philosophy and social criticism

Rasputin

"Rasputin"

di Elémire Zolla

Nel 1972, durante un giro di conferenze sul satanismo in città italiane, accadeva quasi dovunque lo stesso episodio; qualcuno dal pubblico si alzava per proporre come esempio di essere satanico Rasputin. A tanta distanza di tempo, com’era intatta la sua fama!

E che cosa rispondere? In tali circostanze i generi letterari possibili sono ben pochi, giusto l’epigramma, il monito, l’epigrafe, la battuta; non era il caso di tentare una difesa della memoria così efficacemente oltraggiata, fu appena possibile ammonire che non esistevano prove, non si dice di satanismo, ma del minimo reato.

Grigori Efimovic Rasputin era nato cent’anni esatti prima di quelle imbarazzate risposte, nel 1872, nel mese di giugno, nel villaggio siberiano di Pokrovskoe. Fanciullo, amò la preghiera e le letture sacre e, quando ebbe dodici anni, manifestò pubblicamente la sua vocazione. Nello stanzone della sua casa si erano riuniti i capifamiglia di Pokrovskoe per consultarsi su un misterioso furto di cavalli; Grigori, che stava rannicchiato febbricitante sotto le coperte, all’improvviso si alzò, gridando che il ladro era uno dei presenti, il più ricco e insospettabile. Risultò vero.

Già allora la mente di Grigori era dunque folgorata da verità ignote a tutti. Questo privilegio tremendo lo portò ad appartarsi, ma non lo incupì, anzi era lui il primo al ballo come alla fienagione, e sapeva diventare un festoso re dei conviti. In seguito, nella vita, sempre la letizia gli sembrerà il segno naturale della fede; nella maturità, scrivendo da Gerusalemme agli amici, dice che più della latina gli sembra religiosa la Pasqua russa, in cui tutti visibilmente esultano di felicità. C’era nella regione di Pokrovskoe un monastero ed accanto ad esso viveva un romito.

Da ragazzino Grigori tentò invano di raggiungere, a piedi, quella mèta. Il giorno in cui riuscì finalmente ad arrivarci, vi rimase per due mesi e si mise sotto la direzione spirituale del romito. Da allora in poi, di quando in quando, come mosso da segreti segnali, partiva di casa per lunghi pellegrinaggi, secondo la tradizione russa degli stranniki, gli asceti laici vaganti, affidati alla provvidenza, di santuario in santuario, assorti in una ininterrotta invocazione di Dio che doveva distruggere dentro di loro fin l’ultima traccia di umane distrazioni.

Per spiegare ciò che in loro avveniva, vale forse la pena di rammentare le strane similitudini con cui si parla dei loro emuli in India: si dice che la loro mente, costantemente affilata e appuntita, diventa come la proboscide d’un elefante che, dovendo reggere sempre un peso, rimane tutta tesa e immobile.

Bisogna pur accennare a queste tecniche di trasformazione della psiche, così difficili a spiegare, che la tradizione ortodossa custodisce, perché soltanto rammentando che Rasputin le praticava, si può sperare di comprenderlo; ignorando questa premessa si cade nell’ingenuità di chi l’ha preso per un semplice contadino siberiano dall’inconsueta, ipotizzante vitalità.

Quando gli morì la madre, Grigori assolse al suo dovere familiare e contadino portandosi in casa una sposa. Diventò padre e i paesani ricorderanno che ballava di gioia stringendosi al petto il bambino. Ricorderanno anche l’affetto tra i due sposi, destinato a non appassire mai.

Il primo figlio morì; per lungo tempo Grigori restò attonito per il dolore. Riprese poi a pellegrinare e raggiunse, a piedi, l’Athos e poi la Terrasanta.

Al ritorno la sposa lo aspettava col nuovo figlioletto, già grandino. Ma era un ritorno diverso dai precedenti. Grigori era mutato, reduce da un’esperienza indicibile, ne era come tutto illuminato dall’interno. E ormai un maestro e un taumaturgo, discerne l’avvenire, risana i malati, libera gli ossessi, insegna l’orazione. Nel giardinetto davanti a casa edifica una cappella dove spiega ai paesani, che l’hanno visto nascere e crescere, la Scrittura, e prega con loro comunicando con la voce, con lo sguardo e i suoi slanci d’una paurosa intensità.

Ma non c’è un paradiso terreno dove non si aggiri il serpente, una vita misticamente felice è un magnete che attira gratuite persecuzioni: la visione dell’innocenza invelenisce i dannati. Odii furibondi e gratuiti suscita Grigori. Un giorno in un sonnolento commissariato siberiano una donna si precipita, tutta scarmigliata e affranta e racconta fra lacrime e singulti, in ogni particolare, come Grigori l’ha orribilmente aggredita e seviziata. I gendarmi sbalorditi scoprono che in quel momento egli si trova in un luogo lontanissimo.

