philosophy and social criticism

Juan Gelman nei versi e nell’esilio

di Marco Dotti

«È stata una scrittura con continui soprassalti e interruzioni. Durante la ricerca avevo la testa, il cuore, il sangue rivolti altrove». Così Juan Gelman, poeta argentino, nato nel quartiere popolare di Villa Crespo a Buenos Aires, e costretto a un lungo esilio dalla dittatura militare del generale Videla, descrive «la fatica e la pena» che hanno segnato gli ultimi trenta anni della sua vicenda umana e della sua ricerca poetica. Una ricerca condotta nell’ambito della scrittura e dell’«inafferrabile» ma che, come osserva il critico Jorge Boccanera, tragicamente e indissolubilmente si lega a una ricerca più terrena, «quella di sua nuora» rapita nell’agosto del 1976, al pari del figlio Marcelo, dai militari del regime e rinchiusa in un campo di concentramento sadicamente chiamato «Il giardino». Da allora, Gelman non ha smesso di cercare, tanto sul fronte della poesia, rivolgendosi a forme sempre nuove, quanto su quello della memoria e della realtà più terrena, scrivendo lettera, raccogliendo firme, intentando cause pilota contro i militari e i loro protettori politici. « Il dolore non si dimentica di me. Ombre, distanze, superfici, odore di sospetti marci, affanni che non spostano i piedi. Vi è paura nella memoria proibita». Per il recupero di questa memoria, dichiara Gelman, «vale la pena lottare e soffrire. Vale la pena scrivere», violare le porte e infrangere divieti.

In un testo titolato «Differenze», lei ha scritto che «la poesia non è un destino». Come nasce in lei la necessità, o la scelta se preferisce, di affidarsi proprio al registro poetico?

Io comincio a scrivere quando sento un rumore all’orecchio e mi prende un malumore straordinario. Sento dentro di me un’ossessione. Quello che tutti chiamano ispirazione per me è soltanto questo: un’ossessione. Non so di preciso che cosa mi accada. Potrei dire – scherzando, ovviamente – che scrivo per leggermi e capire, a posteriori, quello che mi accade. Quando avevo quattro, cinque anni mio fratello maggiore si divertiva a recitarmi versi Puskin in russo. Ero molto piccolo e, ovviamente, non capivo nulla. Però ero colpito dai suoni meravigliosi, dalla musica e dal ritmo di Puskin. Insistevo allora con mio fratello, che era molto più grande di me, affinché me ne leggesse in continuazione. Molte volte ho pensato che quei suoni abbiano influito radicalmente lasciando c una impronta su di me. I miei genitori provenivano dall’Ucraina, mio padre prese parte alla rivoluzione del 1905, a Odessa. Era un operaio, un falegname, poi in Argentina divenne un piccolo commerciante. Ma era uno di quegli operai dell’Est e del centro Europa che leggevano di tutto. La nostra casa era piena di libri, infatti mio padre si interessava di letteratura, di storia, di politica e di economia. Anche mio fratello leggeva di tutto. Ricordo come se fosse ieri la domenica in cui presi dalla sua biblioteca Umiliati e offesi di Dostoevskij e comincia a leggerlo. Ne fui scosso a tal punto che mi venne la febbre e mi rimase per due giorni. Iniziai a leggere poesia spinto da una misteriosa necessità, e favorito da questo ambiente familiare. Tra le cose che mi raccontava mia madre, ricordo una storiella in cui si parla di un ragnetto che, per strada, incontra un millepiedi e gli domanda: «Mi dica, come cammina lei? Cinquanta piedi prima, cinquanta dopo. Alternati a dieci a dieci, a venti a venti… Come fa a coordinare i movimenti?» Il millepiedi si ferma a pensare e rimane fermo per tutta la vita afflitto, e quasi inchiodato al suolo, da quel problema. Forse in poesia accade la stessa cosa. Oppure è una verginità in parte finta. Comunque sia, ci sono cose che davvero non so e altre che preferisco non sapere. Altre ancora mi conviene non saperle. Occorre sedersi davanti alla pagina bianca con la verginità che ci è possibile e ci viene concessa, senza che i vecchi modelli e i vecchi meccanismi influiscano troppo – troppo consapevolmente, intendo- su di noi.

Tra i poeti e gli scrittori che più l’anno influenzata ci sono, dunque, i russi.

Ovviamente, ma anche i francesi e i poeti di lingua castigliana. Io credo che la poesia non si possa studiare, ma la si può imparare dalla lingua, soprattutto dalla lingua dei grandi poeti. Per questo diffido delle traduzioni e cerco di rivolgermi a quelle lingue alle quali posso avere un certo accesso.. Il problema della poesia è la musica, che ha le sue leggi che pure sono significato.

Julio Cortazár invitava a leggere i suoi testi come se si trattasse di procedere lungo un sentiero irto di «curve e salite» fermandosi di tanto in tanto «a quegli incroci dove la strada sembra esitare». La sua scrittura, infatti, richiede attenzione proprio perché si sviluppa seguendo continui salti di registro, dal sonetto di Incompletamente, alle forme brevi dei Salari dell’empio. Sembra comunque che lei si sia preoccupato di non affezionarsi, se così si può dire, a uno stile, ma abbia scelto la via della ricerca di forme sempre diverse, senza peraltro cadere nelle insidie dello sperimentalismo.

