philosophy and social criticism

Decostruire il mito di Okinawa

"www.tysm.org"

“Still dal documentario Motoshinkakarannu (1971, NDU)”

di Matteo Boscarol

L’isola di Okinawa e la prefettura omonima, con tutte le piccole e grandi isole che la compongono, rappresentano fin dalla loro annessione all’Impero giapponese durante la Restaurazione Meiji, una zona borderline, uno spazio geopolitico e psicogeografico, una sorta di Altro (falso) con cui il Giappone come nazione e gran parte della sua popolazione, si rapporta continuamente, un limite geografico, mentale e storico che è necessario allo stato-Giappone per la sua esistenza.

Lo stesso nome, Okinawa, è una parola giapponese, le isole dell’arcipelago sono infatti chiamate nella lingua vernacolare Ryūkyū, ma anche questa definizione comprende una zona più vasta dell’odierna prefettura di Okinawa, insomma quando si affronta “Okinawa” si va sempre incontro ad un’oscillazione di termini e ad una sovrapposizione di storie, di passaggi, di origini. Inoltre a rendere ancora più complessa la situazione non va dimenticato che Okinawa è un luogo privilegiato, suo malgrado, dove tutte le faglie geopolitiche che attraversano la parte estremo orientale del continente asiatico sono più evidenti, sia per la sua storia, sia per il suo essere una zona di soglie geografiche e indentitarie.

Un luogo Altro

Okiinawa è spesso stata usata, è ancora lo è, nell’immaginario collettivo giapponese come territorio-Altro, una sorta di origine e di spazio che custodisce quei valori che si oppongono alla modernità, l’attaccamento alla natura ed i cicli naturali. Ma questa percezione quasi “orientaleggiante” come luogo di riflessione e di cura opposto al dominio della velocità e dell’ “inumano” delle metropoli, specialmente Tokyo, è solo un diverso lato della medaglia, di quel processo che vuole definire l’unicità del Giappone che specchiandosi in essa, vede nell’isola il suo sedicente passato, quello “vero”, “primigenio” da cullare ma allo stesso tempo da cui allontanarsi.

La concettualizzazione di Okinawa come zona “altra” ha una funzione di cuscinetto verso le tensioni post-belliche che continuano a scuotere le propaggini orientali del continente asiatico, ma soprattutto funziona come taglio che separa (surrettiziamente separa) l’arcipelago giapponese dal resto dell’Asia.

"mappa delle isole Ryukyu"

Mappa delle isole Ryukyu

Questa immagine che viene perpetuata nei/dai giornali, riviste trova molti esempi anche nel cinema, nella televisione, nell’industria del turismo e nella pubblicità ed è così radicata nella forma mentis delle persone, e non solo dei giapponesi, che talvolta risulta difficile rendersi conto dell’apparato narrativo e mitopoietico tossico in funzione.

Rompere uno schema di pensiero

Esistono per fortuna molti esempi che ci aiutano a disintegrare questa forma di pensiero, nell’ambito cinematografico pensiamo ad esempio alla filmografia di Takamine Gō, artista nato a Okinawa, con i suoi documentari degli anni settanta ma anche con le opere successive, nel 1990 vince ad esempio con il suo “Umantagiru” il premio Caligari al festival di Berlino.

Oppure sempre restando nel campo documentario ed in maniera ancora più intensa pensiamo a Motoshinkakarannu (1971) del collettivo documentaristico NDU, un esempio di cinema caos, in cui vediamo la vita di una giovanissima prostituta e tutto quello succede a Okinawa nell’anno in cui il film fu girato, il cruciale 1971, un anno prima del ritorno del territorio allo stato giapponese.

Uno spaccato, un coagulo d’immagini che ci presenta le contraddizioni che tagliano, attraversano e formano la società e le persone di Okinawa, le giovani prostitute che cantano malinconicamente, i soldati americani, dei sindacalisti giunti dal Giappone, yakuza, soldati afro americani membri delle Black Panthers, attivisti che si sollevano contro la presenza militare americana. Ma è lo stesso percorso del NDU a segnalarci come i discorsi su Giappone, Okinawa, Asia e resto del mondo vadano sempre storicizzati e messi fra loro in relazione, in movimento.

Still da Paradise View (Takamine Gō, 1985)

Still da Paradise View (Takamine Gō, 1985)

Il primo film del collettivo è del 1969, Onikko , e documenta le rivolte di un gruppo di lavoratori delle ferrovie nazionali contro la guerra in Vietnam, attraverso il loro tentativo di fermare un treno che trasporta carburante per i bombardieri americani. Il gruppo poi si sposta a Okinawa con appunto Motoshinkakarannu ed in un movimento di sfondamento dei confini si muove sempre più a sud nelle isole di Miyako, Ishigaki, Yonakuni e alla fine a Taiwan, con il film Asia is One, dove vengono raccolte delle storie sulla violenza e la prevaricazione delle etnie locali durante l’occupazione giapponese.

