philosophy and social criticism

Il diniego della sconfitta. Comunicazione e manipolazione della verità

Marco Nicastro

Qualche giorno fa, invitato come ospite al programma tv Otto e mezzo condotto da Lilli Gruber, il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha fatto una serie di affermazioni che hanno attirato la mia attenzione e mi hanno indotto a riflettere ulteriormente su uno dei mali del nostro tempo: la concezione essenzialmente strumentale della comunicazione.
Marco Damilano, ospite assieme a lui per il dibattito, da preparato giornalista qual è esordisce acutamente chiedendo: «Ministro, lei che giudizio dà della sconfitta elettorale prima ancora di dire cosa facciamo domani? Perché il PD ha perso 5 milioni di voti rispetto alle Elezioni Europee del 2014 e addirittura 6 milioni rispetto al periodo di Veltroni? […] Lei, intanto, come si è spiegato questa confitta?». Il Ministro, dopo una veloce disamina sulla crisi della Sinistra europea, che non avrebbe saputo proteggere le classi più deboli dall’inevitabilità della globalizzazione, si sofferma sullo specifico caso italiano e dice: «Noi abbiamo dato la sensazione di essere un Governo che era molto vicino all’eccellenza: io stesso dicevo, quando era viceministro, “l’Italia ce la fa, l’export va bene” e lo abbiamo fatto anche con una certa dose di protervia e di arroganza, del tipo “noi abbiamo risolto i problemi del paese e guardiamo avanti”». Sebbene Calenda rivendichi poi le scelte politiche del Governo, dice anche: «Quello che però penso vada cambiato profondamente è prima di tutto il modo di parlare al Paese […] la Sinistra non deve essere più il partito delle certezze granitiche nella bellezza del futuro […] tutta questa è una retorica che è finita. Renzi quando dice che l’unica cosa di cui aver paura è la paura, commette un errore […] io ho detto a Renzi: guarda che le paure devono avere diritto di cittadinanza, e il PD deve dire alle persone “tu hai ragione ad avere paura”. Quindi dire il futuro è roseo, non c’è problema, allontana la gente». Continua poi difendendo la cosiddetta terza via della sinistra, ossia il liberalismo economico e riformista – anche se cosa significhi poi concretamente questa etichetta in Italia, qualcuno forse avrebbe dovuto chiederglielo – e rivendicando il modello di sviluppo perseguito dal Governo Renzi, cioè in fondo la sostanza della questione politica, mentre appare critico solo verso la comunicazione di quel modello ai cittadini, specie ai più deboli. Poi gli chiedono nello specifico di Renzi e del suo operato: «Be’, Renzi può aver fatto i suoi errori ma io l’ho detto, penso che abbia governato bene; secondo me ha commesso quegli errori di comunicazione, che nella politica sono sostanza […]» e continua poi coerentemente spiegando che il fallimento del Referendum costituzionale è stato ad esempio frutto di una comunicazione sbagliata, sordo alla notazione della Gruber che voleva fargli notare come gli italiani probabilmente non avevano capito, né sentito come importante quel referendum.
In questo tipo di risposte si può notare che: 1) non si riconosce una validità oggettiva o in qualche modo verosimile all’ipotesi che ci sia una realtà sociale nel nostro Paese che continua a non essere colta da molti politici di Governo (in questo caso specifico del PD) anche dopo una pesante sconfitta; 2) che la sconfitta elettorale, l’ennesima, sarebbe dovuta innanzitutto ad un problema di comunicazione, ad un uso non adeguato di questa per far capire ai cittadini quanto si è realizzato in questi ultimi anni; 3) ad un livello, potremmo dire più latente, l’incapacità di molti politici di accettare quanto la realtà mette sotto i loro occhi – cioè una disfatta elettorale e uno storico crollo dei consensi al proprio partito. Quest’ultimo punto probabilmente si può considerare causa dei primi due, nel senso che, dall’impossibilità di accettare la propria sconfitta (che da un punto di vista psicoanalitico rappresenta il limite della realtà, l’imperfezione, la “castrazione” della propria onnipotenza) deriva l’incapacità di accettare l’esistenza di un’altra concezione della realtà (sociale, economica, valoriale ecc.) alternativa alla propria e potenzialmente valida (punto 1), e conseguentemente, dovendo