Che cosa, chi ha allucinato la sciagurata? Ed è appena una di uno stuolo innumerevole, incredibile di indemoniati calunniatori. Fra loro il prete di Pokrovskoe, che denuncia al vescovo la cappellina nel giardino di Rasputin come un covo di turpi riti ereticali. La commissione episcopale incaricata di indagare accerta l’irreprensibilità di quei sacri convegni contadini.

Eppure quest’accusa, mai provata, sempre ripetuta, rimarrà spiaccicata al nome di Rasputin come una bava d’energumeno, aldilà della morte.

La principessa montenegrina conosce Grigori durante un pellegrinaggio in Ucraina e l’invita a visitarla a San Pietroburgo. Mite e maestoso egli s’inoltra nel salone del palazzo, fieramente esorta i principi ad abbandonare lo spiritismo che li ossessiona, quindi si china a guarire la loro cagnolina moribonda.

Sarà presentato allo Zar e alla Zarina. È uno di quegli incontri tremendi, segnati, sui quali lo storico, ogni uomo curioso dell’umano destino, interminabilmente medita nei secoli.

Grigori forse è l’unico che amerà quegli sventurati; basta il suo sguardo, anzi la sua voce al telefono che narra storie siberiane d’animali della foresta a fermare le emorragie dello Zarevic emofilico.

Purtroppo la notizia degl’incontri trapela. Portata dal mare di fango della celebrità, una schiuma pietroburghese di esaltati, di provocatori, di isteriche, di appaltatori, di giocatori di borsa circonda Grigori. Tutte le forze dello Stato russo, la Imperiale Casa eccettuata, sono unite contro di lui. La persecuzione non è più soltanto di dementi isolate.

Attorno alla stufa, nella portineria del caseggiato pietroburghese dove Grigori alloggia, giorno e notte stanno accovacciati i più ridicoli e pericolosi ceffi che la polizia tiene al suo soldo. Tutte le sere i loro pennini grattano, sui fogli dei loro quaderni, interminabili, industriosi rapporti; il farfuglio che cade dalle labbra della pazza del quartiere, del ruffiano della bettola, della baldracca esagitata, tutto costoro raccattano con scrupolo. Con diuturna minuzia di orafi confezionano le loro pallottoliere di sozzura: a ogni costo i desideri dei superiori vanno esauditi e quali siano è ben chiaro. Più volte si è perfino tentato di andare per le spicce; così una mattina l’amata gatta di Grigori, non appena intinta la rosea linguina nel latte, è stramazzata morta.

É ora di lasciare cadere una volta per sempre nell’immondezzaio quei rapporti di spioni, farciti delle loro rozze fantasticherie su libidini e peculati bene intrecciati. Basta una riflessione da niente, decisiva. Se un filo di prova fosse stato appena appena presentabile ad un giudice qualsiasi, come ci si sarebbe precipitati a distruggere l’odiato taumaturgo, con una semplice denuncia! Non si dica che si temeva la protezione dello Zar, il quale non riuscì nemmeno a far punire gli assassini di Grigori.

Perché tutti i circoli politici, la stampa, l’intera compagine dello Stato si erano votati alla distruzione di Grigori? C’era – si è suggerito – chi ne aveva giurato la rovina da quando egli aveva osato deprecare i pogromi. C’era d’altro canto chi temeva di veder dissipata la nebbia delle ideologie dalle sue semplici, popolari verità.

Eppure questi non sono motivi che spieghino l’avversione del primo ministro Stolypin, il quadrato allievo di Mendelciev, come pochi esperto d’uomini e di affari. Quando Grigori gli comparve dinanzi, egli si sentì soverchiato e quasi ne fu paralizzato; allora immaginò d’essere vittima di un tentativo d’ipnosi e si mise a inveire. Il suo era lo sgomento d’un uomo tutto calato in un mondo politico, positivo, dalla religiosità puramente canonica, di fronte a uno sguardo infuocato, mite, insondabile, dell’altro mondo, che lo gettava, per la prima volta in vita sua, nel panico.

Ma esaminiamo l’accusa più tenace fra quante si muovono a Grigori: il suo ascendente politico sullo Zar. Mettiamo una buona volta in fila, in piena luce, i suoi consigli all’autocrate.

Nel 1905 gli suggerisce d’inaugurare il parlamento: un gesto di pacificazione.
Quando l’Austria regola a modo suo la questione bosniaca Grigori va ripetendo senza sosta: «Non vale la pena di combattere per i Balcani. Temi la guerra». Differì in tal modo la guerra mondiale, destinata a scoppiare qualche anno dopo nell’infame 1914, a dispetto dei suoi scongiuranti messaggi, durante la sua assenza dalla capitale.

L’inutile strage fu scatenata, cominciò la serie dei dieci attentati alla vita di Rasputin. Non a caso, egli esortava ora lo Zar a ricevere e ad ascoltare le deputazioni dei contadini, a preparare la ripartizione fra i coltivatori delle terre demaniali, della manomorta ecclesiastica, dei latifondi, a revocare, infine, e subito, le leggi contro le minoranze religiose e razziali.

