philosophy and social criticism

Il fantasma del fascismo

Francesco Paolella

Il dibattito politico italiano ma anche europeo (o dovremmo dire: il simulacro di dibattito che si è ormai imposto) fa un uso sovrabbondante del termine “fascista”: quasi ogni decisione governativa è a rischio di fascismo; allo stesso tempo, anche i movimenti di opposizione vengono tacciati spesso e volentieri di essere cripto-fascisti, se non fascisti del tutto. Ma che senso ha parlare oggi di fascismo? Che senso ha affermare che Trump o Le Pen o Salvini sono fascisti?

Il contesto sociale, economico e culturale del XXI secolo è lontano anni luce da quello che ha visto le vittorie (subite e allo stesso tempo applaudite) dei movimenti fascisti nell’Europa fra le due guerre. La differenza più eclatante ha a che fare con le ideologie: la nostra epoca, a destra come a sinistra, è un deserto di idee politiche. Ha vinto l’ideologia del mercato, ha vinto la competizione individuale, ha vinto la libertà assoluta e ha vinto, insomma, il vuoto fra le persone. Nessuna forza politica ha più ambizioni autoritarie o, appunto, fasciste. Vivendo in un mondo post-ideologico, va da sé che il “pericolo fascista” debba essere ripensato e che, di conseguenza, anche i movimenti della destra radicale, che, con troppa facilità e soddisfazione, vengono accusati di fascismo, debbano essere ripensati con più attenzione.

La crisi della politica, che, specie in Italia, sta determinando un vero e proprio rigetto della democrazia liberale, si esprime senza dubbio nell’affermazione del populismo, che sembra contagiare tutti i movimenti; ma il populismo non ha in se stesso un preciso contenuto ideologico, essendo piuttosto un modo di fare politica, uno strumento di lotta per la conquista della leadership (e delle relative clientele). Il populismo è un effetto della perdita di senso della rappresentanza, ma non lo si può combattere semplicemente stigmatizzandolo. In altre parole: non si può pretendere di contrastare il populismo in nome della politica attuale.

Oggi paragonare questo o quel leader a Mussolini è artificio retorico abbastanza innocuo. La crescita costante dei movimenti di estrema destra in Europa è un fatto importante, e di essi solo con difficoltà riusciamo a delineare un profilo politico compiuto, e ciò appunto perché viviamo il tempo della confusione post-ideologica e del populismo. Si tratta di una situazione in piena evoluzione: la crisi della politica classica (e del movimento operaio in particolare) ha lasciato ampi spazi ai movimenti di estrema destra, i quali hanno potuto iniziare una vera e propria “mutazione antropologica”; ma la loro è una transizione non ancora compiuta.

Ecco che torna più che mai utile la nozione di postfascismo, che Enzo Traverso – che si è occupato a lungo di storia dell’antisemitismo e di violenza nazista – in questo libro utilizza per spiegare quanto sta avvenendo, ossia “l’emergere di movimenti che mettono in discussione da destra il potere costituito e fino a un certo punto la stessa globalizzazione (l’euro, l’Ue e l’establishment americano), e che disegnano una sorta di costellazione postfascista” (p. 30).

Il postfascismo è un ampio, composito fenomeno di portata globale, ancora poco definibile, e assai contraddittorio. Non c’è più il comunismo da combattere; non c’è più una religione dominante da “assecondare”; non vanno più di moda la guerra, il colonialismo, il sessismo, tutti ingredienti tipici del vecchio fascismo novecentesco. Movimenti come il Front National si stanno emancipando dalla vecchia cultura fascista, e non hanno più nemmeno bisogno di ideologi. Non sarebbero più ascoltati oggi un nuovo Brasillach o un nuovo Jünger. Come accade per gli altri movimenti, c’è più bisogno di esperti di comunicazione che di intellettuali per vincere le elezioni e per governare. Per questo, non è facile capire cosa vogliano davvero le destre radicali: “Il postfascismo parte da una matrice antifemminista, negrofoba, antisemita, omofoba… e le destre radicali continuano a federare queste pulsioni, dal momento che i più oscurantisti votano per il Fn. Ma nello stesso tempo esse includono argomenti e pratiche sociali del tutto nuovi, che non appartengono al loro codice genetico” (p. 39). Così, ad esempio, Marine Le Pen può mostrare di sostenere i diritti delle persone omosessuali. Non c’è alcun dubbio che l’eredità del fascismo sia ancora importante in alcuni campi e in alcuni momenti: la visione sicuritaria, xenofoba, sovranista e protezionista dei diversi movimenti della destra radicale ha anche là le proprie radici. Ma, come dicevamo, oggi che non esistono praticamente più forze socialiste e comuniste (i micro-partiti comunisti in Italia sono ormai delle sette ridicole), i movimenti postfascisti riescono a rappresentare sempre meglio le classi popolari abbandonate a loro stesse. Ed è la destra radicale che oggi mette in campo un collegamento diretto (e vincente) fra identità e questione sociale.

Non ci sono antidoti a questo sconvolgimento post-ideologico. Pensiamo – come fa giustamente Traverso – alle politiche della memoria. La retorica sulla memoria della Shoah e sull’antifascismo è degradata via via fino ad essere un prodotto dell’industria culturale, scollegato dalla realtà del presente: essa non ha più un preciso significato politico né pedagogico. La memoria non può bastare a colmare l’assenza di ideologie, e di utopie.

Che cosa resta? Non resta che la religione, con cui la cultura di sinistra non ha mai saputo fare davvero i conti. Traverso si mostra d’accordo con quanto sostenuto ad esempio da Olivier Roy in Francia: lo jihadismo, che per certi versi è esploso nelle periferie europee negli ultimi anni, non è tanto il frutto di una politicizzazione dell’islam, quanto piuttosto di una islamizzazione del radicalismo. In altre parole, sul “mercato delle idee” non esiste altro: soltanto il mito-Daesh propone qualcosa di “forte” (un po’, mutatis mutandis, come l’estremismo di sinistra mezzo secolo fa). La parte più interessante del volume è appunto quella in cui Traverso discute di “islamo-fascismo”. Che senso ha definire la jihad come fascista? Anche in questo caso, nonostante indubbie affinità liberticide, prevalgono le differenze. Per il fascismo “classico” la religione contava poco (volendo Hitler e Mussolini diventare i capi carismatici di vere e proprie “religioni politiche”, e in parte riuscendoci); d’altra parte, i fascismi europei erano movimenti che si volevano rivoluzionari, mentre Daesh non propone(va) che la rinascita del califfato. Perciò è un grave errore il voler impostare la lotta al terrorismo islamico come una nuova lotta antifascista.

Cita questo articolo: Il fantasma del fascismo, "Tysm". Published 30 ottobre 2017. Last accessed 18 novembre 2017. http://tysm.org/il-fantasma-del-fascismo/

 

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