Anche questo aspetto fa parte della mia ossessione. Pavese parlava di ossessione servendosi di un’immagine molto bella. Diceva che è come un grafico che inizia come se stesse a cento, mentre la scrittura parte da zero. La scrittura si alza mano a mano che comincia a esprimere l’ossessione, mentre l’ossessione cala di pari grado, fino a che non si intersecano. Quando succede questo si scrivono i poemi più felici, che non sono molti. Una volta trovato questo punto di intersezione, però, il pericolo che si corre è quello di fermarsi lì, ripetendosi, o ripetendo cliché e stili. Una volta acquistata una certa tecnica, la scrittura rischia di diventare mestiere. Per questo, credo che sia necessario mettere continuamente in discussione i risultati raggiunti, cercando forme nuove o più semplicemente rivolgendosi ad altre forme. Non bisogna avere il timore di restare in silenzio, anche se non si scrive per due, tre anni. Quando avevo trenta anni mi preoccupavo enormemente di questi lunghissimi, interminabili tempi morti in cui l’ispirazione veniva meno. Ma il problema è che non si scrive mai poesia, si viene scritti dalla poesia. La poesia è una signora molto occupata, poiché ci sono poeti dappertutto. Bisogna aspettarla, non chiamarla. Non è questione di pazienza o di volontà. Si tratta di attendere che arrivi con ciò che ho chiamato ossessione. Le ossessioni -vale per qualsiasi artista – sono poche, in fin dei conti. Ma, col tempo, quello che si sviluppa è una sorta di spirale entro la quale la stessa ossessione è guardata da un punto di vista sempre diverso. Per questo cambiano le forme e la mia poesia segue stili molto diversi.

Lei parla di ossessione, mentre altri autori, in special modo francesi, parlano di una «ferita segreta», un taglio nascosto che continua a sanguinare, come immagine di questa creatività inafferrabile. Non a caso, uno dei suoi lavori più noti ha per titolo Taglio: «La poesia non fa si che qualcosa accada, disse W. H. Auden. A mala pena sopravvive. Non disse perché. Sopravvive come sopravvive l’impossibilità»…

Mi riconosco nell’immagine della ferita segreta, Di fatti, la prima ferita che il bambino ha nella culla è la parola. La parola che viene dal cuore. Tutti siamo stati – e molti di noi continuano a esserlo, nel ricordo – feriti dalla parola che entra nella culla provenendo da fuori. È la prima ferita e non si chiuderà mai. Perché per alcuni questa ferita passi per la scrittura, sanguini in forma di parole, e per altri no, è un mistero che non scioglieremo mai. È il mistero del millepiedi di cui parlavamo prima.

Il suo lavoro sulla poesia è sempre andato di pari passo con una attività all’apparenza più prosaica, quella di giornalista. Come ha conciliato questi due aspetti del suo lavoro di scrittura?

L’anno prossimo sarà mezzo secolo, da quando ho iniziato a fare il giornalista. In esilio, in verità, ho lavorato poco come giornalista e mi sono riciclato come traduttore. Lavoravo all’Unesco e poi in altri organismi delle Nazioni unite. Traducevo pratiche noiose. Anche Cortázar lavorava su queste cose. Julio era un uomo molto modesto, non si prendeva sul serio. Penso che un artista debba prendere molto seriamente il proprio lavoro, ma non debba mai prendersi sul serio. Lui era proprio così: rigoroso, ma molto, molto modesto. Comunque, tornando alla sua domanda, le confesso che io non ero altro che uno studente, quando ho iniziato a fare il giornalista. Studiavo chimica e un giorno mi sono detto che proseguendo per quella strada non sarei arrivato da nessuna parte. Quello che volevo era scrivere poesia. Ho fatto molti lavori, e infine mi misi a cercarne uno in cui la parola fosse importante. Ho lavorato un po’ ovunque, facendo la gavetta. Ma ho sempre amato la cronaca, che mi permetteva di uscire dalla redazione e vedere quello che succedeva per le strade di Buenos Aires. La cronaca e l’intervista erano le cose del mio lavoro che preferivo. Però non credo ci sia contraddizione tra il fare poesia e il lavorare sulla cronaca. Poesia e giornalismo sono buoni vicini che convivono in uno stesso palazzo. Molti poeti argentini lavoravano come giornalisti, anche se non pochi vivevano la cosa con grande disagio.

Per quale ragione la appassionava la cronaca?