Fu esasperata l’organizzata diffamazione nei salotti, l’insinuazione sui giornali fu gravata, alcuni giovinastri della nobiltà tramarono l’omicidio.

Una notte del dicembre 1916 il loro capo, il principe Yussupov, riesce ad attrarre nel suo palazzo Grigori, che entra dicendo: «Sai come sono calunniato. Ricordati come il Cristo fu perseguitato. Soffrì a causa della verità».

Yussupov offre dolciumi e madera zeppi di cianuro. Grigori mangia e beve senza dar vista di risentirne.

Yussupov gli mostra un crocifisso italiano di cristallo, egli si china segnandosi a venerarlo. Allora i complici entrano e sparano. Uno di loro, medico, accerta la morte.

Ma il corpo esanime si rialza, ghermisce alla gola Yussupov, che con uno strattone atterrito si libera e fugge. Grigori sarà riabbattuto a rivoltellate sulla neve del parco e ora Yussupov si accanisce su di lui con uno sfollagente. Quando i congiurati lo getteranno in un crepaccio del fiume gelato, pare che ancora protenderà le mani per salvarsi.

Questa la versione dell’assassino Yussupov. Che il taumaturgo dato per morto si rianimasse, pare comunque sicuro.

Si sono allineate le poche notizie sicure sui quarantaquattro anni di vita di Grigori Rasputin. Ma come potremmo avvicinarlo meglio? Come ne faremo una conoscenza più intima?

Due segni non ingannano, lo stile e la grafia.

Alcune sue lettere sono conservate e ci consentono di sorprendere lo stile che è l’uomo. Furono spedite agli amici in Russia durante un suo secondo viaggio in Terrasanta. Nell’assenza di ogni sapienza letteraria, pure chiarissimo ne emerge il paesaggio interiore, come un tempo usava dire, ed è quello d’un uomo che sa abitualmente separarsi, quale vigile e impassibile spirito, dalla sua anima dominata e sorvegliata. Con partecipazione trepidante, tenera egli osserva ogni evento, ogni spettacolo esterno, per cavarne subito una metafora, un simbolo dell’invisibile: una parabola. Questa ricchezza e altezza interiori testimoniano meglio d’ogni documento storico, d’una vita austera e caritatevole. Così Gregori descrive la sua traversata del Mar Nero:

«Come parlerò della bonaccia? Lasciata Odessa, sul Mar Nero c’era una gran quiete e l’anima mia si fece tutt’uno col mare, si assopì nella quiete. Si vedevano le onde minute brillare come gocce d’oro e l’occhio non vedeva altro. Non è questo forse un esempio divino? Oh com’è preziosa l’anima dell’uomo; certamente è simile ad un gioiello. E proprio come il mare è la sconfinata potenza dell’anima Quando ti alzi la mattina, le onde parlano, spruzzano, gioiscono. Il sole risplende levandosi piano piano sopra il mare e l’anima dimentica l’iniquità del mondo contemplando il sole scintillante. E dentro nasce una grande felicità, l’anima medita sul libro della vita, sulla sapienza della vita, ineffabilmente bella. Il mare ridesta dal sonno delle cose mondane.

[…]

Se i flutti balzano in alto, l’anima s’inquieta, l’uomo si turba, e si aggira per il bastimento come smarrito dentro una nebbia. Ma questa sventura ci potrebbe capitare anche in terraferma, soltanto che lì non ce ne rendiamo conto, non sentendo il flutto che ci fa andare su e giù. In mare tutti vedono la sventura che in terraferma rimane nascosta agli occhi, allorché il diavolo ci trascina e la coscienza è tutta un fluttuare su e giù. Se anche i flutti del mare non esistessero, pure si solleverebbero e si abbasserebbero i flutti dentro di noi».

La grafia di queste lettere è rustica ma armoniosa a suo modo, l’arco delle curve è quello della schiettezza e della generosità, della celebre generosità di Grigori. Se si prova a ricalcare la sua scrittura, a rifarla e se così muovendo il nostro polso con l’esatta cadenza del suo, ci porremo in ascolto di ciò che dentro di noi così, a quel ritmo, si desta, avremo l’impressione dapprima come di una buia, calma, silenziosa profondità e poi di un affiorare in essa di calde successive ondate d’una forza psichica immane. Questa grafia traccia quelle pagine soavi che si sono citate.

Di questo contemplativo che con l’orazione sanava i malati, liberava gli ossessi, largiva parole di pace e di buongoverno ai potenti, si osò fare un mostro assatanato. Che la sua grazia ritorni visibile agli onesti.

[ “Grigori Rasputin”, Conoscenza religiosa, n. 4 (1975)]

tysm literary review, vol. 11, no. 16, july 2014

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