philosophy and social criticism

Gesti che fondano

Marco Dotti

Henry Mottu, Le geste prophétique. Pour une pratique protestante des sacrements, Labor et Fides, Genève 1998; traduzione di Laura Marino: Il gesto e la parola, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2007.

Pubblicato nel 1998 nella collana “Pratiques”, per i tipi delle edizioni Labor et Fides di Ginevra, il lavoro di Henri Mottu– che in originale reca il titolo Le geste prophétique e un sottotitolo alquanto esplicativo,Pour une pratique protestante des sacrements – sviluppa la riflessione attorno a quattro nodi critico-tematici:

  1. gli atti simbolici dei profeti;
  2. i gesti simbolici di Gesù;
  3. la liturgia intesa come gesto profetico;
  4. i gesti dell’esistenza cristiana.

Su questi nodi critico-tematici, l’Autore, pastore e professore all’Università di Ginevra, articola una domanda: che cosa ne è di gesti, segni, espressioni del corpo in una comunicazione, come quella protestante, fortemente segnata dalla preminenza della parola? Come “tornare al gesto”, restituendogli una portata innovativa senza separarlo dalla Parola, ossia dal messaggio incarnato?

1.    Il rito come sfondo precategoriale della liturgia

Un punto preliminare e cruciale, nel discorso di Mottu, è la definizione di rito. Da qui, Mottu dipana e infine articola le proprie riflessioni sulla valenza simbolica di posture e gesti, sulle nozioni di segno e anti-segno e sullo specifico, antico e nuovo testamentario, del geste prophétique.

Tra le pagine del suo Vocabulaire des institutions indo-européennes, il linguista Emile Benveniste ricorda come il termine ”rito” derivi dal concetto di ordine, in particolare espresso dal vedico rta.

Benveniste rimarca inoltre come il campo storico-semantico coagulatosi attorno a questo termine possa ricondursi alla radice *ar-«ben nota attraverso nuerose formazioni al di fuori dell’indoeuropeo».[1]

Ne sono un esempio il greco arariskō, aggiustare, adattare, armonizzare, radice alla quale si collegano numerosi deivati nominali, ad esempio i latini ars, artis, ma anche artu se, infine, ritus, inizialmente nel significato di “ordinanza, legge”, consimile quest’ultimo al sanscrito dharma, la legge a cui ogni vivente deve obbedire.

La radice *ar- da cui derivano il sanscrito rta e l’iranico artatrova riverberi nell’italiano “arte” e persino nell’inglese “river”.

I liturgisti, nota Aldo Natale Terrin, spesso tralasciano una riflessione sul rito, ritenendolo una categorie minore, incompleta, non autentica e, spesso, legata a contesti religiosi non cristiani.

Così facendo, molti liturgisti, a parere di Terrin, tralasciano di «guardare al quella realtà umana e religiosa che fa da sfondo primo e precategoriale all’accettazione stessa della parola».[2]Al contrario, la ritualità e il rituale – inteso come sistema all’interno del quale il rito si caratterizza come azione specifica – sono «il sostrato comune di ogni liturgia, (…) il background dio ogni azione religiosa e liturgica e gli schemi d’azione della ritualità ripropongono tels quelsle coordinate del mondo liturgico».[3]

Di questo background Mottu tiene ampiamente e debitamente conto nel suo studio.

2.    Il rito nella vita quotidiana

Il rito è un’azione. Un’azione compiuta in un tempo e in uno spazio determinati. Tempo e spazio qualitativamente differenti da quelli ordinari. Ciò nonostante, parliamo di riti sociali, riti della vita quotidiana, riti estetici. Sarebbe più opportuno parlare di rituali, anziché di rito, ovvero di forme ordinarie sottoposte a processi di ritualizzazione, ma non ancora divenute rito.

Un rito, spiega Jean Cazeneuve, è un’azione seguita da conseguenze reali. In questo senso, il rito è una forma di linguaggio: il rito «è un linguaggio, ma è anche qualcos’altro».[4]

Questo “qualcos’altro” è precisamente ciò che definisce la performatività del rito, il suo, per citare il filosofo del linguaggio John L. Austin, suscitar cose con le parole. O, per seguire il percorso tracciato da Mottu, farle accadere con i gesti.

3.    Gesti simbolici

Ogni gesto «che non sia manipolazione di utensili può essere qualificato come simbolico».[5]

Il sostantivo “simbolo”, dal greco symbolon, identifica il segno di riconoscimento formato dall’unione di due parti di un oggetto in precedenza spezzate. Il simbolo (latino symbolum), anche nella sua accezione verbale sym-ballo, “metto insieme”, dal verbo symballein, nel senso di “legame”, “accordo”, “patto”, “paragone”, rimanda fortemente almeno a due questioni.