In Argentina, in quel momento di relativa certa prosperità economica, arrivavano persone da tutte le parti. Buenos Aires era piena di cileni che venivano da Sud, Boliviani dal nord, uruguaiani e paraguaiani… C’era lavoro, e quindi immigrazione. A me interessavano le riunioni sindacali di base. Un uruguaiano parla castigliano, ma con delle nuances, delle sfumature che arricchiscono la lingua di partenza. Questo era il fatto che mi interessava di più. Ovviamente mi interessavo dei problemi della gente. Ma ci sono dettagli che nell’espressione e nel modo di manifestare questi problemi arricchiscono la lingua. I problemi sono sempre gli stessi – il salario, il lavoro, l’economia – ma qualcosa cambia. Accade ovunque, ma Buenos Aires era un vero crogiuolo di parlate. Ho lavorato come capo di redazione di un giornale, Noticias, e ho sempre desiderato una cosa davvero impossibile: che si facesse cronaca con le parole della gente, prestando orecchio alle espressioni, alle sfumature, alla musique della lingua. Questa era la mia ambizione, ma nel giornalismo spesso prevalgono altri aspetti, come la burocrazia, il formalismo, l’appiattimento del linguaggio…

Crede che questa «ricchezza» si sia preservata in Argentina, anche dopo gli anni neri della dittatura e quelli del disastro di Menem?

L’Argentina continua a possedere quella ricchezza. Però – è un dato elementare ma converrà ricordarlo – l’Argentina è tra le regioni del mondo in cui il divario tra ricchi e poveri è più marcato. Si vive in un clima di profonda ingiustizia sociale. é un fatto curioso, un paradosso, visto che continuiamo a considerarla «Occidente». Ma questo Occidente è una disgrazia.. Semmai, quello che possiamo dire è che da qualche tempo – penso al Brasile, all’Uruguay e all’Argentina stessa – ci sono governi che cercano di muoversi con una certa indipendenza, cercando di sottrarsi, per quanto possono, alle ingerenze del Fondo monetario internazionale. Kirschner, a mio parere, ha tenuto nei confronti del Fmi una posizione più dura rispetto a quella di Lula in Brasile. A questo proposito ha fatto una operazione molto interessante e coraggiosa relativamente al problema del debito estero. Comunque, il vero problema è che ha ereditato una Argentina in crisi nera e terribile. Menem ha saccheggiato tutto, mentre quello che è venuto dopo di lui, De la Rua, era un emerito incapace. Hanno lascito una eredità molto pesante, pensi solo agli indici di disoccupazione, alle disuguaglianze economiche e sociali… Ci vorranno anni, generazioni intere, se tutto va per il verso giusto, per rimettere le cose a posto. Questo è il problema immediato. Perché dal punto di vista dei diritti umani, Kirschner è andato molto lontano. Ha spazzato via una cupola militare che pretendeva l’impunità per i crimini commessi durante la dittatura continuasse. Ha spazzato via tutto questo, ha fatto dimettere i membri corrotti della Corte suprema di giustizia, e ha fatto abrogare le leggi vergognose sull’impunità. I processi congelati da Alfonsín – che comunque fu il primo a promuovere i processi, anche se poi si tirò subito indietro – sono finalmente ripresi. Menem ha continuato ad assicurare impunità a tutti, nel tentativo neppure troppo mascherato di distruggere la memoria civile. Comunque, c’è stato un antecedente, una sorta di anticorpo che ha impedito a questo lavoro di rimozione di giungere fino in fondo. Questo antecedente è costituito dalle madri di Playa de Mayo. Queste donne, in piena dittatura nel 1977 -ripeto: in piena dittatura e possiamo immaginarci che cosa questo significasse – hanno cominciato la ronda, davanti alla sede del governo. Hanno mantenuto viva la fiamma della memoria e della resistenza in momenti in cui la resistenza della classe operaia era a bassa organicità, a causa della repressione. Repressione dei militari e dei padroni. La Mercedes Benz passava ai militari i nomi di operai che cercavano di fare assemblee costituendo comitati di base o avanzavano rivendicazioni salariali, e i militari «convertivano» questi lavoratori in desaparecidos.

Nel gennaio del 2000, Marcos le ha indirizzato una lettera aperta titolata 5.56 mm NATO, il calibro del proiettile che, molto probabilmente, ha ucciso suo figlio. Marcos la definisce un poeta insensato, «perché adesso, in questi tempi, così si chiamano coloro che non si arrendono né si adattano», riferendosi alla sua battaglia per la ricerca della verità sulla sorte di sua nuora e della sua nipotina.

I problemi sono complessi. Io non ho mai risposto a Marcos. Penso che ci sono iniziative molto diverse che forse, un giorno, arriveranno allo stesso punto. Ci sono lotte diverse e di diversa qualità, che si incrociano in un senso molto generale – ideale, spirituale e via dicendo – ma che sono diverse, assolutamente diverse. Non mi considero un campione dei diritti umani, tanto meno un simbolo. Semplicemente, con mia moglie, che non è la madre dei miei figli, ho deciso di lottare per conoscere la verità. Tutto questo mi costa molto e ha provocato molte reazioni politiche, e via discorrendo. Noi crediamo del caso. Nel caso specifico, intendo, poiché quando si parla di numeri, il caso sparisce. Si dice che sono stati trentamila, centomila, diecimila. Solo numeri e tutte le storie personali – il dolore, la rabbia, la vita – sono assorbite dalla cifra. Al contrario, quando si sottolinea una caso particolare, allora anche tutti gli altri si illuminano. È il volto che riappare. Non il numero.

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ISSN:2037-0857

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