziere o di scienziato: il rischio è quello di cadere nelle maglie del dramma teatrale, ovvero nella messinscena di un qualcosa che, una volta descritto, inevitabilmente cambia di significato.

Il tentativo di affrontare una forma espressiva priva di coinvol- gimento emotivo sembra essere suggerito dalle parole di Roland Barthes che, nel saggio Le degré zéro de l’écriture, scrive a proposito di Camus:

è necessario superare la letteratura affidandosi ad una lingua basica, ugual- mente lontana dai linguaggi parlati e da quello letterario propriamente detto. Questa parola trasparente, inaugurata dallo Straniero di Camus, realizza uno stile dell’assenza che è quasi un’assenza ideale dello stile; la scrittura si riduce allora ad una specie di modo negativo nel quale i caratteri sociali o mitici di un linguaggio si annullano a vantaggio di uno stato neutro e inerte delle forma; il pensiero salva così tutta la sua responsabilità, senza rivestirsi di un accessorio impegno della forma in una storia che non gli appartiene.[7]

Per rafforzare questo assunto, Handke aggiunge che se avesse voluto scrivere secondo i dettami della letteratura avrebbe dovuto iniziare con una frase diversa:

«cominciò che…»: se si cominciasse così, sarebbe tutto come inventato, non si richiederebbe all’ascoltatore o al lettore una partecipazione personale, gli si presenterebbe soltanto una storia assolutamente fantastica.[8]

Superate le premesse e indicata la strada narrativa da percorrere, Handke si riappropria del proprio bagaglio di ricordi personali e comincia a raccontare la vita di quella che, prima di ogni ruolo, fu una bambina, una ragazza, una donna.

Ella nacque e morì in un paese della Slovenia, da un padre che, al momento in cui Handke scrive, è ancora vivo ed ha 86 anni. Il padre era un ferroviere che a tempo perso faceva il contadino, la madre lavorava nei campi: erano entrambi poveri, come gli altri nel villaggio, del resto. La ricchezza era prerogativa dei prelati o dei nobili, benché la madre fosse figlia di un piccolo proprietario terriero e quindi di origini piccolo borghesi.

Nonostante suo padre avesse ottenuto, grazie ai risparmi, di vivere decentemente – cosa rara a quei tempi – niente era stato concesso alla figlia femmina, sicuramente non la possibilità di studiare come invece avevano potuto fare i fratelli.

Unica femmina di cinque figli, due dei quali morti nella Seconda Guerra mondiale, era stata da sempre privata di tutti i diritti e oberata solo di doveri. Inascoltata, sola e incompresa, la ragazza fu da subito relegata a ruolo di comparsa, sia in casa che fuori. Questa realtà restò immutata fino alla sua permanenza in famiglia, anche se a scuola studiava ed era una brava allieva. Infatti, terminata la scuola dell’obbligo, non poté continuare gli studi. Poiché la destinazione naturale fu da subito e senza dubbio il mestiere della casalinga, ella fu privata di ogni possibile alternativa.

Del resto, nel villaggio dove viveva non era permesso alle donne di casa lavorare fuori o svagarsi, come invece potevano fare gli uomi- ni. Le donne di quella piccola comunità erano ombre mute e senza possibilità di riscatto, e di questo triste destino erano consapevoli sin dall’infanzia.

Tuttavia Handke ricorda che la madre fu una ragazza allegra e spavalda e che il suo era un carattere vitale ed esuberante, nonostante le privazioni patite.
Oltretutto la temperatura di quegli inverni lunghi, freddi e bui, tutto poteva meno che arrecare sollievo agli animi dei villici: quel clima non aiutava affatto ad affrontare la vita e obbligava perlopiù tutti a ritirarsi dentro case anguste e mal riscaldate. Resta pur vero che, se la ragazza avesse potuto studiare, la sua umile presenza avrebbe goduto di maggior libertà.

