philosophy and social criticism

La corazzata Potemkin e la censura (1926-1960). Incontro con Roberto Chiesi

Giulia Zoppi

TYSM incontra Roberto Chiesi, studioso e critico cinematografico, nonché responsabile del Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini della Fondazione Cineteca di Bologna, per parlare della censura che il capolavoro di Sergej M. Ejzenštejn La corazzata Potemkin subì ininterrottamente dall’anno della sua uscita pubblica del 1926, fino al 1960.

L’occasione nasce in seguito al prezioso restauro a cura delDeutsche Kinemathek con il sostegno di Bundesarchiv-Filmarchiv, BFI – National Archive e Russian State Archive of Literature and Arts (RGALI), che ha permesso al pubblico italiano di vedere la celebre pellicola nella sua versione integrale, ovvero in lingua russa con sottotitoli in italiano e con le musiche originali di Edmund Meisel, uscita nelle nostre sale nel novembre 2017.

Roberto Chiesi si è occupato di indagare, con la consueta perizia e profondità, le vicende censorie che colpirono l’opera nel corso degli anni. Il risultato è visibile in un’interessante appendice proiettata al termine del film e intitolata Versioni a confronto,a cura di Roberto Chiesi e Antonio Bigin (contenuti che si trovano anche nel cofanetto che comprende dvd e saggio critico, uscito per le edizioni della Cineteca di Bologna).

Da storico del cinema e da studioso scrupoloso quale sei, puoi elencarci quali furono le principali ragioni che fecero scattare la censura verso un’opera dell’importanza artistica e culturale come la “Corazzata Potemkim”?
Due bersagli vengono presi di mira dai censori: la rivolta e il sesso. La corazzata Potemkin e L’âge d’or sono stati proibiti con lo stesso fanatismo perché sono i due aspetti della grande lotta liberatrice degli uomini.[i]
Non sorprende che Ado Kyrou menzionasse negli anni ’60 il film di Luis Buñuel come simbolo dell’eros trasgressivo bersaglio dell’oscurantismo censorio, ma forse può meravigliare che un grande film canonico della storia del cinema come il capolavoro di Sergej M. Ejzenštejn venisse citato come esempio di film maledetto.

Puoi raccontarci nel dettaglio cosa avvenne al film dopo la sua uscita nel 1925?
La corazzata Potemkin, per almeno trentacinque anni dalla data della sua prima proiezione (dicembre 1925), ha subìto tali abusi, manomissioni e interdizioni che la qualifica di film “maledetto” appare legittimamente giustificata.

Nella primavera del 1928 i diritti del film risultano venduti in trentotto paesi[ii]ma in quattro di questi-  Francia, Regno Unito, Italia e Giappone – verrà proibito dalla censura per un quarto di secolo, in altri quattro fu distribuito in versioni purgate – Stati Uniti, Olanda, Finlandia e Svezia – e in tutti gli altri (a parte l’URSS) subì tagli e modifiche arbitrarie.

A spaventare gli organi di censura sono proprie le eccezionali qualità che entusiasmarono subito il pubblico, i critici, i cineasti (Chaplin, Lubitsch etc.), gli artisti (Majakovskij): la forza dirompente e l’originalità del montaggio, la bellezza e l’energia plastica delle immagini che raccontano una storia di rivolta, prodroma della rivoluzione bolscevica che sarebbe divampata dodici anni più tardi. Come vedremo, La corazzata Potemkin viene subito inquadrato come un film di propaganda comunista diabolicamente efficace e che quindi deve essere vietato alla visione o accuratamente disinnescato e reso inoffensivo.

