philosophy and social criticism

Jean Renoir, mio padre

Giulia Zoppi

Nell’aprile del 1915, ferito da un cecchino bavarese, il ventenne Jean Renoir arruolatosi nell’esercito francese per combattere nel primo conflitto mondiale, trascorre la sua convalescenza nella casa parigina del padre Pierre-Auguste, il maestro impressionista ormai quasi ottantenne.

Il libro nasce dalle conversazioni e dalle confidenze di quel periodo. Jean, che divenne il grande cineasta che tutti noi conosciamo, seguendo la carriera del grande pittore fino alle vette della fama e del successo, disegna qui il ritratto di un temperamento a volte caustico a volte generoso, ma sempre capace di unire l’orgoglio dell’artista a un piglio quasi fanciullesco, come accade sovente alle anime indomite dei pittori di rango.
Pierre-Auguste Renoir era nato nel 1841 a Limoges, sesto di sette figli di Léonard e Marguerite Merlet, un sarto e un’operaia tessile e Jean, attraverso le confidenze del padre, ci conduce a scoprirne tutto il vissuto umano e artistico, risalendo fino al bisnonno che di mestiere era stato zoccolaio.

L’artista visse dall’età di quattro anni a Parigi. Quattordicenne, fu indirizzato dal padre alla decorazione della porcellana e grazie all’aiuto del maestro Charles Gleyre fu ammesso nel 1862 all’ Ecole des Beaux-Arts dove conobbe Sisley, Fréderic Bazille e Claude Monet con i quali iniziò presto a recarsi a Fontainebleau per dipingere en plein air.

Tra il 1874 e il 1877, pur in difficoltà economiche, si dedicò assiduamente alla sua arte ed è proprio in questi anni che produsse capolavori come Bal au moulin de la Galette e Nudo al sole. Nel 1780 incontrò a Parigi la sua futura sposa: Aline Charigot che diventerà ben presto la sua modella-amante e che sposerà nel 1890.
Aline e Pierre- Auguste ebbero tre figli. Alla fine dell’800 l’artista era diventato famoso. I primi ad accorgersi della sua grandezza furono gli americani. Nel 1900 venne insignito del titolo di Cavaliere della Legion d’Onore, incoronandolo pittore di fama internazionale. Purtroppo al culmine del successo, fu colpito da artrite reumatoide. La malattia lo costrinse a trasferirsi a Cagnes-sur-Mer dove continuò comunque a dipingere. Morì il 3 dicembre 1919, settantottenne. Aveva appena terminato il secondo dipinto sul tema delle bagnanti, sottoponendosi al supplizio del pennello legato alla mano e alla deambulazione su una portantina. Fu sepolto a Essoyes, come l’adorata moglie, morta appena qualche anno prima.

Nell’aprile del 1915 Jean Renoir, come già accennato nell’introduzione, fu costretto a tornare a casa per una ferita alla gamba causata da un cecchino tedesco. L’attendeva il padre che non camminava più perché gravemente malato. Erano entrambi due invalidi, ma questo permise loro di approfondire una conoscenza reciproca che prima non era mai avvenuta. Il padre ricostruì dettagliatamente la sua giovinezza in una Parigi magnifica e vitale, dove le persone si divertivano godendosi la vita, il figlio narrò le sue avventure di soldato al fronte.