A 15 anni, interrotti gli studi, si decise a lasciare la famiglia per lavorare come cuoca. Proprio in quel periodo, intanto, in Germania Adolf Hitler aveva cominciato a far sentire la sua terrifica presenza.

Ricorda Handke che la madre ascoltava i discorsi di Hitler alla radio, come tutti, ma nello stesso modo con cui si ascolta la musica di sottofondo, occupandosi contemporaneamente dei lavori di casa, di pulire, stirare, senza prendere mai troppo sul serio le parole, che quasi sfuggivano alla sua attenzione, come succede con il suono, etereo, momentaneo.

Come sappiamo, i primi teorici della radiofonia furono vicini al nazionalsocialismo e la radio nacque come megafono del potere, medium di oligarchi e dittatori. Mezzo evocativo per definizione, essa aveva secondo alcuni il potere di suggestionare e rafforzare il pensiero attraverso le sue onde elettromagnetiche. E il suo ruolo non fu secondario nell’affermazione di nuovi governi, come della loro distruzione.

Mentre il nazionalsocialismo si affermava con grande velocità, gli ebrei scomparivano dai villaggi fuggendo al pericolo, ma purtroppo – annota amaramente Handke – «mia madre pensava ad Hitler come ad un cantante!».

Gli albori del nazionalsocialismo venivano confusi con un nuovo inizio, come una linfa vitale sopraggiunta dopo gli stenti sofferti duran- te la Repubblica di Weimar. Pareva che nelle città tedesche iniziasse la festa. Una nuova energia si stava impossessando del Paese: si usciva di casa, ci si ritrovava tutti dietro a un comune sentire, si partecipava alla nascita di una nuova società piena di promesse e colma di futuro.

A quell’epoca la ragazza si era finalmente fatta donna senza più i timori e la paure dell’adolescenza; e si innamorava di un camerata del partito, impiegato alla Cassa di Risparmio.

Nonostante lui fosse sposato, lei rimase incinta. Molto innamorata, decise di tenere il bambino a cui diede il nome di Peter.

Per quanto sua madre amasse devotamente il suo compagno, Peter non finirà mai di chiedersi il perché, dal momento che l’uomo era brutto, basso e stempiato e non aveva nulla per cui perdere la testa.

Handke racconta come nelle foto si notasse che lei lo superava in altezza, pur senza tacchi. Erano una coppia ridicola, aggiunge sarcastico l’autore. Eppure lei lo rimpiangerà per tutta la vita, senza riuscire mai a dimenticarlo.
Per la prima volta, da quando il racconto si è posato sulla biografia della madre, Handke accenna a quella che probabilmente diventerà una delle ragioni della sua malattia, ovvero l’ossessione per un passato, incarnato da un uomo che non seppe mai corrisponderla nello stesso modo. La fissità di questo sentimento, secondo Handke, deve essere riportata alle crudeli circostanze della vita.

Nondimeno la donna seppe reagire alla solitudine, sposandosi con un sottoufficiale della Wehrmacht, incontrato prima che Peter nascesse. Egli seppe amarla intensamente, ma non fu mai ricambiato e nulla di quel legame riuscì a donarle tranquillità o spensieratezza. A quel matrimonio seguirono almeno quattro aborti.

Inoltre il matrimonio fu l’ennesimo obbligo impostole dalle convenzioni, perché ella non voleva sposarsi e soprattutto non voleva unirsi per sempre a quell’uomo.

Intanto in Europa la guerra infuriava e con essa il disastro. Nel villaggio sloveno dove fece ritorno per rifugiarsi, la donna si ritrovò a patire la fame e a sottostare a regole sociali ancora più assurde, severe e crudeli, di quanto si potesse ricordare.

Ma solo quando tornò a Berlino ricordò di essere sposata; lo aveva dimenticato, come faceva ogni volta che la vita le imponeva delle decisioni.
Ora l’uomo che aveva sposato prese a picchiarla, tanto per rimarcare che era lui a tenere le redini della famiglia. Per contrasto lei diventò una donna elegante e algida. Lui cominciò a bere, lei cominciò ad odiarlo.

