philosophy and social criticism

Perchè la libertà delle donne fa tanta paura?

Lea Melandri

Quali poteri  ha visto l’uomo nel corpo femminile da temerne la ricomparsa dietro le libertà che le donne vanno conquistando? Si può ipotizzare che, nell’attribuire alle donne come destino naturale la sessualità e la maternità  -perché questo è il retaggio della cultura greco-romana-cristiana-, l’uomo abbia fissato l’esperienza che ha fatto da bambino rispetto al corpo che l’ha generato. Le cure e le sollecitazioni sessuali che ne ha avuto. La figura della donna come corpo erotico e corpo materno si disegna prima di tutto nell’immaginario della nascita. E’ il figlio a percepirne la potenza, l’uomo adulto a capovolgere il rapporto di dipendenza originario, a sottomettere e volgere a proprio vantaggio le attrattive che ha visto nella donna.

Lo stupro accentua solo l’aspetto guerresco della sessualità, la fantasia del cacciatore e della preda. Nella prostituzione, così come nello scambio sesso-denaro-carriere, c’è la riduzione della donna a oggetto di consumo, un desiderio che l’uomo agisce “in un deserto relazionale” (Stefano Ciccone), c’è un potere che si avvale del disprezzo dell’altro, fatto oggetto di sfruttamento o di tutela. Ma c’è un altro aspetto di cui tener conto.

Facendosi scudo col denaro, l’uomo può rivivere con la prostituta la relazione con la madre-iniziatrice del sesso, può lasciarsi manipolare da lei, mettersi in posizione di passività, farsi oggetto nelle sue mani.

Se la sessualità maschile appare così “misera”, ridotta a consumo, prestazione, è anche perché l’uomo ha spostato sulla donna la possibilità di piacere, di essere desiderabile  -la sua stessa sessualità- riservando a sé la forza (potere, denaro) per riappropriarsene. Questo apre per le donne la possibilità di avvalersi delle loro attrattive come potere e valore proprio da far riconoscere. Ciò significa che nelle figure ricorrenti, intramontabili, del femminile  -la seduttrice , la madre– ci sono inscritte sia la potenza che l’uomo ha visto nel corpo della madre, sia la sua svalutazione e sottomissione.

Il femminile, nella scissione tra corpo e pensiero, natura e storia, rappresenta quegli aspetti inscindibili dell’umano che l’uomo ha cercato di spostare sull’altro sesso, ma che non ha mai smesso di riportare a sé. Prendere coscienza del dominio, del controllo maschile sul corpo della donna, è stato più facile che vedere i molti modi con cui è avvenuta storicamente  -e oggi in modo più evidente- l’appropriazione del femminile.

La riappropriazione del femminile ha preso la forma violenta del dominio, dell’asservimento della donna ai propri bisogni e desideri, e sotto questa forma è più facile da smascherare. Più insidiosa, perché meno visibile, è la riappropriazione simbolica: il sogno d’amore, il mito androgino, e, oggi, il “divenire donna” della politica, dell’economia, la femminilizzazione dello spazio pubblico. Quella che sta avvenendo è una “inclusione” del femminile in quanto tale -come risorsa, valore aggiunto-, che lascia sostanzialmente immodificata l’insignificanza storica delle donne.

La femminilità si definisce in relazione e in funzione del maschile, per cui è impossibile analizzarle separatamente. Se non ci fosse quell’intreccio che è la complementarità non si spiegherebbe il fascino che il maschile, anche nel suo aspetto “guerresco”, e il femminile nella sua riduzione a “oggetto”, ancora esercitano su un sesso e sull’altro.

La complementarità, e la conseguente spinta alla riunificazione, andrebbero perciò analizzate più a fondo per capire come mai gli “spazi di libertà”, che appaiono così desiderabili per ogni uomo e donna, si aprano così lentamente. La nascita dell’autonomia femminile è purtroppo, come sappiamo, una delle prime ragioni della violenza maschile in ambito domestico.

 

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