Pierre-Auguste racconta che quando era ragazzo Montmartre era già luogo preferito degli artisti e i caffè pullulavano di gente giorno e notte. Ci si andava con la gioia che ancora oggi ammiriamo in uno dei quadri più celebri della stagione impressionista, “IL Ballo al Moulin de la Galette”, dipinto nel 1876.
La stessa gioia che il pittore ha rievocato in vecchiaia al figlio regista e che questi ha poi raccolto in “un cumulo di ricordi e di impressioni personali” dal titolo Renoir, mio padre, un memoire di grande intensità, un affresco interessante e ricco di aneddoti che ci restituisce un’epoca indimenticabile.
L’incidente di Jean al fronte diventa così il modo per poter passare del tempo insieme e per il giovane godere finalmente della presenza di un padre vitale, energico e ricco di fervida immaginazione.
Jean si dice grato al cecchino bavarese per averlo costretto al ritorno e all’incontro con quel genitore anziano, invalido ma ancora attivo e pieno di racconti, passioni e colori.
Ogni pagina che attraversa quest’opera è sgargiante di sfumature, persone, aneddoti e incontri. Soprattutto persone. Donne e uomini di ogni ceto e provenienza, partendo ovviamente dai protagonisti dell’Impressionismo, per arrivare a figure più o meni minori ma sempre ritratte in modo indimenticabile, con la nitida gentilezza di chi ama l’umanità sopra ogni cosa. Incontriamo, per esempio, il signor Choquet, funzionario delle dogane che risparmiava su pasti e abiti per acquistare tele e disegni. L’eccentrico funzionario fu tra i primi ad intuire la carica innovativa dell’Impressionismo e in breve tempo la sua casa divenne meta di pellegrinaggio per chiunque volesse “tenersi al corrente”.
Renoir padre era un uomo molto pratico ed era convinto che l’ispirazione, l’estro e l’immaginazione arrivassero all’artista in modo spontaneo senza forzature. “Quelli che vogliono risalirla (la corrente n.d.r.) sono pazzi od orgogliosi o, peggio ancora, distruttori” sosteneva il pittore. “Di tanto in tanto si deve dare un colpo al timone a destra o a manca, ma sempre nel senso della corrente”. Al figlio sorpreso che gli ricordava come il suo nome fosse legato a una delle fondamentali rivoluzione dell’arte moderna, Renoir ribatteva che i grandi uomini sono semplici. ” Se ho dipinto a tonalità chiare è perchè bisognava dipingere così. Era nell’aria. Vedi, io credo fermamente che un pittore ci guadagnerebbe nel macinare da sé i colori, ma siccome non ci sono più apprendisti e a me piace più dipingere che macinare colori, li compro dal negoziante che sta in fondo a rue Pigalle. Accetto i colori in tubetti e la mia passività da turacciolo è stata ricompensata (Renoir sosteneva che la vita vada presa come viene, come un turacciolo che si muove con la corrente n.d.r.).
Intendeva dire che senza la praticità di quei tubetti lui e gli altri pittori non avrebbero mai potuto dipingere all’aria aperta. Senza l’accettazione dello scorrere del tempo, non ci sarebbero stati Monet né Cezanne né Renoir né la rivoluzione che i giornali dell’epoca, chiamarono con irrisione Impressionismo.
La grandezza di questo libro è che sprizza vita in ogni pagina. Il mondo descritto si dispiega come se fosse il nostro ed è narrato con una precisione tale, che sembra di vivere quelle esperienze e quegli incontri così speciali, ancora vividi.
Renoir era un artista e come tale era in grado di intercettare l’aria del tempo, precederlo e accoglierlo con libertà e passione. Innovatore e sempre curioso, sosteneva che “i distruttori sono quelli che vogliono applicare soluzioni antiche a problemi nuovi, non rendendosi conto della marcia del tempo”.Morì quasi ottantenne ma nel cuore rimase sempre giovanissimo.
Ps.
Gilles Bourdos nel 2012 ha provato a raccontare questa storia in un film “Renoir”, che ha portato un premio César al suo attore protagonista Michel Bouquet.
La pellicola descrive gli ultimi anni di vita del pittore francese, oramai ritiratosi al mare, ma sempre produttivo e instancabile, durante l’incontro con l’ennesima modella in cerca di un po’ di guadagno. Nonostante la fotografia sia luminosa e lussureggiante di colori e sfumature, come una tela impressionista, il formalismo con cui è attraversata l’opera toglie autenticità e realismo al racconto, rendendolo sostanzialmente privo di fascino e di spessore. Una delle tante occasioni in cui la trasposizione filmica tradisce, peggiorandola, la versione letteraria.

Cita questo articolo: Jean Renoir, mio padre, "Tysm". Published 29 aprile 2017. Last accessed 23 settembre 2017. http://tysm.org/jean-renoir-mio-padre/

 

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