philosophy and social criticism

Non di solo pane. Nota sull’homo dieteticus

di Francesco Paolella

Nota su: Marino Niola, Homo dieteticus. Viaggio nelle tribù alimentari, Il Mulino, Bologna 2015

La nostra crisi (economica, sociale, politica, culturale, antropologica, ecologica e ancora non è tutto) ha fatto cambiare drasticamente anche i nostri consumi alimentari. Si tratta di privazioni, di risparmi quasi sempre coatti ovviamente: compriamo di meno e alimenti di qualità più incerta.

Ma non si tratta soltanto di un problema di penuria monetaria. Le scelte del consumatore – dopo i decenni dell’abbondanza – sono ora mosse da diversi fattori, inevitabilmente contraddittori. Da una parte, viviamo l’epoca più grassa della storia (mezzo miliardo di obesi e ancora molte più persone che sono o saranno in forte sovrappeso); dall’altra parte, è quasi inevitabile subire un altrettanto forte predominio del valore assoluto (etico, estetico, dietetico) del corpo. Un culto del corpo a cui siamo chiamati, dal quale può derivare la ricerca a volte ossessiva della linea perfetta (ma sempre perfettibile), in una fusione di salutismo ed efficientismo.

Ecco perché non si tratta soltanto di un impoverimento se i nostri consumi alimentari stanno cambiando e cambieranno. Come è sempre stato e sempre sarà, il mercato la sa più lunga e non smette di orientare e controllare le scelte future di ogni cliente, anche nel campo della spesa quotidiana e di ciò che è giusto, buono o necessario mangiare.

Oggi viviamo una vera, potente cibomania, che può assumere mille forme – che Marino Niola, da antropologo che da anni si occupa di queste cose, ci racconta molto bene anche in questa sua inchiesta sul «tribalismo alimentare contemporaneo, che ha fatto del cibo una passione e un’ossessione» (p. 9).

Scegliere il cibo, il manipolarlo, il cucinarlo, il selezionarlo, il criticarlo (il parlarne ancora più del mangiarlo), è una attività importante, e siamo ben al di là di una moda mediatica passeggera. Si vede di tutto: il consumatore che vuole essere più consapevole e fare un’etica del proprio cibo, ma anche il credulone che non crede più a nessuno e vede complotti e contaminazioni ovunque e poi “sceglie” quanto gli propone la rete in fatto di ingredienti e diete. Di sicuro, c’è chi fa i soldi, sfruttando la moda e riempiendo edicole e librerie di volumi su tradizioni alimentari posticce, oppure producendo film e programmi sul cibo e così via.

Nota a margine: quanti scrittori o aspiranti scrittori, quanti fotografi o aspiranti fotografi, quanti registi o aspiranti registi, e quanti aspiranti in generali mangiano grazie a questa cibomania?

Ma, come sempre, non vanno confusi i sintomi con le cause: riandando le analisi di Bauman, anche Niola riconosce nella nostra insicurezza radicale e globale una delle ragioni per le quali ci sempre così essenziale tenere sotto controllo ciò che mangiamo, saperne riconoscere l’ambita purezza e, contestualmente, imparare nuove tecniche di depurazione dalle tossine, dai grassi ecc. Anzi, quella che per Niola è l’attuale, imperante lipofobia può raggiungere – per fortuna raramente – gradi temibili di tensione autodistruttiva. A questo proposito, sono molto interessanti le pagine del libro, dedicate a a questa nuova “teologia” (secolarizzata, iperlaica per carità) del corpo. Una “cura di sé” in infinite varianti tecnologiche che cerca la leggerezza e la purezza nello stesso modo in cui in passato i santi anacoreti e digiunatori combattevano i propri appetiti (e soprattutto il proprio appetito) per arrivare più sicuramente in paradiso e vincere il dominio del loro ventre. Al decalogo divino si sono sostituiti quelli dei dietologi.

