philosophy and social criticism

Socialismo contro erotismo. Nota su Herta Müller

di Francesco Paolella

Nota su: Herta Müller, Il fiore rosso e il bastone, Keller Editore, Rovereto 2012

Herta-MullerQueste memorie di Herta Müller su quanto la scrittrice rumena di lingua tedesca ha subito dal regime di Ceausescu fino a essere costretta all’esilio, non sono tanto tentativi di rielaborazione sul proprio passato, che infatti non passa, ma che si ri-presenta sempre e soltanto come paura e isolamento. Sono pagine il cui sapore ricorda molto da vicino certe commedie “dispari” di Eduardo De Filippo. Le voci di dentro (che è del 1948), dovendo scegliere: lo squallore del dopoguerra italiano, con la fine del conflitto e della dittatura che in realtà non ha fatto finire niente, ma ha solo condannato gli uomini a una fame rabbiosa e quasi grottesca, alle malattie di nervi, alla convivenza con i morti (ammazzati) che non se ne vanno ma restano per continuare ad accusare e a minacciare. A vincere la guerra è stata la sfiducia reciproca: ormai è possibile pensare che chiunque (anche i figli, il marito, il fratello) è un possibile, anzi probabile assassino. Vi ricordate dello “Sparavierze”, lo zio “spara-versi” che ha scelto di non parlare più e di comunicare soltanto con i fuochi d’artificio (eco della guerra…), perché tanto l’umanità ormai è sorda? È forse la figura più adatta da paragonare a Herta Müller. Una donna rassegnata al peggio, all’irrimediabile, a dover subire anche lo spettacolo post-1989 della conversione al capitalismo e all’Occidente prima tanto invidiato e vituperato, da parte dei “papaveri” rossi, dei replicanti di Ceausescu, dei suoi sgherri più o meno ideologizzati.

Il ricordare della Müller non è solo un ricordare, dicevamo. C’è e c’è forte senza dubbio il bisogno della testimonianza, di dire quanto (troppo) si è visto e si è subito per la violenza e la volgarità del regime, ma ci sono ancora di più l’amarezza e la nausea per tutto il grigio e la merda a cui la dittatura rossa l’ha condannata. Il grigio, la miseria e il terrore. Il terrore degli infiniti interrogatori, di essere “suicidata” dalla polizia segreta. In ognuno dei racconti torna sempre un interrogatorio:

Durante un interrogatorio l’agente dei servizi segreti mi disse sottovoce: “Chi veste abiti puliti, in Paradiso non ci arriva sporco”. Era estate e indossavo una camicetta nuova, mi ero truccata con cura particolare, come tutte le volte che mi convocavano per umiliarmi. Oggi posso fare solo delle congetture sul motivo per cui questo particolare fosse per me così importante. A quel tempo mi preparavo automaticamente e stavo a lungo davanti allo specchio. Forse cercavo di anticipare una pausa che nell’interrogatorio durava pochissimo come fosse stata un bagaglio rubato. Ma comparire all’interrogatorio tutta sistemata deve essere stata la carta vincente contro il disgusto che provavo per la mia impotenza (p. 134).

Herta Müller è riuscita ad andarsene da quella prigione. Fuga, ma non verso la libertà. E non soltanto per la promessa dei suoi inquisitori: l’avrebbero potuta raggiungere ovunque. Anche con la fine del regime, quello svuotamento non l’ha più abbandonata, ma le si è solidificato addosso, ha modificato definitivamente il suo sguardo, il suo stesso modo di intendere le parole. Così è ormai impossibile per lei pensare a un’isola (dove rifugiarsi) come a un luogo di libertà:

All’ovest ogni due o tre anni si propone agli scrittori un sondaggio, molto amato, per scoprire quali sono per loro i libri più importanti di altri autori. La frase del sondaggio è: “Quali libri porterebbe con sé se dovesse andare da solo su un’isola?” Per me la domanda è spaventosamente ingenua. Se io DOVESSI andare su un’isola, non avrei scelta, non potrei portare nessun libro a me caro perché ognuno di quei libri sarebbe stato proibito già in partenza. Ma forse DOVREI andare perfino andare sull’isola perché quei libri mi piacciono e non ho conservato per me il loro contenuto. Dovrei andare sull’isola per punizione, a causa di quei libri. […] Per gli intellettuali occidentali il “dover andare sull’isola” è pieno di libertà personali. Non li irritano né la parola ISOLA né DOVERE. Chiedono la libertà di decidere con una frase in cui è presupposta la mancanza di libertà (pp. 106-107).

A voler sintetizzare questa sua prigionia, e il disprezzo per la sua stessa vita a cui la Müller è stata costretta, basta una sola frase: “Nel socialismo era impossibile ogni forma di erotismo” (p. 65). Ha vinto il vuoto, uno svuotamento continuo, tanto più grande se ci si rende conto dell’azione distruttiva ad opera dell’ideologia e dei suoi sbirri. Annullamento nel collettivo: niente di nuovo, ma fa impressione leggere le pagine in cui la Müller racconta del suo lavoro in una scuola dell’infanzia, e dei bambini a cui avrebbe voluto insegnare le canzoni sulle stagioni e sulla neve, e che invece sapevano soltanto cantare (anzi: gridare e abbaiare) l’Inno. A cinque anni erano già piccoli soldati del socialismo, persi nel culto del capo. Incapaci di esprimersi, di distinguersi se non arrivando perfino (e paradossalmente) a chiedere di essere picchiati da lei con una bacchetta, per poter almeno piangere. Atmosfera orwelliana in un asilo:

Mi arresi e lasciai cantare l’inno. E come il giorno prima in un batter d’occhio stavano nel loro semicerchio, premettero le mani sulle cosce, allungarono il collo, alzarono gli occhi e cantarono, cantarono. Finché dissi: “Bene, ora cerchiamo di cantare la canzone della neve”. Allora una bambina disse: “Compagna, dobbiamo cantare l’inno fino in fondo”. Sarebbe stato inutile chiedere di nuovo se volevano farlo (p. 84).

Che cosa può accadere quando chi dovrebbe vivere con noi è stato educato a essere una pura “figura interscambiabile”? Come si può vivere con uomini prefabbricati? Cosa rimane a chi ancora se ne accorge?

 

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 tysm literary review, Vol 1, No. 1 – 3 january 2013

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ISSN:2037-0857

 

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