E se col tempo divenne meschina e avara, a soli trent’anni perse il senso del tempo e della vita. D’un tratto non fu né moglie, né madre, né donna, né viva: solo coi russi che le parlavano sloveno ricominciò a parlare, per il resto prese a considerarsi finita, morta, senza futuro.

Il racconto di Handke, sollecitato dai ricordi, ma soprattutto dalla capillare ricerca di un filo conduttore che unisce gesti, memorie, brevi tracce di vita vissuta, qui si fa appena commosso, partecipe, indebolito dai sentimenti ancora vivi. A ricordarci che piangere la propria madre significa piangere la propria infanzia.[9]

Il dopoguerra berlinese coincise con il ripristino di una vita simil borghese ma ottusa e segnata dai divieti per i figli, ma soprattutto per se stessa.

A casa la madre si limitava al grado minimo dell’espressione di sé: la cura del marito, dei figli e degli oggetti. Il ricordo di questa vita limitata a gesti automatici e vuoti porta Handke – che lo ammette esplicitamente – a dichiararsi in difficoltà a mantenere il ricordo nitido di quei fatti, riconoscendo al contempo l’impossibilità di distanziarsene:

mia madre non può diventare per me quello che io divento per me stesso, una figura artistica alata e vibrante, sempre più serena. Lei non si lascia incapsu- lare, resta inafferrabile, le frasi precipitano in qualcosa di buio e giacciono confuse sulla carta.[10]

e ancora:

indicibile si dice spesso nelle storie, oppure indescrivibile, e solitamente io ritengo che siano scuse meschine; ma questa storia ha veramente a che fare con l’inesprimibile, con attimi di terrore ineffabile. Tratta di momenti in cui la coscienza, per l’orrore, fa un salto; stati di terrore talmente brevi che la lingua arriva sempre troppo tardi; processi onirici così atroci che si vivono fisicamente come vermi nella coscienza.
[…] tutt’al più, è nel sogno che la storia di mia madre si lascia per breve tempo afferrare: perché allora i suoi sentimenti diventano così fisici che io li vivo come una controfigura, e mi identifico con essi; ma questi sono proprio quei momenti di cui già si parlava, dove l’estremo bisogno di comunicare coincide con un’estrema incapacità di parlare. Perciò si finge la regolarità di uno schema consueto di vita, scrivendo : allora, poi…, perché, sebbene… e in tal modo si spera di padroneggiare la voluttà del terrore. E questo è forse il lato comico della vicenda.[11]

Il proposito di restare un passo indietro, di padroneggiare il materiale magmatico e fragile del quale i rapporti di vicinanza sono intessuti, si infrange nella narrazione della realtà, laddove essa sfugge e deraglia verso confini, limiti e cesure, impraticabili anche per il più abile dei romanzieri. La morte rappresenta un tabù da cui è difficile fuggire. A maggior ragione quando essa riguarda l’ineffabile giogo rappresentato dal materno, ovvero l’origine da cui ogni esistenza prende le mosse a prescindere dalla forza del legame che da esso scaturisce.

E non è di secondaria importanza sapere che il lutto non deriva da una morte naturale, bensì da un suicidio, gesto che di per sé mette in atto il congedo dal mondo per rimarcare, senza ombra di dubbio o ambiguità, la rinuncia, il diritto insindacabile di abbandonare ogni rapporto con la famiglia, la società e il mondo.

Tuttavia il coraggio dell’autore risiede proprio nella ricerca di una verità che per quanto scomoda e terrificante, ha infatti il segno di un atto pacificatore, definitivo, pur sconfinando nella descrizione di particolari spiacevoli, sconcertanti per crudezza e privi di pudore. E ciò a scapito della forma letteraria, da cui Handke cerca di smarcarsi sin dall’inizio, come si è già precedentemente sottolineato.