Cominciamo con il parlare dell’accoglienza che il film ricevette in Germania e quali furono i tagli e le censure che subì prima di essere presentato al pubblico…
In effetti il primo paese europeo dove Potemkinapproda dopo essere stato regolarmente distribuito in Russia (dal 19 gennaio 1926) è la Germania, dove esce appena due giorni dopo, il 21 gennaio 1926 al Schauspielhaus di Berlino. Il film riscuote un trionfale successo tanto da essere proiettato in ventidue sale berlinesi. Affidando al regista Piel Jutzi la redazione di didascalie in tedesco che in parte omettevano il testo originale e in parte aggiungevano un commento ex novo, il distributore Prometheus tentò strategicamente di presentare il film come una ricostruzione storica senza valenze politiche. “I cinque atti della precisa struttura drammatica di Ejzenštejn furono soppressi a profitto di una divisione in sei bobine; al film vennero tolte alcune scene che la censura poteva voler tagliare per un totale di 123 metri (circa sei minuti a 18 fotogrammi al secondo)”[iii]. Venne ugualmente modificato parte del montaggio, così che, per esempio, il marinaio Vakulinchuk non veniva più inseguito e ucciso dopo la vittoria dei marinai insorti, ma durante la rivolta. Sembra che fu lo stesso ministero della Guerra a pretendere l’interdizione del film, perché esaltava una rivolta di soldati. Il film fu proibito il 24 marzo, perché giudicato “di natura tale da perturbare in modo durevole l’ordine pubblico e la sicurezza”. La Prometheus ricorse in appello, cercando in ogni modo di respingere l’accusa di “propaganda comunista” e rivendicò le didascalie di Jutzi, dove era stato eliminato ogni nesso fra la Rivoluzione del 1905 e quella del 1917. La censura pretese comunque 30 metri (100 secondi) di tagli: le inquadrature in cui gli ufficiali vengono gettati in mare; i primi piani del cosacco che colpisce violentemente con la sciabola e del bambino colpito a morte sulla scalinata di Odessa. Questa versione di 1586,85 metri (visto n. 12595 del 10 aprile 1926) ebbe una diffusione internazionale a partire dal 29 aprile 1926 al teatro Apollon di Berlino. Secondo Enno Patalas[iv], Jutzi aveva già tagliato altre inquadrature (come quella del corpo del bambino calpestato dai piedi di qualcuno che fugge). Naturalmente si trattava di tagli fatti senza l’approvazione di Ejzenštejn.

“Dopo avere ottenuto l’autorizzazione, la Sovkino inviò il negativo originale alla sede della legazione commerciale sovietica Berlino che doveva organizzare la distribuzione internazionale del film. Il negativo fu così montato secondo le istruzioni della censura tedesca, e quasi tutte le versioni negli altri paesi subirono i segni del suo intervento”[v].

 

Poco tempo dopo, il film viene proibito dalla polizia a Stuttgart e nei land di Hesse, Turingia, Baviera e Mecklenburg-Schwerin. Dato che ogni film è protetto da una clausola giuridica e non può essere proibito per le sue opinioni politiche, il pretesto per bloccarlo è individuato nel pericolo che l’ordine pubblico potrebbe essere turbata da sommosse in concomitanza con le proiezioni.

Il 12 luglio 1926 il film viene sottoposto ad una commissione di revisione che lo proibisce nuovamente. Nonostante la protesta della stampa progressista, la Prometheus è costretta a presentare una versione molto ridotta del film, il 28 luglio 1926: 1421 metri di cui 117 (quasi sei minuti) sono stati tagliati. Vengono tagliate altre inquadrature del massacro sulla scalinata di Odessa e in aggiunta anche dell’ammutinamento.

Il 5 giugno 1928 Prometheus distribuisce una versione leggermente più lunga: 1464 metri, solo 43 metri (due minuti) in più rispetto alla versione di due anni prima. Viene presentata come la versione integrale (sic). Nel 1930, con il sonoro, il film viene riedito (visto 26505 del 1 agosto 1930) ma è proiettato a 24 fotogrammi al secondo, con un effetto di accelerazione dei movimenti. Le didascalie sono state eliminate e sono stati inseriti arbitrariamente cori parlati, rumori e voci. La durata è ridotta a 1353 metri (49′),

Nel 1933 il regime nazista sequestrò tutte le copie. Il ministro della propaganda Joseph Goebbels lo definì “un film meraviglioso senza eguali nel cinema. La ragione è la sua forza di convinzione. Chi non abbia una fede politica salda, dopo avere visto il film, potrebbe diventare un bolscevico.”[vi]Il ministro auspicava che i cineasti nazisti realizzassero una Corazzatanazionalsocialista.

Mentre in Francia…
La corazzata Potemkinvenne proiettato a Parigi per la prima volta il 13 novembre 1926 al cinema Artistic, presentato da Léon Mussinac, per iniziativa del primo Cineclub francese presieduto da Germaine Dulac. Il film viene proibito dalla censura nel 1927, perché “film di propaganda”, “violento”, contenente “immagini immorali”[vii]e lo rimase per ventisette anni, durante i quali sarà visibile solo nelle proiezioni private al Casino di Grenelle e nei cineclub. L’associazione “Amis de Spartacus”, che svolgeva attività di militanza comunista, ne proiettò una copia scadente nei cinema di periferia e in provincia, ma nel 1928 la polizia ne proibì le proiezioni e furono due nuove associazioni, “Le cercle de la Russie neuve” e il “Groupement des spectateurs d’avant-garde” a organizzarne ancora delle proiezioni. Il film venne nuovamente sottoposto alla censura l’8 novembre 1950, quando il veto dei rappresentanti dei ministero dell’Interno, della Difesa nazionale e degli Affari esteri confermò l’interdizione perché si riteneva che potesse turbare l’ordine pubblico e il morale dell’esercito. È soltanto dopo la morte di Stalin che Potemkinottenne l’autorizzazione alla proiezione pubblica il 1 marzo 1953 e uscì il 7 ottobre dello stesso anno[viii].