Il movimento centrifugo del collettivo continua con il sucessivo documentario in Micronesia, territorio anch’esso in passato parte dell’Impero nipponico e salta poi a Los Angeles, città vista ed affrontata attraverso l’arrivo dal confine messicano con Bastard on the Border del 1976 (in realtà il gruppo non esiste più ed il film è opera di Nunokawa Tetsurō uno dei fondatori del NDU). Anche qui come nei lavori precedenti viene messa su pellicola la sovrapposizione dei confini, anche quelli mentali, che delimitano nazioni, popoli e razze, e viene esposta la violenza verso le minoranze che la nascita di ogni nazione porta sempre con sè.

Il villaggio circondato

Le proteste contro la presenza delle basi americane ed il loro grado di pericolo per la popolazione sono presenti nel tessuto sociale a Okinawa fin dalla riannessione dell’isola e dell’arcipelago nel 1972. Negli ultimissimi anni però con la decisione di spostare quella che è la base più grande, quella di Futenma, probabilmente in una zona a nord dell’isola e con l’annuncio dell’acquisto dei famigerati elicotteri Osprey, ritenuti molto pericolosi per la popolazione civile che abita vicino alle basi, il sentimento di rabbia degli abitanti di Okinawa sembra essere ritornato ai livelli più alti, specialmente quando tutto questo non viene praticamente coperto dai media tradizionali e nazionali.

È di pochi giorni fa, domenica 25 gennaio 2015 una grande protesta contro lo spostamento della base di Futenma a Tokyo, manifestazione praticamente ignorata da televisioni e da molti giornali, anche perchè il caso dei due giapponesi detenuti dall’ISIS ha dominato il panorama mediatico.

The Targeted Village è un documentario pensato dapprima per la televisione, prodotto dalla Ryūkyū Asahi Broadcasting Corporation e diretto dalla giornalista Mikami Chie che nei 91 minuti della sua durata (la versione del 2013) percorre la resistenza di un piccolissimo villaggio di appena 160 persone, Takae, situato proprio in vicinanza delle zone scelte per costruire i sei nuovi eliporti militari. La rabbia per l’accerchiamento da parte dell’esercito americano e l’abbandono e l’indifferenza dello stato giapponese, si mischiano alla tenacia ed alla volontà di resistere ad ogni costo, un nodo di emozioni e sentimenti che percorre fortemente tutta la travagliata storia di Okinawa e che ritroviamo anche in altre parti periferiche dell’arcipelago, basti pensare alle zone settentrionali del Giappone colpite nel 2011 dal terremoto e dallo tsunami che, dopo un iniziale interessamento sono state quasi dimenticate e lasciate a loro stesse.

La decisione per la costruzione degli eliporti è datata 1996 con un accordo fra il governo giapponese e quello degli Stati Uniti, mentre l’inizio dei lavori era stato fissato nel 2007, poi postposto dalle proteste al 2008. Il documentario, girato in modo tradizionale con una voce narrante ed in questo senso stilisticamente molto televisivo, ci presenta la resistenza degli abitanti del piccolo villaggio ed i loro tentativi di ostacolarne la costruzione.

La novità rispetto alle altre proteste avvenute sull’isola ed il cuore del film stesso è il fatto che il governo giapponese nel 2010 decide di intentare causa a due residenti di Takeo, rei di aver ostacolato i lavori di costruzione degli eliporti, una mossa che il film denomina SLAPP (“strategic lawsuit against public participation”), un’arma di intimidazione che solitamente in altri stati non è permessa ed un caso eccezionale visto che lo stato, che dovrebbe rappresentare i cittadini, praticamente fa causa ad uno dei suoi membri e cioè se stesso.

Particolarmente toccanti sono le scene in cui la folla che protesta, confronta direttamente la polizia venuta a sgomberla e gli operai pronti a costruire, un faccia a faccia dove, solitamente le donne, si rivolgono rabbiose e tristi all’individuo e non al gruppo che rappresenta.

Nel corso del documentario inoltre, attraverso la testimonianza di alcuni anziani, emerge la sconcertante verità che durante la guerra in Vietnam, per esercitarsi ad attaccare i villaggi di quel paese, le forze militari americane pagavano e forzavano gli abitanti di Takae, comprese donne e bambini, ad abbigliarsi da vietnamiti e diventare così bersaglio dei loro finti attacchi.

Targeted Village è un documentario che pur non rappresentando stilisticamente niente di particolarmente nuovo, ha scosso molte coscienze nelle varie ed affollatissime proiezioni a Tokyo e Osaka, città che nella loro lontananza e nell’ovattato silenzio dei media si sentono, o almeno dovrebbero farlo, sempre di più colpevoli d’ indifferenza.

 

Timeline post bellico

 

1945

Nel corso della cosiddetta battaglia di Okinawa cominciata in marzo, le truppe americane sbarcano a terra il primo aprile. Il 23 maggio il generale Ushijima e l’ufficiale Cho si suicidano all’entrata della grotta di Mabuni ed il 7 settembre viene firmata la resa. I civili giapponesi uccisi saranno più di 120 mila.