Nondimeno crediamo che l’intento conciliatore, il congedo, non sia avvenuto come da intenzione, ma si sia riverberato anche tra le pieghe di altri scritti dello scrittore austriaco, come il riflesso di una luce troppo accecante per essere spenta.

Il lungo e faticoso lavoro di riappropriazione della propria infanzia, della giovinezza, dell’esperienza di vita vicina alla madre – lontana dalla madre – non troverà pace né durante la scrittura né dopo la conclusione del testo.

A niente sembra essere servito evocare i ricordi più lieti, i particolari più ingombranti. E nemmeno l’esattezza con cui sono state annotate le insignificanti minuzie della quotidianità più trita.

In questa vicenda di privazione – privazione della propria iden- tità di donna, innanzitutto – Handke non solo legge il fallimento di un’epoca che ha conosciuto solo distruzione e morte, ma anche il fallimento del suo essere figlio e uomo, vicino ad una madre che gli preferirà la morte per ingerimento di barbiturici: l’unica possibilità di autoassoluzione per manifesta incapacità di stare al mondo.

Nel vuoto pneumatico in cui la madre lentamente si abbando- na, congedandosi infine dalla vita, c’è l’incapacità di riprendere in mano un vissuto che le è sempre sfuggito, insieme all’impossibilità di ricostruirsi un’identità deflagrata nel divieto costante di assumersi responsabilità, scelte e desideri.

Quando sul finire della vita la madre comincerà ad ammalarsi gravemente, soffrendo terribili mal di testa che la priveranno di gesti, voce e memoria, la vicinanza di Peter avrà il merito di allontanarla per un po’ dalla fine, consegnandole un pretesto per vivere: la lettura.

Finalmente lontana dal marito sempre mal sopportato, ubriacone, disoccupato, la donna ora pare vicina alla possibilità di proiettare sui romanzi quella vita mai riconosciuta (perché mai avuta) di cui ha sofferto la mancanza; ma la lettura, annota amaramente Handke, non sembra donarle un futuro, casomai solo un passato fittizio:

leggeva i libri soltanto come storie del passato, mai come sogni del futuro […]. La letteratura non le insegnava a pensare finalmente a sé, ma le spiegava che ormai era troppo tardi.[12]

Nonostante i segni di una forte depressione che non le consentirà di vedere oltre il qui e ora – come avviene a chi è privo di desiderio – la donna si rinchiuse in un eterno presente (con qualche breve ed irrilevante flash-back), imparando a non interrompere il marito men- tre parla, a non trattarlo con la sufficienza che le era abituale, a non detestarlo con la forza con cui lo aveva disprezzato nel suo intimo.

La lettura, equivalente a uno strumento di confronto, di dialo- go, le permise un’apertura polemica alla realtà: la rese parzialmente capace di esprimere quella minima coscienza politica indispensabile per riprendere almeno la voglia di partecipare al voto scegliendo il partito socialista.

Ma ad interrompere questo breve momento di serenità bastò che uno dei figli sfasciasse la macchina perché ubriaco. Il senso di colpa la gettò nuovamente nell’apatia tipica di chi non ammette di esistere, o di chi sente l’inadeguatezza della propria presenza. Eppure – ricorda l’autore – aveva ripreso ad avere cura di sé e del suo vestire; non tanto per ostentare sicurezza, quanto per un totale menefreghismo nei confronti degli altri. Finalmente.

La depressione della madre fu il momento in cui Handke si ac- corse di lei, come se prima, fantasma tra i fantasmi, fosse trasparente allo sguardo altrui, familiare o estraneo. Notò all’improvviso il suo corpo inetto, sofferente.
La morte era vicina mentre la madre, secondo quanto riporta lo scrittore, pareva sempre più lontana, insensibile, indisponibile. Ella non amava più la vita, anche se dichiarava spesso di temere la morte.

Il congedo avvenne in una data precisa, ma prima del gesto la donna scrisse una lettera a tutti.

