philosophy and social criticism

Hamsun: prigioniero della politica e della vecchiaia

"Knut Hamsun"

di Francesco Paolella

Knut Hamsun, Per i sentieri dove cresce l’erba, Fazi, Roma, 2014

Fra gli intellettuali, gli scrittori e i poeti, che furono vinti dall’ideologia nazionalsocialista e scelsero di collaborare più o meno direttamente con gli hitleriani o con gli occupanti tedeschi e i loro emissari locali in diversi paesi europei durante la seconda guerra mondiale, si ricordano sempre Luis-Ferdinand Céline, Ezra Pound e Knut Hamsun. Potremmo aggiungere almeno anche i nomi di Carl Schmitt e di Robert Brasillach.

Sarebbe interessante avere (ma forse già c’è) una mappatura su scala europea di questi innamorati di Hitler e del suo “Nuovo ordine europeo”. Quasi nessuno di loro raggiunse ovviamente le vette (non solo in politica, ma anche scrivendo libri) di Céline negli anni del nazismo: anzi nessuno fu così radicale, specie nello sposare l’ideologia antisemita, come Céline, come ci ha ricordato poco tempo fa in un bel libro Francesco Germinario.

Knut Hamsun, invece, era un uomo anziano all’epoca della guerra, aveva vinto il premio Nobel venti anni prima e aveva scritto le cose migliori (Fame, Pan, I vagabondi) fra le fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.

Ora l’editore Fazi rimanda in stampa il suo ultimo romanzo, Per i sentieri dove cresce l’erba, concluso nel 1948. Si tratta, in un certo, senso, di un diario: il diario della resa dei conti, del modo in cui, all’indomani della sconfitta tedesca, le autorità norvegesi vollero punire (umiliandolo) questo eroe della letteratura, che aveva scelto Hitler e il suo pangermanesimo, e così la propria rovina. Ma questo è anche il diario di un morto: la cronaca degli ultimi anni di vita (Hamsun sarebbe sopravvissuto fino al 1952) di un “prigioniero politico”, un uomo già imprigionato dalla vecchiaia, dalla sordità e dalla cecità. E’ la cronaca di un progressivo, e per certi versi volontario, isolamento. Via via tutto perde importanza e consistenza: il destino si è imposto, condannando il vecchio scrittore ai tribunali e alla perdita di libertà e di onorabilità? Non ci si può fare niente, inutile prendersi la briga di opporsi. Meglio – e meno faticoso – lasciare che le cose seguano il loro corso, perché per Hamsun non c’è alcun rimedio.

D’altra parte, anche i vincitori, gli accusatori attuali – sembra consolarsi Hamsun, o meglio crearsi un simulacro di consolazione – entro un secolo tutti sarebbero stati cancellati, di tutti (vincitori e vinti) nessuno avrebbe più ricordato nemmeno il nome.

Della opportunità e dell’utilità di questa “giustizia dei vincitori” (e specialmente nei confronti degli intellettuali)discuteranno ancora a lungo gli storici e i critici. A noi preme precisare precisare che questo romanzo non è soltanto la cronaca di una inchiesta e di un processo, scritta da chi li ha subiti. E’ un vero e proprio commiato dalla propria esistenza, dai propri ricordi, e dalla scrittura stessa. Hamsun sa che ogni cosa è ormai compiuta e che, ormai, il peggio è passato.

L’unico momento in cui, in tutto il libro, l’autore mostra di provare rabbia e risentimento è a proposito del suo internamento forzato in un ospedale psichiatrico. Dopo essere stato arrestato, come la moglie, Hamsun dovette trascorrere diversi mesi in una clinica per malattie mentali, per essere sottoposto a una perizia: si voleva stabilire se la follia (una demenza senile) fosse la causa del suo errore fatale. Non se ne ricavò nulla, ma quella umiliazione lo segnò fino a fargli perdere gran parte delle sue forze.

Hamsun nel libro racconta dei suoi esercizi per imparare a tacere, a non rompere più il silenzio a cui lo si vuole condannare e a non attraversare la nebbia che lo circonda.

Dunque, anche il nobel norvegese ricevette con la fine della guerra e la sconfitta dei nazionalsocialisti, la sua vera consacrazione: si trattava di un traditore del suo popolo, un venduto a Goebbels.

La denazificazione per lui significò una lunga, estenuante attesa per un processo che non era mai fissato, per una condanna che non arrivava mai. Dopo mesi e mesi di vuoto – con l’intermezzo traumatico della clinica psichiatrica – senza libri (sottile, ulteriore punizione impostagli), Hamsun poté finalmente comparire davanti ai suoi giudici. Il suo discorso pronunciato davanti alla corte, fatto senza alcuna speranza, può essere considerato paradigmatico degli argomenti usati da tutti i collaborazionisti, e in particolare degli intellettuali collaborazionisti. Hamsun non cerca scuse, ma non rinuncia a dare qualche spiegazione. Egli continua a considerarsi un vero patriota. Vuole far sapere che dal suo errore non ha tratto alcun vantaggio personale: ha cercato piuttosto utilizzare le sue “entrature” a Berlino per salvare il maggior numero possibile di norvegesi prigionieri dei tedeschi e da questi condannati a morte. Nessun tradimento, quindi: d’altra parte, egli non ha mai fatto altro che scrivere degli articoli, commentando quanto avveniva nel suo paese e nel mondo, secondo quello che poteva capire, avendo a disposizione soltanto i giornali amici del NS (il partito nazista norvegese).

Collaborare, e soltanto scrivendo, è stata per Hamsun la scelta del male minore, una scelta equilibrata. Altro che follia – dice un Hamsun già rassegnato. E comunque nessun giudice (come nessun medico) avrebbe potuto convincerlo che la sua vita potesse essere ridotta a un errore, seppure così pesante.

tysm literary review

vol. 14, no. 20

november 2014

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