philosophy and social criticism

Giorgio Vigolo, diabolus in musica

"Giorgio Vigolo"

di Marco Dotti

Giorgio Vigolo, Diabolus in musica, Zandonai Editore, Rovereto 2008.

Nel 1934, fu Contini a parlare di una «qualità musicale» inerente alla scrittura di Giorgio Vigolo. Lo scrittore romano era oramai prossimo alla soglia dei quaranta anni (essendo nato il 3 dicembre del 1894), e al proprio attivo aveva tre soli volumi di prose, passati pressoché inosservati: La città dell’anima, pubblicato nel ’23, Il silenzio creato del ’34, e soprattutto Canto fermo che, pubblicato da Formiggini nel 1931, alternava prosa a poesia.

Fino ad allora, solo Canto fermo era riuscito, in qualche modo, ad attirare su di sé l’attenzione non occasionale della critica e toccò a Giuseppe de Robertis individuare uno dei tratti peculiari della scittura di Vigolo la tendenza al colore, all’uso di «parole a puro fine pittorico». Nel ’34, quando apparve sul numero autunnale della rivista «Circoli» con il titolo Giorgio Vigolo à la musique, il giudizio del Contini parve subito come il rigoroso – e per certi versi doveroso – recupero di un’opera che, di lì a pochi mesi, si sarebbe arricchita con la silloge poetica del Conclave dei sogni.

Al Contini, Vigolo si presentava come un autore dalla fortissima carica fantastica e metafisica, le cui «favole più genuine anche sono favole decorative, animazioni di danza senza romanzo, e immaginazione esercitata sopra le entità immobili formulate dalla fisica sperimentale, scienza astratta invero e immune da ignobili contatti». Vigolo, concludeva Contini, ricorreva dunque alla musica per dare consistenza e materialità al proprio mondo, per renderlo «cosa stabile e densa». In Giorgio Vigolo, dunque, anche a sentire i suoi primi critici,l’esperienza musicale appare fin dagli esordi indissociabile da quella propriamente poetica e della scrittura tout court.

Come puntualizza Cristiano Spila, curatore e attentissimo prefatore di Diabolus in musica, antologia degli elzeviri musicali di Vigolo, il pensiero musicale che sta alla base della sua forma mentis non ha una mera funzione esornativa, ma è «uno sguardo che nasce con la poesia» e la compenetra. Nonostante le meditazioni musicali di Vigolo siano collocate in una diversa sfera espressiva, hanno pur sempre un raccordo «con la poesia e con la meditazione critica in quanto proiezioni di una Weltanschauung comune». Ed è proprio in questa linea comune che si collocano gli elzeviri musicali – così li definiva l’autore – raccolti da Spila in un libro denso e accattivante, che nella prospettiva iniziale di Vigolo ambiva ad essere il seguito di Mille e una sera all’opera e al concerto, edito da Sansoni nel 1971, summa della sua produzione musicologica.

Scritti inizialmente per la serie del 1969 della rubrica radiofonica Musica e poesia tenuta e condotta da Vigolo, i testi di Diabolus in musica sono una specie di «laboratorio segreto» in cui l’autore «non opera a partire da un tema specifico, ma verso di esso», al punto che ogni prosa sembra trarre il proprio «effetto esplicativo dalla capacità di costruire storie partendo da semplici elementi, da dati minimi, quasi accidentali, aggregati tra loro a formare una precisa struttura non solo discorsiva, ma narrativa».

Ed è chiaro che in questa struttura, Vigolo dislocasse le chiavi stesse della sua poetica musicale e di quella «intuizione disvelante» che aveva appreso dal ritmo e dai versi di Hölderlin, facendola propria. In fondo – si legge ne I motivi della vita, che apre il volume – la musica, «quando non è passatempo o professione, dovrebbe mirare a questo scopo prima di tutto: cioè educare l’orecchio alla ascoltazione interiore». La musica, dunque, come tappa di quella «decifrazione di sé» che Vigolo non esita a chiamare «la nostra lettura delle tenebre».

[da Alias, 1 novembre 2008]

tysm literary review

vol. 16, issue 21

january 2015

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