Si preparò al suicidio andando in città a farsi manicure e pedicure, mentre la sera precedente vide la tv con il figlio più piccolo; si coricò – non prima di aver indossato le mutandine igieniche (!) – e infine ingerì i sonniferi (la dose necessaria), quindi si distese con le mani conserte e morì.

Nella lettera che mi indirizzò – confessa Handke – mi assicurò di essere finalmente tranquilla e serena, ma non le credetti. […] La sera dopo, ricevuta la notizia della sua morte, tornai in Austria […]. Ogni tanto, dopo averla contemplata a lungo [nella camera ardente, n.d.r.] non sapevo più che cosa pensare. Erano i momenti di noia più grande, e io restavo, distratto, vicino al cadavere. Ma quando l’ora fu trascorsa, non volli uscire e rimasi con lei nella stanza più di quanto non mi ero proposto.[13]

Il romanzo si chiude con la dichiarazione di sconfitta dell’autore, che non si è affatto liberato dagli incubi né dal doloroso peso dei ricordi.

Di certo Handke ha tentato di restituire giustizia ad un vuoto, alla mancanza di una madre non accettata né compresa fino in fondo. Ma non sempre efficacemente.

Crediamo che l’ostilità abbia origine da un forte risentimento, dalla rabbia che segue una morte annunciata invano e mai presa troppo sul serio.

Ci piace pensare che quattro anni più tardi la figura di Marianne, protagonista di quel magnifico romanzo che è La donna mancina – cioè maldestra, sbagliata, inetta – possa assomigliare a ciò che Handke avrebbe voluto fosse sua madre quando era bambino: una donna liberata dal giogo maschile, dal peso del ruolo, dal dovere del ruolo, ma anche dalla riconoscenza verso qualcuno o qualcosa.

Come Bruno – il marito abbandonato di Marianne che le pre- ferisce la solitudine – anche Peter insieme a tutti gli uomini che conobbero sua madre, non ha saputo cogliere o comprendere la forza del femminile, la sua capacità di riscatto, la sua energia, il suo guizzo di orgoglio.

Marianne, liberatasi dal marito, è ora finalmente in grado di lavorare serenamente alla traduzione di romanzi. Una sera si sofferma a leggere a voce alta il libro su cui sta lavorando, estrapolandone questa frase:

nel paese dell’ideale: io da un uomo mi aspetto che mi ami per ciò che sono e per ciò che diventerò.[14]

E ancora:

finora gli uomini mi hanno resa più debole. Mio marito diceva di me, Michèle è forte. In realtà lui vuole che io sia forte per ciò che non interessa a lui: per i figli, per la casa, per le tasse. Ma in quello che a me balena come possibile lavoro, in quello mi distrugge, dice: mia moglie è una sognatrice. Se si chiama sognare voler essere ciò che si è, allora voglio essere una sognatrice.[15]

Note

1 P. Handke, Infelicità senza desideri, Garzanti, Milano 1999, p. 9.
2 A. Camus, Lo straniero, Bompiani, Milano 2001, p. 4.
3 P. Auster, L’invenzione della solitudine, Einaudi, Torino 1997, p. 4.
4 Cfr. H. Kitzmüller, Peter Handke. Da «Insulti al pubblico» a «Giustizia per la Serbia», Bollati Boringhieri, Torino 2001.
5 P. Handke Infelicità senza desideri, cit., p. 11.
6 Ibid.
7 R. Barthes, Il grado zero della scrittura,Einaudi, Torino 1972, p. 150.
8 P. Handke, Infelicità senza desideri, cit., p. 12.
9 A. Cohen, Il libro di mia madre, Rizzoli, Milano 2008, p. 23.
10 P. Handke, Infelicità senza desideri, cit., p. 36.
11 Ibid.
12 Ivi, p. 51.
13 Ivi, p. 73.
14 P. Handke, La donna mancina, Garzanti, Milano 1999, p. 42.
15 Ivi, p. 43.

 

 

tysm literary review, vol. 10, no. 15, june 2014

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