philosophy and social criticism

«The higher dimension is the more inclusive»

Marco Dotti

«The higher dimension is the more inclusive»: la dimensione più alta, osserva Viktor E. Frankl, è quella che include tutte le altre. È questa, forse, la “base” per un riflessione aperta all’alto (e, in questo senso, teologicamente orientata) che Pinchas Lapide ritiene tipica dell’homo credens.

La logoterapia, spiega Frankl, al contrario di altre forme di psicoterapia, è aperta. Un’apertura che, nella visione di Viktor E. Frankl, conferma il fatto che «la dimensione teologica supera quella antropologica e quindi anche la psicoterapia in quanto tale» (p. 17).  In altri termini, la dimensione che l’uomo religioso si trova ad affrontare è altra, rispetto a quella «in cui si svolgono le cose come la psicoterapia».

Dimensione è un’espressione chiave, in Frankl. È lui stesso a chiarirlo:

«Perché dico dimensione? Perché così si mette in luce non soltanto la differenza in senso stretto, ontologico, ma anche ciò che io definisco un rapporto di inclusione. (…) Il mondo religioso comprende al suo interno quello secolare (…) non ci possono essere contraddizioni, qui».

Parlando di dimensioni, Frankl fa cadere l’accento sulla «differenza essenziale e, allo stesso tempo, sull’appartenenza reciproca, sul rapporto d’inclusione».

La religiosità è stata – e, per molti versi, è ancora – considerata da correnti riduzionistiche delle cosiddette “scienze psy-“ come espressione di processi psichici altrimenti latenti.  Il che significa una inevitabile riduzione della dimensione dell’homo credense dell’homo religiosus, confinato in fenomeni inter o infra psichici leggibili attraverso una lente positivistica.

Diversamente, muovendo dallo stesso campo culturale, la psicologia, il fondatore della logoterapia e dell’analisi esistenziale Viktor E. Frankl ha sempre letto l’umano in chiave non meramente psicologica. Detto altrimenti, il suo modello riconosce autenticità primaria alle categorie “fede” e “religione”.

Eppure, osservano Alexander Batthyany e Eugenio Fizzotti, nella premessa a Ricerca di Dio e domanda di senso, Frankl non si è mai preoccupato di salvaguardare la religione in quanto tale da riduzionismi psicologici, «quanto di mettere in guardia la psicologia dal superare, nel metodo, nella forma e nel contenuto i limiti del proprio potenziale esplicativo» (p. 7). Per Frankel, la religiosità è tutt’uno con la ricerca di senso e, come tale, irriducibile. Ovvero: non indagabile. Ciò significa arrestarsi su una soglia, senza esprimere giudizi di valore o alimentare un sospetto psicopatologico verso la dimensione dell’homo religiosus.

La posizione di Frankl è, dunque, una posizione scientificamente neutrale. Per questa ragione è una posizione altamente “sfidante”.

Nel suo libro più noto, Alla ricerca di un significato della vita, pubblicato nel 1959 originariamente col titolo Menschenbild der Seelenheikundee, successivamente, nell’edizione Herder Verlag, come Der Mensch auf der Suche nach Sinn, il temauomo-ricerca di senso è fin dal titolo centrale.  Qui l’uomo è, soprattutto, uomo del nostro tempo, ovvero «uomo fustrato».[1]L’uomo che, per dirla con Hans-Georg Gadamer, è sottoposto a pressione. Osservava infatti Gadamer che, uno dei termini dai quali più emergono i segni dei tempi, è Leistungsdrunk.

Conformarsi ad aspettative troppo alte, alla lunga, apre scenari disumanizzant, a deserti di senso. Per descrivere uno di questi scenari, il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer, già allievo di Husserl e Heidegger, ricorreva a un termine diventato d’uso comune, nella Germania dei primi anni ’80 del secolo scorso: Leistungsdruck.

Leistungsdruck è una parola composta, che rimanda a situazioni o stati di pressione (Druck) ritenuti necessari per migliorare una prestazione o il proprio rendimento (Leistung). Una situazione o meglio un groviglio all’apparenza inestricabile di situazioni a cui l’individuo sotto la pressione di uno stress socialmente condiviso, ma individualmente sopportato si è trovato esposto e sovraesposto. Gadamer ne fornisce una breve descrizione, raccontando il suo incontro con la parola e, di conseguenza, con la cosa:

«Circa dieci anni fa», ricorda il filosofo, «incontrai per la prima volta un giornalista che domandava ai passanti se non soffrissero a causa della “pressione con cui erano costretti a svolgere prestazioni” (Leistungsdruck). Quella parola, benché immediatamente comprensibile, mi sembrò assolutamente nuova. Era, inoltre, avvilente porre questa domanda a dei giovani e ritenere che si dovesse fare loro presente ciò che essi, forse, di quando in quando già avvertivano. Che fosse la prestazione a essere avvertita come qualcosa di alieno, mi opprimeva. E questa doveva essere la buona novella?». Situazioni di pressione alle quali non è semplice corrispondere sono sempre esistite e sempre esisteranno. Ma, mutato il contesto, muta la cosa e ogni «gioia del poter fare» e non solo dell’aver fatto, prosegue Gadamer, «sembra spegnersi nell’anonimato proprio lungo le linee di sviluppo della nostra civilizzazione industrializzata e burocratizzata».[2]

Ma proprio per questa ragione, conclude, «il ricordo che ha forgiato il nostro divenuto storico diventa sempre più pallido nella memoria degli uomini – e il sui risveglio sempre più importante per il “ben vivere”» e il suo, per nulla scontato, divenire.