La fama di Ejzenštejnera tale che il film approdò anche in Scandinavia, Regno Unito e Stati Uniti. Anche in questi Paesi l’opera fu al centro di manomissioni, censure e tagli?
Sì, è andata così anche in Svezia e Danimarca. Il distributore spostò alla fine le sequenze iniziali capovolgendo il senso della storia, per cui gli ufficiali zaristi sembrava riuscissero ad imporre la loro volontà ai marinai e la censura diede il nulla osta[ix].

Nel Regno Unito, il colonnello J.C. Hanna DSO, al servizio del BBFC (British Board of Film Censors) dal 1922, decise di proibire Potemkinil 30 settembre 1926 a causa del suo carattere di “inflammatory working class rebellion”. Appena quattro mesi prima, il 3 maggio, la classe operaia aveva organizzato uno sciopero generale e questa contingenza finì per esercitare un certo peso sulla decisione del BBFC. Inoltre il film “contains scenes of blood repugnant to English public taste”. Nel 1928 il produttore Ivor Montagu, attivista comunista e responsabile della Film Society di Londra, tentò di aggirare il BBFC, sottoponendo La corazzata Potemkinal giudizio del  LCC (London County Council) e del MCC (Middlesex County Council), i principali organi di governo locale delle contee di Londra e del Middlesex.

Ma entrambi confermarono il divieto del BBFC. Montagu voleva rivolgersi ad altre autorità locali ma fu preceduto da Scotland Yard che nel febbraio del 1929 intervenne presso i distributori del film, Film Booking Offices, per vietare loro di diffondere copie del film. Montagu non si diede vinto e riuscì ad avere una copia da Berlino e quindi ad organizzare una proiezione del film al Tivoli Palace il 10 novembre 1929. Prima della Seconda guerra mondiale non vi furono altre proiezioni, a parte alcune private ad Hampstead e in Scozia. Soltanto dopo la morte di Stalin, nel 1954,  il film venne distribuito ma contrassegnato “X”, ossia vietato ai minori di sedici anni.[x]

Dopo la “prima” negli Stati Uniti, al Baltimore Theatre di New York il 5 dicembre 1926, grazie all’interessamento di Douglas Fairbanks, il film di Ejzenštejn fu “inserito, senza didascalie, come un flashback in una storia raccontata da un ex marinaio della Potemkin (Henry Hull), ora diventato un partigiano che combatte dietro le linee tedesche in Crimea e racconta ai suoi compagni l’ammutinamento del 1905. Furono anche aggiunte delle nuove sequenze, scritte da  drammaturgo Albert Maltz, uno dei “dieci di Hollywood” incarcerato durante il maccartismo, diretta da Hans Burger e montaggio di Mark Sorin come il lamento di una cittadina di Odessa sul corpo diVakulinchuk”[xi]Questo “centone”,distribuito nel 1943 con il titolo Seeds of Freedom (1865 metri, 68′) era diretto da Hans Burger, montato da Mark Sorin e scritto dal drammaturgo Albert Maltz, uno dei “dieci di Hollywood”, che fu incarcerato durante il maccartismo. 

Immagino che in Italia, durante il regime fascista non possa essere andata molto meglio…
Dopo essere stato proibito dal regime fascista, nel 1945 Potemkinfinalmente ha una prima proiezione italiana al cinema Alcione di Milano al festival del Cinquantenario del cinematografo. Pietro Bianchi lo definisce “un dono postumo fattoci dal Minculpop che ce lo aveva proibito per vent’anni” (“Candido”, 23 marzo 1946). In seguito due copie in formato ridotto furono diffuse nel circuito privato dei cineclub, delle case del popolo e dei circoli del cinema. Ma è soltanto nella primavera del 1960 che il film esce regolarmente in Italia. L’edizione è quella sonorizzata sovietica del 1950, con le musiche di Nikolaj Kriukov.

Il nulla osta del documento ministeriale (numero 31223 del 18 febbraio 1960) non riporta nessuna osservazione, nessuna richiesta di tagli, niente di niente. La lunghezza è di 1827 metri ma risultano dall’allungamento dei tempi delle didascalie e da alcune aggiunte arbitrarie (come incipit viene inserito un breve documentario sul regista). Il distributore, Cinelatina (presidente Egisto Cappellini, direttore commerciale Tullio Tamaro), è una ditta indipendente regionale che dopo il successo commerciale del film, ha un’effimera esistenza da distributore nazionale. Mantiene le didascalie in cirillico ma aggiunge un pomposo e pleonastico commento parlato, letto da Arnoldo Foà, che in realtà spesso travisa deliberatamente il testo, omette sistematicamente parole come “bandiera rossa”, “compagno” e “rivoluzione”. Si cerca quindi di spacciare il film di Ejzenštejn come un innocuo film storico, che rievoca eventi remoti e alieni da qualsiasi istanza ideologica o politica.

