philosophy and social criticism

Pensare non serve a niente. Emil M. Cioran

"Emil Cioran"

di Francesco Paolella

La casa editrice Mimesis ha appena pubblicato due nuovi testi di Cioran: L’intellettuale senza patria (una ampia intervista del 1983) e Il nulla (un epistolario pure risalente agli anni Ottanta).

A leggere queste due nuove, piccole tracce del Cioran degli ultimi anni, mi è venuto subito in mente un altro libro, scritto da Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni (Quodlibet 2009), in cui si discute del perché e del percome dello scrivere, della scelta di scrivere come forma di maniacalità, e più in generale sull’essere artisti.

Cavazzoni rivendica il valore della scrittura autentica, viva, di un’arte che non punta a essere soltanto riconosciuta, a diventare un mestiere, ma che nasce da una urgenza, da un bisogno assoluto. In questo senso, fa soprattutto un «elogio del principiante»:

«Un principiante non è un ignorante, è solo uno che ha una qualche urgenza di scrivere, per cui bada solo a quello che scrive, e prende su dalle forme linguistiche costituite quel che gli serve, così come prende le regole della sintassi e ci si attiene, oppure ci si attiene, a seconda di come gli viene. E poi un principiante ogni volta che ricomincia, cioè quando gli prende l’uzzo o la smania di ricominciare (ad esempio ad appuntarsi per iscritto le idee), è sempre daccapo; perciò è un principiante; aver già scritto non gli serve molto, perché ogni volta è un caso unico e nuovo» (Cavazzoni, p. 47).

Non voglio certo dire che questa descrizione valga in tutto per un autore complesso come Cioran. Ma proprio nel pensatore rumeno si ritrova la necessità di usare le parole, di ripudiare il linguaggio accademico, la lingua “falsa” dei filosofi di professione. E sempre nel bel libro di Cavazzoni, in un altro punto (dove discute di Kafka come «artista della scrittura») emerge un altro aspetto che possiamo tenere buono anche per Cioran, per questo filosofo «post-illusionista», come egli stesso si definisce proprio ne Il nulla (p. 49). Per un artista che sia totalmente vinto, dominato dalla propria arte, da quel bisogno di creare qualcosa, «non conta ciò che si produce e si lascia, perché è solo e sempre il segno di un destino e di un fallimento» (Cavazzoni, p. 135). Per l’artista conta la propria arte, e niente altro, il rimanerci il più attaccato possibile; vuole essere in qualche modo schiavo, anche se è faticoso e doloroso. Ed ecco le parole di Cioran:

«Il dramma per uno scrittore è diventare famoso da giovane, una cosa estremamente negativa, poiché molti scrittori, se diventano conosciuti quando sono abbastanza giovani, cominciano a scrivere per il loro pubblico. A mio avviso, un libro andrebbe scritto senza pensare agli altri. Non si dovrebbe scrivere per nessuno, solo per se stessi» (L’intellettuale, p. 35).

Nel caso di Cioran, ci troviamo di fronte a un uomo che ha dovuto vincere ogni orgoglio, ogni ambizione. Un uomo che ha deciso di esprimersi negandosi sempre di più, dedicandosi al proprio fallimento, curandolo per così dire. Cioran, che sembra di essere arrivato a scrivere i suoi libri quasi per caso, o meglio subendo quel destino che inchioda ognuno alla propria esistenza, ha scelto di liberarsi (dalla filosofia, dall’accademia, dal nazionalismo, dalle ideologie, e poi dai circoli culturali parigini, dal mondo letterario, come dall’alcol e dal tabacco), per dedicarsi al proprio “auspicabile fallimento”, alla propria condizione di sradicato, di votato al nulla.

I libri di Cioran, che sono riusciti a salvare – così come è stato ricordato in più occasioni da lui stesso – tante persone, soprattutto giovani, giunte al culmine della disperazione, bene i suoi libri sono il risultato di un cammino nello scetticismo, nella ricerca di consolazione parziale e momentanea. Proprio come ricorda nei suoi Cahiers, lo scetticismo (più viscerale che intellettuale) è stato per lui una sorta di terapia, un calmante. Cioran è vissuto in una continua tensione nervosa, in uno stato semi-depressivo, dominato dalla esperienza terminale di sentirsi fuori dal tempo. Una vita per altri versi estremamente annoiata; e una vita per certi versi non vissuta: Cioran non ha mai lavorato, se non per un solo anno, come insegnante in un liceo rumeno. A ripercorrere la sua biografia, sembra davvero di assistere a una caduta, e alla rivelazione spaventosa del fatto che nella vita non c’è progresso.

Il momento rivelatore è stato per Cioran il cadere nell’insonnia, e ancora in piena giovinezza. E’ stato per lui il momento in cui la possibilità concreta di soccombere, di finire nel delirio, nel suicidio. Non poter dormire mentre tutti gli altri dormono, significa non poter interrompere il corso dell’esistenza, non poter mai finire, né ricominciare.

«Per chi non dorme, il tempo che trascorre tra il momento in cui va a letto la notte, e il risveglio al mattino, è continuo, senza interruzione e senza alcuna soppressione della coscienza. Così, invece di iniziare una nuova vita, alle otto del mattino sei esattamente come eri alle otto della sera precedente. L’incubo continua ininterrotto, e al mattino, cosa si può cominciare, dato che non c’è alcuna differenza rispetto alla notte precedente? Quella nuova vita non esiste» (L’intellettuale, pp. 22-23).

Proprio nella più acuta disperazione, Cioran si è reso conto che la filosofia non serve a niente. E per questo si è rivolto alla letteratura, la quale pure non è di alcuna utilità essenziale, ma che almeno permette di riconoscere in altri casi, in altre vite, stati d’animo simili al proprio.

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tysm literary review, Vol 7, No. 12,  March 2014

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ISSN:2037-0857

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