attribuire una responsabilità per spiegare quanto accaduto, ma non potendo questa essere attribuita alle proprie idee, perché altrimenti si rischia di incrinare il proprio narcisismo, la si attribuisce a qualcos’altro, ad un elemento terzo, esterno, in questo caso alla “comunicazione”. Secondo il Ministro Calenda, quello di Renzi è stato un discorso politico basato sulla negazione della “dura realtà”, un discorso maniacale – sempre per usare il gergo psicoanalitico – che nega il fallimento, l’incapacità e la depressione conseguente. Ma non è tutto: la nostra classe politica ci ha ampiamente mostrato che, qualora nemmeno un cambiamento di strategia comunicativa funzioni a raggiungere i propri obiettivi di consenso, molti ambienti politici attuano un’altra camaleontica mossa, quella del cambiamento di persona. Si sostituisce il politico ormai logoro (“impresentabile”, si potrebbe dire) con uno nuovo, immacolato, che presenta un altro tono di voce, altri modi. Ma è solo apparenza: il sistema di potere, basato sulla manipolazione della verità, rimane sempre eguale. Un sistema che ha ormai fatto del lifting – fisico, intellettuale, morale – il proprio modo di reagire allo smacco della verità, alla realtà di una sconfitta, e che cerca di spacciare cambiamenti superficiali o secondari (ad esempio di linguaggio) per cambiamenti sostanziali. Una dinamica, questa, che dal punto di vista psicoanalitico è tipica del narcisismo patologico (organizzazione mentale che punta sull’apparenza più che sulla sostanza delle cose), e che era stata già icasticamente immortalata da Tomasi di Lampedusa nel suo celebre romanzo Il Gattopardo con la celebre sentenza «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» (sentenza che, del resto, si è sempre attagliata bene all’operato della classe dirigente del nostro Paese).
La comunicazione politica quindi è ormai da tempo un mezzo che non serve a dare informazioni utili, che non getta un ponte verso l’interlocutore, ma che invece cerca di ottenere solo un convincimento, anche a discapito di quanto evidenziano i dati di realtà. Eppure, una buona comunicazione dovrebbe tenere presenti non solo criteri di chiarezza e semplicità (il più possibile), ma anche l’interlocutore, la sua specifica realtà, il suo contesto, in modo tale da facilitare la comprensione del messaggio. Credo che sia questo ciò che più manchi oggi a molti politici italiani (ma forse anche a molti politici del passato, donde la disaffezione storica degli italiani alla politica): il fatto che chi comunica non comprende affatto la realtà di chi quei messaggi dovrebbe capirli e accettarli, cioè, per buona parte, la gente comune. Se infatti le informazioni veicolate da quel tipo di comunicazione politica avessero colto negli ultimi anni di Governo a guida PD la realtà dei fatti, o si fossero avvicinate ad essa, non si sarebbe verificata una tale emorragia di voti. Evidentemente qualcosa non torna: e non è difficile capire dove stia l’inghippo. Ad esempio, quando nell’intervista Calenda dice che loro «hanno sbagliato» sembra quasi avvinarsi al nocciolo della questione; ma è solo un attimo, un’illusione fugace per l’elettore deluso. Nell’intervista si ricade subito su quel fatuo ottimismo che è stato tipico della politica berlusconiana prima (ci ricordiamo bene dei “ristoranti sempre pieni” in piena crisi economica) e renziana poi (che ha continuamente magnificato gli effetti del Jobs Act e della ripresa economica). Quando infatti la cosiddetta gente comune sente parlare di crescita (dell’uno virgola qualcosa per cento) dopo 10 anni di recessione, quasi un milione e mezzo di posti di lavoro persi, enormi ristrettezze nei consumi, emigrazione di laureati verso altri paesi europei e dovrebbe, seguendo lo slancio del proprio Presidente del Consiglio, entusiasmarsi per questo; quando un giovane dopo qualche anno di disoccupazione viene assunto con un contratto a tempo determinato (o indeterminato “a tutele crescenti”, grazie al Jobs Act) ma con la possibilità concreta di essere licenziato nel giro di due o tre anni, non appena cioè finiranno gli incentivi generosamente elargiti da questo Governo al proprio datore di lavoro (avendo quest’ultimo beneficiato anche della contemporanea abolizione