philosophy and social criticism

«I like, therefore I am»: René Girard “padrino” dei like?

Marco Dotti

«The godfather of like», il padrino del “mi piace”: così il Times Literary Supplement titola un intervento su René Girard di Jonathan Benthall, per oltre un quarto di secolo direttore del Royal Anthropological Institute, fondatore dell’autorevole Anthropology Today.

L’occasione, a Benthall, è offerta dalla pubblicazione, per Michigan State University Press, di una biografia, Evolution of desire. A life of René Girard, scritta da un’altra collaboratrice del TLS, Cinthia L. Haven.

Benché un titolo millanti sempre più indizi di quante prove un (qualsiasi) articolo non offra, nel nostro caso gli indizi sono chiari. E la prova, si direbbe, è lampante.

Imito, dunque sono

A partire dagli anni sessanta, l’antropologo francese René Girard – che, riprendendo una definizione dell’analista Arnaud Auger Sengupta, il TLS chiama “padrino” del tasto “I like”– ha individuato il driver dell’intero processo sociale nella mimesi del desiderio.

«L’imitazione – scrive Girard –è l’intelligenza umana in ciò che ha di più dinamico». Una formula semplice, eppure dotata di una logica ferrea: imito/desidero quindi sono. Declinata nel reame dei social, questa formula si potrebbe facilmente tradurre: I like, therefore I am.

Il desiderio, spiega in pressoché tutti i suoi libri René Girard, si sviluppa seguendo una geometria triangolare: c’è chi imita, c’è il modello da imitare e c’è, infine, l’oggetto che quel modello indica come desiderabile.

Pertanto, osserva Girard, il desiderio non esiste in sé. Per esistere ha bisogno dell’esistenza dell’altro. O meglio, di un altro che desidera. Anche l’odio si articola secondo questa logica, innestando un feedback: solo l’essere che ci impedisce di esaudire un desiderio da lui stesso innescato «è veramente oggetto di odio», scrive in Mensonge romantique et vérité romanesque, il suo libro-chiave del 1961.

Un oggetto, uno status, un simbolo, una persona sono dunque appetibili solo se un altro, che io assumo come modello, li desidera prima di me. Quest’altro è il centro verso cui convergere o contro cui confliggere: ecco perché il vero oggetto del desiderio non è mai l’oggetto in sé, ma l’oggetto in quanto desiderato dall’altro e, in ultima istanza, l’altro stesso. L’imitazione ci fa superare la sfera prettamente animale, ma ci fa perdere anche il suo equilibrio. Così ci espone al rischio di farci cadere ben al di sotto della sfera animale stessa. Qui interviene la cultura, là dove ancore sussite: «la cultura umana consiste essenzialmente nello sforzo di impedire lo scatenarsi della violenza, separando e differenziando tutti gli aspetti della vita pubblica e private che, se lasciati alla loro reciprocità, rischierebbero di sprofondare in una violenza irrimediabile». Chi ignora o sottovaluta questa logica, ne diventerà schiavo.

Ma se accettata fino in fondo la teoria di Girard svela un’antropologia profondamente relazionale: non siamo mai noi a desiderare ma è il desiderio, in questo «entre deux», a creare ciò che chiamiamo “io”. Ci costruiamo socialmente in questo labirinto di specchi. Ci quotiamo, a colpi di “like” in quello che Carlo Strenger ha chiamato global I-commodity market.

Eugene Webb, che ha tentato di applicare la teoria girardiana alle scienze psicosociali avanzate, propone di chiamare self-between questo “io”. Letteralmente: un “io tra due”, “io nel mezzo”.

Non sono in molti a chiedersi se nell’aver intuitivamente colto ed elevato a potenza la dinamica del desiderio mimetico risieda la ragione del successo planetario e transculturale, oltre che la loro configurazione come scapegoating machine, dei social network.

René Girard

Ciò che lega Girard alla struttura e al cuore della cosiddetta networked society ha natura di doppio legame. Da un lato, Girard ha studiato i meccanismi dell’imitazione e del contagio rivolgendo lo sguardo essenzialmente a materiare etnografico.

Dall’altro lato, su questo lavoro sine ira et studio, seguendone le lezioni a Stanford si è formato uno dei più innovativi, controversi, ma di certo meno polverosi e retorici venture capitalist del nostro tempo. Un tipo che ha la stazza del pensatore, non solo dell’arricchito. È Peter Thiel, figura atipica di philosopher-CEO e capitalista dei flussi, il cui nome appare regolarmente nella cronaca politica internazionale, ma la cui visione è ancora tutta da capire.

È sostanzialmente a questo legame fra Thiel e Girard che il titolo del TLSfa riferimento. Ed è un legame che, polemiche a parte, può darci qualche indicazione utile per muoverci in un ecosistema sociale, il cosiddetto new operating social system, dentro il quale le nostre vite sono in costante ricomposizione.

Oltre l’apocalisse

Peter Thiel, fondatore di Pay Pal e di Palantir, oggi in Founders Funds ha più volte raccontato come sia stato l’incontro con Girard a ispirargli la fuga da New York verso la Silicon Valley. Valley che, oggi, Thiel ha polemicamente abbandonato, definendola un covo di gente distrutta dai titoli di studio e senza più capacità di innovazione concreta. Come non ha mai fatto mistero di aver preso la decisione di investire in Facebook ispirato, oltre che da una logica immanente alle dinamiche speculative, dalla contingenza. In questo casoL l’aver incrociato il pensiero di René Girard.