Nel suo Vocabulaire tecnique et critique de la philophie (1902-1923), André Lalande così definisce il simbolo:

«Il simbolo è qualunque segno concreto che evochi, in un rapporto naturale, qualcosa di assente o che è impossibile percepire».[6]

Caratteristiche minime, essenziali del simbolo sono:

concretezza del segno→ capacità di evocare → qualcosa che è assente o altrimenti impossibile da percepire.

“Simbolo”, aggiunge Mottu, più che in senso linguistico, andrebbe inteso in senso pragmatico. Simbolo è dunque «un gesto o un atto che, in una data situazione, funziona come simbolo per qualcuno o per un gruppo che ne è testimone». (p. 22)

Gesto simbolico è ciò che fonda, ovvero raduna i testimoni in communitas.

I gesti veicolano segni simbolici, diventando da strumentali a simbolici a loro volta, quando il loro effetto si dispiega oltre la mera dimensione razionale. Dimensione, quella razionale, che fondandosi su una logica binaria, non può per sua intima natura esaurire le potenzialità espressive ed evocative di una comunicazione intesa come mutua intehomines communicatio.

Il gesto simbolico, infatti, «non separa l’ordine umano dei significati da quello delle idee, ma unifica l’uomo e il mondo spaziale in cui la persona si realizza. E nemmeno separa l’espressione, la comunicazione e l’azione, ma è rapporto  concreto instaurato con gli altri e, in questo rapporto, d àun significato al mondo visibile».[7]

I gesti simbolici instaurano una relazione complessa con la parola e con la comunità che la riceve. In certi casi, possono persino instaurare relazioni non verbali, ritualizzandole. I gesti, allora, spiega Henry Mottu, letteralmente “parlano”. E, parlando, fondano.

 

4.    Gesti che fondano

Particolare attenzione è posta da Mottu sui gesti istituzionali, ovvero «gli atti fondatori, descritti dagli autori biblici che ci raccontano ciò che hanno compiuto i profeti, Cristo e gli apostoli per esprimere l’azione di Dio nella storia». Questo perché i profeti e lo stesso Gesù «non hanno soltanto parlato o raccontato delle storie, delle parabole: essi hanno agito in modo parabolico». (p. 18)

Il gesto simbolico diventa, come gesto fondatore, una parabola vivente, incarnata. Alcuni di questi gesti “profetici” sono stati ritualizzati e sono diventati atti liturgici, istituiti come “sacramenti” all’interno delle chiese.  Il gesto, in questo caso, incarna e rammemora, rinnovandola, la parola.

Mottu porta l’esempio dell’ultima cena. Per designare questo pasto, Luca ricorre all’espressione “frazione dl pane”. Èun’espressione che rievoca un gesto originale e originario. Un gesto da rinnovare, poiché “il significato di una cosa si rivela solo nel farla». (p. 18)

Lo stesso accade nell’episodio dei discepoli di Emmaus, dove Gesù si fa riconoscere grazie alla mediazione di un gesto.

Mottu distingue quindi quattro elementi o livelli dell’azione simbolica:

 

  1. a) l’elemento materiale o naturale;
  2. b) l’azione compiuta da qualcuno;
  3. c) l’ “immagine” che ne emerge sulla scena del mondo, ossia come l’atto “visibilizza” la parola;
  4. d) il senso dell’azione.

 

Il gesto, osserva Henry Mottu, è un «indicatore potente dell’essere», proprio per questa ragione «i profeti agiscono per mezzo di atti simbolici, così come Gesù dopo di loro tocca con la mano i malati, benedice i bambini, mangia con i discepoli e li invia in missione ordinando loro di fare ciò che ha compiuto». (p. 19) Di farlo «in memoria di Lui»

 

Note

[1]Emile Benveniste, Vocabolario delle istituzioni indoeuropee. II. Potere, diritto, religione, edizione italiana a cura di Mariantonia Liborio, Torino, Einaudi, 1976, p. 358.

[2]Aldo Natale Terrin, Il rito. Antropologia e fenomenologia della ritualità, Brescia, Morcelliana, 2016 (nuova edizione), p. 11.

[3]Ibidem.

[4]Jean Cazeneuve, Sociologia del rito, traduzione di Salvatore Veca, Milano, Il Saggiatore, 1974, p. 10.

[5]Antoine Vegote, “Gesti e azioni simboliche nella liturgia”, traduzione di Luisito Bianchi, Concilium. Rivista internazionale di teologia, 2 (1971), p. 55.

[6]André Lalande“Simbolo”, in Dizionario critico di filosofia, Milano, ISEDI, 1971, ad vocem.

[7]Antoine Vegote, “Gesti e azioni simboliche nella liturgia”, cit.,, p. 56.

 

Cita questo articolo: Gesti che fondano, "Tysm". Published 1 novembre 2018. Last accessed 17 novembre 2018. http://tysm.org/gesti-che-fondano/

 

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