Considerando l’uomo come «essere alla ricerca di un significato», osserva Frankl, la logoterapia «è consapevole di far risuonare solo una corda dell’uomo d’oggi». Eppure, proprio la logoterapia «viene incontro ai bisogni del tempo», proprio perché capace di «oltrepassare lo spazio psichico, per inoltrarsi in quello noetico. Ed in effetti, la logoterapia considera la sua posizione originaria come una opposizione allo psicologismo».[3]

Paul Tillich, a più riprese richiamato da Frankl, in Die varlorene Dimension in der Religion osservava che «essere religioso significa porre appassionatamente la domanda sul senso della nostra esistenza». Frankl individua tre direttrici di questa domanda sul senso.

  • La prima, riguarda il senso della vita in una determinata situazione della vita stessa.
  • La seconda, è una domanda sul senso della vita in generale.
  • La terza direttrice, è una domanda sul senso dell’universo.

La logoterapia si concentra prevalentemente sulla prima direttrice, non escludendo la seconda e la terza ma sempre in una prospettiva non dogmatica. Le risposte alla domanda sul senso della vita si pone, infatti, in forma immanente, ovvero attraverso di noi. Tocca sì elementi metafisici (il senso in generale, il senso del tutto), ma la risposta è sempre pragmatica, coinvolgendo l’esistenza in quanto tale. Il senso inerisce, dunque, a una domanda: ma anche relativamente al senso del tutto (il senso dell’universo), Frankl conserva una posizione immanente. Su questo piano, infatti, l’unica possibilità che ha l’essere umano è credere o non credere. Il senso dell’universo non dipende dall’essere umano, contrariamente da quanto avviene per il senso della vita in particolare e per il senso della vita in generale, là dove è l’umano a far procedere o decadere una possibilità di senso.

Quello al senso è, dunque, nella prospettiva di Frankl un appello al concreto. In quanto tale è un appello all’impegno, all’etico e alla responsabilità.  Ma se nella logoterapia l’uomo offre risposte a delle domande di senso, nella dimensione religiosa le riceve.

Nel Capitolo VI di Alla ricerca di un significato della vita, capitolo dedicato a logoterapia e religione, Frankl osservava che «per la logoterapia la religione è e resta solo un oggetto non invece una posizione in cui si attesti. La religione presenta come un fenomeno nell’uomo, e perciò anche nel paziente: essa è uno dei tanti fenomeni che il logoterapeuta incontra nella sua pratica quotidiana. Per principio la logoterapia considera l’esistenza religiosa e quella non religiosa come due fenomeni coesistenti. (…) Il livello della salute psichica è di carattere del tutto diverso da quello della salvezza dell’anima. L’uomo religioso, infatti, si introduce in una dimensione più alta, cioè più comprensiva, più ampia di quella della sola psicoterapia».[4]

Il passaggio in questa dimensione superiore, osserva Frankl, non avviene in base alla conoscenza, bensì in base alla fede.

Per determinare il rapporto intercorrente fra umano e divino, spiega Frankl, si può infine ricorrere al paragone con la sezione aurea: la parte inferiore sta alla parte superiore, come la parte superiore sta al tutto. «The higher dimension is the more inclusive», appunto.

 

 

Note

[1]V. E. Frankl, Alla ricerca di un significato della vita, traduzione di E. Fizzotti, Mursia, Milano 1974, p. 30.

[2]H.-G. Gadamer, Umanesimo e rivoluzione industrialein ID., La filosofia nella crisi del moderno, a cura di G. Figal e H. Schwilk traduzione di A. Sandri e C. Baretta, Herrenhaus edizioni, Milano 2000, p. 35.

[3]V. E. Frankl, op. cit., p. 31.

[4]V. E. Frankl, op. cit., p. 113.

Cita questo articolo: «The higher dimension is the more inclusive», "Tysm". Published 13 agosto 2018. Last accessed 22 settembre 2018. http://tysm.org/the-higher-dimension-is-the-more-inclusive/

 

tysm review
philosophy and social criticism
issn: 2037-0857
creative commons license this opera by t ysm is licensed under a creative commons attribuzione-non opere derivate 3.0 unported license.
based on a work at www.tysm.org

Download this article as an e-bookDownload this article as an e-book