philosophy and social criticism

I would prefer not to

Francesco Paolella

Nel leggere questo libro di Enrico Donaggio, mi è tornato in mente uno dei personaggi di un romanzo di Mario Tobino, Per le antiche scale. Parlo del Federale, un gerarca fascista di provincia che finisce in manicomio perché affetto da “delirio di negazione”: negava che il Duce (il Duce!) esistesse e che, alla fin fine, tutto non fosse che una assurda apparenza.

Ho pensato a quel Federale riflettendo su uno dei rischi che oggi corre chi voglia mantenere, o almeno provare a coltivare, quello che una volta, in un altro mondo, veniva chiamato “spirito critico”. E’ il rischio di rifiutare semplicemente la realtà, rinchiudersi, isolarsi, arrendersi; il che significa allo stesso tempo esporsi, da vinti, a una realtà vincente e irresistibile. Questo non è tempo per “gesti critici”, per aprire nuove strade, utopiche o riformiste. Si accetta che la vita vada come va; si riconosce la vittoria di uno stile di vita e di un pensiero (unico) allo stesso tempo assolutamente flessibili e assolutamente performanti.

Disfatta, disillusione, assurdità, disastro. Sono le parole che Donaggio usa più spesso o, almeno, sono quelle che rimangono più in mente. E non si tratta di vuota retorica catastrofista, né sono la premessa a un ennesimo programma radicale di cambiamento e di rifondazione. Disegnano invece semplicemente la nostra contemporaneità. Fortunatamente non soffriamo la fame, viviamo liberi e sanamente egoisti; ma, al contempo, la passione critica, l’ambizione a un’altra vita e a modi altri di stare al mondo, tutto ciò non ha più la possibilità di esprimersi. Le “teorie critiche”, da parte loro, hanno lasciato la terra, rimangono sospese in aria, e sempre più in ombra. Il nostro pessimismo non ha più la possibilità di organizzarsi.

Non è facile, anzi è proprio impossibile, essere davvero liberi e coerenti, se non per piccoli frammenti, per pochi momenti, episodi in una vita di lavoratori e consumatori integrati. Donaggio ha ragione: viviamo un dissidio autistico fra vita e critica.

Il XXI secolo ha visto la dissoluzione della vita politica, specie dei partiti di sinistra e dei sindacati: non restano che squadre di banditi, simboli polverosi e ortodossie mummificate. Il conflitto frontale all’ordine naturale delle cose, al capitale (che si è rivelato essere estremamente resiliente) non è più nemmeno predicabile. Non si può pretendere altro che gesti minimi, isolati, velleitari, di pura ribellione momentanea. Non restano – ecco tornare il Federale – che un cinismo sterile e l’immobilità della vittima nelle mani dei vincitori. Chi nega la realtà e basta (e ne vorrebbe un’altra, magari), finisce fuori dalla realtà. La critica funziona se non gira a vuoto, ma se sa orientare verso una alternativa reale. Non è che resistere non serva a niente; il problema è che resistere non serve più a quello per cui si sperava e si viveva mezzo secolo fa. D’altra parte la semplice separazione dal mondo non è una soluzione, non è che una illusione dolorosa. Che fare, allora?

La questione è resa – se possibile – ancora più complicata e disperante dal contesto in cui ogni ipotetica alternativa dovrebbe essere costruita: quello che Donaggio chiama la «sensibilità psicopolitica contemporanea» vive in un mondo totalmente trasformato rispetto a quello in cui, invece, opporsi era possibile e praticabile.

La finanziarizzazione del mondo, l’assunzione del lessico del capitale a unico lessico ammesso, l’affermazione incontrastata delle «facoltà teologiche del neoliberismo»: tutto questo rappresenta un dominio totale, che inchioda al presente. Tutto questo disarma ogni ipotetica passione critica. Riesce a trasformare ogni voce dissidente riducendola a ornamento o a crimine. E comunque ininfluente. Dunque, non ha più senso ragionare in termini di avanguardie, rivoluzioni, liberazioni. Di più ancora, viviamo in un’epoca indifferente. E non si tratta della solita indifferenza, quella contro cui scriveva Gramsci («Odio gli indifferenti…»). E’ una indifferenza propria di questo tempo di telespettatori. Il nostro benessere già di per sé non può che alimentare l’indifferenza.

Ma l’estetizzazione ormai integrale del reale (e della vita politica in primo luogo) esclude dall’orizzonte dell’osservatore il reale stesso. Il mondo viene appreso e pensato attraverso delle sue continue, banali spettacolarizzazioni. Gli schermi digitali – veri specchi – non fanno che creare sfondi per la nostra stessa immagine, l’unica che ci interessi. Oggi l’indifferenza è narcisistica: l’estetizzazione del mondo riesce a far digerire tutto, anche le tragedie più sporche e penose, perché queste ultime rimangono sullo sfondo e vengono comunque rimodellate per essere buone occasioni per esprimere la nostra indignazione e il nostro dolore. Ogni aspetto della vita (le singole parti del corpo, il lavoro, le vacanze, il cibo ecc.) sono oggetto di un massivo investimento estetico. Ogni sguardo non cerca altro che il proprio viso, e non solo con i selfie:

Istantanee del mondo scattate di preferenza a se stessi, al fine di essere immediatamente condivise, cioè esibite ad altri. Un riorientamento gestaltico e ottico che già pare ovvio. Ma curioso per chi ancora ricorda che l’autoscatto era indizio di perversione o estrema solitudine. Ma le monadi, come noto, non hanno finestre e abbondano di specchi.

Grazie allo sviluppo tecnologico di apparecchi che si autoregolano, addestrando i loro utenti su come servirli al meglio, l’ultimo dei dilettanti […] è infatti oggi in grado di generare a getto continuo un’icona sufficientemente gradevole e confortante del presente e della propria posizione al suo interno (p. 80).

È in questo contesto – pacificato come solo un deserto può esserlo – che il nostro spirito critico dovrebbe crescere e combinare qualcosa, avvisare delle sciagure incombenti e di quelle già avvenute. Ben si capisce, nessun profeta, nessun maestro (buono o cattivo), nessun capopopolo (senza popolo ormai) ha più molto senso. Rimane l’incoerenza bruciante, o almeno fastidiosa, fra il nostro modo di vivere.

Cita questo articolo: I would prefer not to, "Tysm". Published 8 agosto 2016. Last accessed 21 gennaio 2018. http://tysm.org/would-prefer-not-to/

 

 

tysm review
philosophy and social criticism
vol. 31, issue no. 34, july 2016
issn: 2037-0857
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based on a work at www.tysm.org

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