1946

Viene sollevato il potere amministrativo del governo giapponese sulle Isole Ryukyu (che includono Okinawa), l’arcipelago di Ogasawara e quello di Amami. Inizia l’amministrazione civile americana (USCAR) con Shikiya Koshin che viene nominato governatore

1947

Il primo film nel periodo post-bellico viene proiettato nel cinema Chitose.

1948

Cominciano le pubblicazioni dell’Okinawa Times, il giornale locale

1949

Gli Stati Uniti decidono di prolungare l’amministrazione dei territori di Okinawa

Cresce la proiezione dei film underground che arrivano a Okinawa via Taiwan.

1950

Il Comandante supremo delle forze alleate annuncia la costruzione di basi militari a Okinawa.

1951

Viene formato il Gruppo per la promozione del ritorno di Okinawa al Giappone. Più di 500 persone lasciano l’isola per cercare fortuna in Argentina.

1953

L’otto gennaio si svolge la prima manifestazione pubblica per il ritono di Okinawa al Giappone.

Il 20 novembre il vice presidente Nixon visita Okinawa e dichiara “fino a quando esisterà il pericolo Comunista, ci terremo Okinawa”.

1954

La Japan Airlines inizia i voli per Okinawa.

Il presidente Eisenhower dichiara la volontà di mantenere basi militari a Okinawa a tempo indeterminato.

Vengono arrestati alcuni membri dell’Okinawa People Party.

1955

Il tre settembre Yumiko Nagayama, una bambina di sei anni viene violentata ed uccisa da un militare americano

1956

Il comunista Senaga Kamejiro, convinto oppositore dell’ammministrazione americana, viene eletto sindaco della principale città di Okinawa, Naha. Come reazione l’amministrazione civile americana comincia a mandare soldi a Naha per cotrastare il nuovo uomo politico.

1959

Il 30 giugno un aereo militare americano si schianta sulla scuola elementare di Miyamori, uccidendo 21 persone.

1960

Il presidente Eisenhower in visita a Okinawa

1961

Il presidente Kennedy dichiara “manterremo l’amministrazione e le basi a Okinawa fino a quando le tensioni in Asia non cesseranno”.

Il 28 aprile 60 mila persone partecipano alla manifestazione per la fine dell’ “occupazione americana” , l’Università di Ryukyu dedice di espellere tutti gli studenti che hanno parteciapto alla manifestazione.

1962

Il presidente Kennedy “Riconosco le isole Ryukyu come parte del Giappone”

Un cargo militare americano si schianta nella cittadina di Yara, causando 7 morti e 8 feriti.

1963

Kokuba Hideo, una studentessa di scuola media, viene investita ed uccisa da un camion militare americano. L’uomo alla guida viene dichiarato non colpevole davanti al tribunale militare.

1965

Le basi di Okinawa sono usate dai B52 come punto di lancio per bombardare il nord del Vietnam.

Il primo ministro Sato Eisaku visita Okinawa, una mobilitazione di più di 150 mila studenti lo aspetta per chiedere la fine dell’”occupazione americana”.

1967

100 mila persone sfilano per le strade di Naha chiedendo l’immediato ritorno di Okinawa al Giappone.

1969

Nixon e Sato decidono che l’amministrazione americana di Okinawa terminerà nel 1972

1970

Pubblicato il libro “Okinawa Notes” di Oe Kenzaburo, in cui lo scrittore denuncia come molti civili giapponesi, durante la battaglia di Okinawa, furono “costretti” a suicidarsi.

1972

Il 15 maggio finisce l’amministrazione americana e viene creata la prefettura di Okinawa.

1975

Imperatore ed imperatrice visitano Okinawa.

In luglio inizia l’ “Ocean Expo 75”.

1987

Per la prima volta una catena umana circonda la base americana di Kadena

1990

Takamine Tsuyoshi nativo di Okinawa vince con il suo “Umantagiru” il premio Calgari al festival di Berlino.

1995

Una studentessa di scuola elementare viene violentata da tre militari americani nella zona nord dell’isola. Gli Stati Uniti si rifiutano di consegnare i tre uomini alle autorità di Okinawa.

1996

Il governo giapponese e quello americano raggiungono un accordo con cui la grande base di Futenma venga trasferita in una zona meno abitata al nord dell’isola.

2007

Nei pressi del villaggio di Takae cominciano i lavori per la costruzione di sei nuovi eliporti militari

2013

Una nuova zona per il riposizionamento della grande base di Futenma non è stato ancora deciso.

Cita questo articolo: Decostruire il mito di Okinawa, "Tysm". Published 24 maggio 2015. Last accessed 25 giugno 2017. http://tysm.org/decostruire-mito-okinawa/

tysm literary review

vol. 16, issue 21

january 2015

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