philosophy and social criticism

Prostituzione e storia

Francesco Paolella

Fino a che punto ci si può mettere in vendita? Posso, sempre e comunque, disporre del mio corpo, di ogni suo organo? Se “io sono mio\mia”, perché dovrebbero esistere dei limiti alla possibilità di alienare una parte di me, anche, ad esempio, per mettere alla luce un bambino, destinato – dietro compenso – ad altri? Oggi è soprattutto il tema bruciante della “gestazione per altri” a far discutere, ma, sul fondo, resta sempre il dilemma legato alla prostituzione: lo scambio sesso-denaro può essere considerato come qualsiasi altra prestazione, anche in senso lavorativo?

Ripercorrere la storia del dibattito otto-novecentesco sulla prostituzione significa penetrare in un intrico di ragioni e di giustificazione, di pregiudizi e di ipocrisie: in Italia, tranne che negli ultimi decenni, è stato un dibattito tutto, più che mai, maschile: la voce delle protagoniste, la voce delle prostitute non è stata ascoltata; di più, è stato un dibattito in cui anche le posizioni più “avanzate” (cattolici, comunisti soprattutto) sono rimaste spesso intrappolate in un vecchio paternalismo, nel moralismo di chi voleva salvare delle peccatrici.

In termini molto generali, lo scontro fra regolamentazionisti e abolizionisti (nel senso dell’abolizione della regolamentazione) non si è mai risolto, nemmeno dopo l’approvazione della legge Merlin del 1958: tutt’oggi, e specialmente in occasione delle campagne elettorali, riemergono gli argomenti classici di chi vorrebbe togliere le prostitute dalle strade, riaprendo le “case” (gestite da chi?), garantendo finalmente i controlli sanitari (ma anche per gli “utenti”?) e facendo loro pagare le tasse, come in Germania. Di sicuro, se l’obiettivo della legge Merlin era quello di sradicare il vizio, non si può dire che abbia funzionato, anzi. Milioni di italiani sono quotidianamente “clienti” di donne spesso giovanissime; di più, oggi si è instaurato un vero e proprio regime schiavistico, quello delle “tratte”, che ci ha portato ormai al di là di ogni disputa sull’autodeterminazione e sulla libera scelta.

Questo libro di Domenico Letizia, scritto da una posizione esplicitamente libertaria, ci mostra come i discorsi sulla prostituzione abbiamo sempre messo assieme argomenti diversi (l’ordine pubblico e il decoro, la moralità, la difesa della salute) per giungere, pur con proposte diverse, alla stessa meta: la salvezza delle donne (sempre vittime), la loro rieducazione verso modelli femminili più disciplinati. Lo ripetiamo: oggi i veri mali sono la coercizione e lo sfruttamento schiavistico. Ma è anche importante ricordare la fase in cui, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, è emerso il protagonismo delle stesse prostitute, fase in cui queste hanno potuto rivendicare non il bisogno di “salvezza”, ma più libertà, contro il moralismo anche di tante femministe. In tale prospettiva, andrebbero forse riviste, e con meno sufficienza, anche le proposte che Ilona Staller, scandalosa deputata radicale, fece in questo senso circa trent’anni fa.

E gli uomini? Siamo ancora al punto di giustificare a priori il meretricio appellandoci al loro “istinto incoercibile” e considerando la prostituta come “valvola di sfogo”, necessaria per il bene della società? La logica maschilista e autoritaria, che portò a una specie di venerazione dei bordelli durante gli anni fascisti, non è mai scomparsa. Ed è difficile credere che qualsiasi sforzo educativo possa intaccarla.

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