Thiel investì in Facebook ritenendo che i nascenti social media avrebbero non solo corroborato le teorie di Girard sul mimetismo, ma avrebbero anche permesso una canalizzazione della violenza non più garantita dalle strutture sociali e politiche correnti ritenute al collasso.

«Facebook si è diffuso col passaparola – ha dichiarato Thiel – e tratta del passaparola. Così è doppiamente mimetico. I social media hanno dimostrato di essere più importanti di quanto sembrasse, perché riguardano la nostra stessa natura». I like, therefore I am. Imito dunque sono,appunto.

Durante la settimana del 12 luglio 2004, un gruppo di ricercatori si riunì a Stanford per discutere del mondo post 11/9 con René Girard. Per Thiel fu la svolta. Gli atti del simposio vennero raccolti in un volume, Politics and Apocalypse. Tra i partecipanti, unico non professore universitario della lista, spicca proprio il nome dell’allora presidente di Clarium Capital.

The French connection

Il legame di Thiel con Girard, spiega Geoff Shullenberger su Cyborgology, in un saggio titolato Mimesis, Violence, and Facebook: Peter Thiel’s French Connection, è noto, ma scarsamente compreso. Si limita all’aneddotica, non va nelle strutture.

La maggior parte delle analisi, soprattutto dopo la discesa in campo di Thiel nella campagna elettorale di Donald J. Trump, si fermano alla descrizione di un conservatorismo che sarebbe tra loro comune. Ma le visioni politiche di Girard e Thiel su cristianesimo,guerra, individualismo e libertarismo non sono sovrapponibili. Il punto d’intersezione è su un altro livello: entrambi sono convinti di aver colto le strutture profonde dell’agire e dell’interagire umano. Entrambi, hanno messo a frutto, uno nello studio, l’altro nell’impresa, questa convinzione.

Il momento-Strauss, il momento-Schmitt, il momento-Girard

Tuttavia è al simposio del 2004 su politica e apocalisse che dovremmo guardare. Thiel e Girard credono che la filosofia occidentale non possa più nulla contro la violenza globalizzata. Nel suo contributo a quel dibattito, The Straussian Moment, Thiel cerca una sintesi fra la teoria mimetica e i filosofi Leo Strauss e Carl Schmitt. Da quest’ultimo, Thiel trae la necessità di definirsi attraverso la definizione di un nemico: una sorta di mimetismo polemologico.

Per Thiel, Strauss, Schmitt e Girard riassegnano alla violenza un ruolo fondamentale nella comprensione dell’umano e nella costruzione dell’ordine sociale.

Il 2004 è per Thiel l’anno cruciale. Poco dopo aver preso parte al simposio su politica e apocalisse, come angelic investor investì 500mila dollari nel lancio e sviluppo della piattaforma Facebook.  Fu il primo finanziamento esterno per una start up fino a quel momento ignota agli ambienti finanziari.

Poco applicata, ad oggi, negli internet studies la teoria del desiderio mimetico di Girard ha un corollario nella sua teoria della violenza e del capro espiatorio.

Thiel, racconta Geoff Shullenberger, potrebbe aver «investito e promosso Facebook non solo perché le teorie di Girard lo hanno portato a prevedere la futura redditività dell’azienda, ma perché ha visto i social media come un meccanismo per il contenimento e la canalizzazione della violenza mimetica di fronte a uno Stato inefficace».

Facebook, quindi, non era semplicemente un investimento preveggente e ben remunerato per Thiel, ma un atto politico radicale strettamente connesso ad altre sue azioni ben note, dalla fondazione di Palantir Technologies, definita «il braccio tecnologico della Cia», fino al sostegno alla causa Bollea/Hulk Hogan vs. Gawker (anche questa da leggere in chiave girardiana, dove il capro espiatorio, redento da Thiel, è rappresentato da Hulk Hogan).

Ciò che contraddistingue la vision di Thiel è, però, la sua natura escatologica e, per questo, in rapporto al ritorno della violenza ultima.

L’apocalisse verrà. Verrà in tempi brevi. Thiel sembra orientato verso questa certezza. Così fosse, troverebbero una facile lettura tanto il progetto Seasteding, quanto l’acquisto di terre in Nuova Zelanda. Ci torneremo. Restiamo alla logica.
L’impressione, spiegava d’altronde René Girard, è che muovendo da questa logica Thiel ritenga che, ignorando i principi mimetici che la reggono, l’umanità si stia recando a passi sempre più svelti «a un appuntamento planetario con la violenza».  E al suo, forse inevitabile, collasso.

[segue]

Cita questo articolo: «I like, therefore I am»: René Girard “padrino” dei like?, "Tysm". Published 23 settembre 2018. Last accessed 16 novembre 2018. http://tysm.org/davvero-rene-girard-e-il-padrino-dei-like/

 

tysm review
philosophy and social criticism
issn: 2037-0857
creative commons license this opera by t ysm is licensed under a creative commons attribuzione-non opere derivate 3.0 unported license.
based on a work at www.tysm.org

Download this article as an e-bookDownload this article as an e-book