Non dobbiamo esagerare, però: da sempre l’obesità (come tutto ciò che può essere visto come segno di sregolatezza, di desideri eccessivi, di egoismo o di altre tare morali) è stata l’obiettivo degli strali di moralisti di ogni tipo. E da sempre un rapporto corretto (moderato, frugale…) con il cibo è stato considerato un farmaco, una vera medicina.

Oggi però questo equilibrio sembra insufficiente. Se nel cibo “buono” (sano, leggero, etico) si può trovare un «placebo securitario», il rischio è quello di ridursi a vivere una vita da malati per poter morire molto vecchi e molto sani. Sembra quasi che tutti gli infiniti discorsi sul cibo e sulla cucina siano diventati degli esercizi spirituali per rispondere al nuovo imperativo morale: prendersi cura di sé, coltivare il proprio benessere, anche e soprattutto però attraverso privazioni dannose o scelte irrazionali.

Il nostro essere onnivori è entrato in crisi. Le varie ortoressie regole più o meno ferree da seguire per riuscire a mangiare nel modo corretto), il vegetarianismo nelle sue diverse declinazioni, il crudismo ecc., possono diventare davvero regole monastiche e anacoretiche, che finiscono per isolare chi le pratica.

Integralismo che aboliscono la convivialità e il principio di piacere che sono sempre stati connaturati al mangiare. In queste regole quasi religiose, ci sono sempre più alimenti che vengono assimilati a una idea di peccato e/o di malattia. Una ideologia del wellness e del fitness che può raggiungere estremi fastidiosi o pericolosi (per sé e per gli altri). Non è certamente un caso se i grandi ideatori di diete di massa sono stati spesso e volentieri degli “uomini di fede”, reverendi e bacchettoni:

«Basta andare a guardare chi ha enunciato i primi precetti della dietologia di massa e inventato alcuni dei suoi alimenti-pentimenti. Sylvester Graham, che nell’Ottocento mette sul mercato l’omonimo cracker ipocalorico, è un ministro del culto presbiteriano. E il suo allievo John Harvey Kellogg, inventore dei corn flakes, è molto vicino agli avventisti del Settimo giorno, nonché paladino dell’astinenza sessuale. Ed è il bacchettonissimo pastore Charlie W. Shedd a escogitare un programma dimagrante direttamente ispirato alla Bibbia. Nel suo libro Pray Your Weight Away (“Prega per ridurre il tuo peso”) uscito nel 1957 – vitello grasso sull’altare del benessere – equipara gli obesi ai peccatori e prescrive la preghiera come infallibile anoressizzante» (p. 55).

Abbiamo davanti un orizzonte complesso, contraddittorio, che si popola sempre più di integralismo che spesso diventano intolleranze (non alimentari in senso stretto). La religione del fitness da un lato; le discriminazioni più o meno esplicite che le persone obese, o fortemente sovrappeso, possono subire: ad esempio durante le selezioni per avere un posto di lavoro. Il nostro corpo vale più del nostro curriculum, più delle nostre capacità? Ci si fida meno di chi è grasso, non si riescono ad apprezzare le sue qualità – e ciò si inserisce per il peso sempre maggiore che viene dato all’aspetto fisico in generale. Ecco il ritorno di un nuovo lombrosismo (ancora i pesi, le misure…) che mette insieme il giudizio estetico, quello sulla moralità e sulla professionalità di una persona, nonché sulla sua capacità di autocontrollo.

Oggi è come mai necessario proporre una giusta educazione al cibo, anche davanti alle «prigioni immunitarie» in cui ci si può ritrovare rinchiusi. E’ molto meglio pensare che solo dal cibo (negato, crudo, puro, alternativo, preindustriale, biologico, kasher) non può venire la salvezza.

Cita questo articolo: Non di solo pane. Nota sull’homo dieteticus, "Tysm". Published 15 febbraio 2015. Last accessed 18 settembre 2018. http://tysm.org/homo-dieteticus/

tysm literary review

vol. 18, issue no. 21

february 2015

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