Infatti fra i cospicui (oltre trenta) tagli che vengono inferti al film, fra quelli più rilevanti riguardano proprio la sequenza in cui viene issata la bandiera rossa a Odessa mentre la folla applaude; le scene di partecipazione popolare all’omaggio funebre reso a Vakulinchuk con l’eliminazione di quattro inquadrature di una vecchia mater dolorosa dagli occhi azzurri, tre di donne e uomini che cantano. È probabile, invece, se è attendibile una testimonianza di Morando Morandini[xii], che il taglio delle tredici inquadrature più cruente del massacro compiuto dalla guardia bianca sulla scalinata di Odessa (il bambino colpito alla testa, la fucilazione della madre, l’anziana donna col pince-nezche sanguina da un occhio), fosse stato, almeno in parte, già effettuato nell’edizione sovietica del 1949-50.

L’ultima mutilazione inferta dalla censura democristiana al Potemkin si ha quando viene trasmesso sul secondo canale RAI il 24 febbraio 1964 nell’ambito di un ciclo di film di Ejzenštejn a cura di Gian Luigi Rondi. All’edizione mutila e manipolata di Cinelatina sono state levate una per una tutte le didascalie, in sfregio al senso grafico e ritmico in base al quale l’autore le aveva concepite.

 

Note

[i]           Ado Kyrou,Amour-erotisme & cinéma, Eric Losfeld, Paris 1966, p. 301.

[ii]          Kristin Thompson, Eisenstein’s early films abroad, in Eisenstein Rediscovered, a cura di Ian Christie e Richard Taylor, Routledge, London-New York, 1993. Thompson riporta i dati pubblicati in Russlands Aussenhandel, “Lichtbildbühne”, vol. 20, n. 253, 22 ottobre 1927, p. 14; Die Verbreitung des Sojet-Films, “Lichtbildbühne”, vol. 21, n. 115, 12 maggio 1928, p. 22.

[iii]         Thomas Tode, Ein Film kann einen anderen verdecken: Zu den verschiedenen Fassungen des “Panzerkreuzer Potemkin” und Meisels wieder gefundener Musikvertonung, “Medien & Zeit”, n. 1, 2003, pp. 23-40, poi ripreso e rielaborato in Id., Un film peut en cacher un autre. Àpropos des différents versions du Cuirassé Potemkineet de la réapparition de la mise en musique d’Edmund Meisel, “1895”, n. 47, dicembre 2005, pp. 39-76.

[iv]         Enno Patalas, The Odyssey of the Battleship: on the reconstruction of Potemkin at the Filmmuseum Berlin, “Journal of Film Preservation”, n. 70, novembre 2005, p. xx.

[v]          Thomas Tode, Un film peut en cacher un autre, cit. , p. 45.

[vi]         Il discorso di Joseph Goebbels fu inizialmente pubblicato, in una versione ridotta, in “Völkischer Beobachter”, 30 marzo 1933, citato inDavid Welch, Propaganda and the German Cinema 1933-1945, Clarendon Press, Oxford 1983, p. 17.

[vii]        Questi termini sono riportati in Henry Poulailler, “Nous voulons voir les film russes”, “Photo-ciné”, n. 8, settembre-ottobre 1927, pp. 169-170.

[viii]       Cfr. Jean Bancal, La Censure cinématographique: son histoire; son but; son perfectionnement, tesi di dottorato in diritto, Université de Paris, 1934, p. 45; Myriam Tsikounas, La cuirassé Potemkine, “CinémAction”, n. 103, 2002, pp. 21-25; Laurent Garreau, Archives secrètes du cinéma français 1945 – 1975, Presses Universitaires de France, Paris 2009, p.94.

[ix]         Mino Argentieri, Trentacinque anni di storia vissuta dal “più bel film di tutti i tempi”,“l’Unità”, 19 maggio 1960.

[x]          Cfr. Ivor Montagu, The Political Censorship of Films, Victor Gollancz, London 1929, p. 12; James C. Robertson, The Hidden Cinema. British film censorship in action, 1913-1972, Routledge, London-New York 1989, pp. 27-31.

[xi]         Enno Patalas, The Odyssey of the Battleship: on the reconstruction of Potemkin at the Filmmuseum Berlin, “Journal of Film Preservation”, n. 70, novembre 2005, p. 31.

[xii]        Morando Morandini, La corazzata Potemkin, Radar, Padova 1969,

Cita questo articolo: La corazzata Potemkin e la censura (1926-1960). Incontro con Roberto Chiesi, "Tysm". Published 11 ottobre 2018. Last accessed 17 ottobre 2018. http://tysm.org/la-corazzata-potemkin-e-la-censura-1926-1960-incontro-con-roberto-chiesi/

 

 

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