dell’Articolo 18), e per questo non solo non riesce a guardare con tranquillità al futuro, né a fare progetti a lungo termine (ad esempio accendere un mutuo perché quel tipo di posizione economica non dà sufficienti garanzie alle banche); quando, infine, si assiste nel giro di qualche anno allo sbarco sul suolo italiano di centinaia di migliaia di persone disperate (più di 500.000 dal 2014), senza che siano approntati in modo organico ed efficiente modalità di accoglienza e soprattutto di integrazione e gestione del fenomeno, venendosi poi a sapere che c’è stato in realtà un patto segreto (altro che comunicazione efficiente!) tra il Governo Renzi e l’Unione Europea, in base al quale tutti i migranti soccorsi anche in acque non italiane dovevano essere accolti e identificati in Italia, patto accettato in cambio – come dichiarato pubblicamente anche da Emma Bonino – di una maggiore flessibilità dell’Europa sui nostri conti pubblici (flessibilità di cui poi Renzi, con la solita tracotanza, spesso si vantava come di un segnale che l’Italia riusciva finalmente a fare la voce grossa); be’, direi dopo tutto ciò diventa legittimo il dubbio circa il fatto che i politici, quando parlano di realtà, non si riferiscano alla stessa cosa a cui pensa una buona parte dei cittadini.
Questo per dire che la comunicazione viene perlopiù intesa in Italia non come uno strumento per comunicare al maggior numero di persona una realtà in modi più o meno accettabili, mostrando così un interesse effettivo per chi riceve la comunicazione (uscendo cioè dal proprio narcisismo), ma al contrario per manipolare la capacità di comprensione dei cittadini e farli così allontanare da quella stessa verità. In pratica si piega il senso più vero della comunicazione, dove chi parla dovrebbe cercare di condividere un messaggio veritiero con chi ascolta, slittando verso un’attività volta a manipolare le coscienze e generare adesione emotiva, proprio come avviene nella pubblicità. Si tratta di un modo “commerciale” di intendere la comunicazione, in cui l’altro (il cittadino) non è un individuo da educare, da condurre gradualmente verso una conoscenza della realtà più adeguata, più funzionale, più complessa, ma come un soggetto da raggirare. Si tratta, nella sostanza, di un uso perverso della comunicazione politica.
Dire semplicemente “abbiamo sbagliato a comunicare” per spiegare il perché di certe sconfitte significa rimanere all’interno di questo schema manipolatorio, in cui al massimo si penserà a forme diverse di comunicazione e non a cambiare la vera sostanza del proprio agire politico, cioè le idee (come del resto rivendicato da Calenda e più volte dallo stesso Renzi). Perché mai infatti una Sinistra moderna debba solo piegarsi ad accettare un modello economico basato sullo strapotere della finanza, sulla riduzione dei diritti dei lavoratori, sull’instabilità del lavoro, sullo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo (con conseguente impoverimento e instabilità di questi e migrazioni ecc.), preoccupandosi solo di dover “comunicare bene” ai più deboli questa tragica realtà – vista ormai come inevitabile – questo Calenda non ce lo spiega; e forse non lo sa nemmeno, o non se l’è mai chiesto da neotesserato del PD, da “moderno” uomo di sinistra.
Questo, in fondo, è il riflesso di un atteggiamento profondamente antidemocratico che cerca di stabilire continuamente un’asimmetria di potere tra chi parla e chi ascolta, ed è probabilmente un retaggio, in forme diverse, di quel classismo particolarmente accentuato che caratterizzava la vita sociale e politica italiana fino a epoche non troppo lontane, in cui un’oligarchia decideva i destini di una massa enorme di persone che versavano in condizione di disagio socio-economico e di ignoranza, e facendo in modo che questa condizione rimanesse tale.
Ecco perché non si può ancora nutrire alcuna fiducia in buona parte della nostra classe politica.
Un oscuro destino attende infatti quel popolo governato da soggetti che, da una posizione di privilegio, vogliono nascondere la realtà nutrendo l’ignoranza collettiva, se nemmeno poi gli schiaffi più clamorosi dell’evidenza riescono a scalfire il loro megalomanico modus operandi.

 

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