philosophy and social criticism

Traumi collettivi, Gibellina e Cretto di Burri. Una risposta a Massimo Recalcati

Maria Teresa Fenoglio

Il tema dell’articolo di Massimo Recalcati  dal titolo “L’arte che guarisce la nostra ferita”, comparso su Repubblica del 12 maggio, tratta di traumi, del ruolo dell’arte a seguito di eventi tragici (Guernica) e di terremoti (Gibellina, nel Belice), e più in generale della “nostra ferita”.

La funzione dell’arte, secondo Recalcati, è quella di “non arretrare di fronte al reale del trauma”, e di fronte “al luogo del dolore e della morte”. Con queste parole viene fatto omaggio al capolavoro di Picasso, “Guernica” e al “Cretto” dell’artista Burri, una colata di cemento sagomata a ricoprire la Gibellina terremotata nel Belice del ‘68. In questi due casi l’opera d’arte assolverebbe al proprio compito di “commemorare” la tragedia senza negarla. Seguono osservazioni circa il fatto che non esista elaborazione del lutto che possa liberare gli esseri umani dal dolore di una grave perdita .  Il dolore, come la morte, prosegue Recalcati, “è senza immagine” e il ruolo dell’arte, quindi, consiste in un “possibile lavoro attorno a questo suo carattere inesprimibile”.

Recalcati come sua consuetuedine evoca nel lettore dense emozioni in cui tutti possono ritrovare qualcosa di sé (i lutti, le perdite), “legittimandole” e riconoscendole attraverso una terminologia evocativa e preziosa. Tuttavia, a ben vedere, non argomenta davvero.

Quando attorno a un unico tema, in questo caso quello del trauma e del lutto, si fanno convergere eventi assai differenti (un bombardamento in una guerra di più di 70 anni fa e il terremoto siciliano del ’68) con i traumi e le perdite individuali, il discorso prende inevitabilmente un tono assertivo e così vago che ognuno può proiettarvi qualcosa di sé.

Ad una affermazione di senso comune, cioè che la sofferenza del trauma è una ferita permanente, si fornisce una soluzione universale dal tono inconfuntabile: la risposta è l’arte.

Dal momento che invece credo nei distinguo, nel ragionamento puntuale e nel confronto con i dati di realtà, dimensioni di cui si sente invece oggi un gran bisogno, cerco di riprendere le fila di uno degli avvenimenti citati, il terremoto del Belice e la ricostruzione di Gibellina. Cercherò di restituire i dovuti dettagli a qui luoghi, luoghi veri, abitati da persone vere, ognuna delle quali con la sua storia, i suoi dolori e risorse, sottraendoli ai sorvoli troppo generici.

Invito a visitare la Valle del Belice. A distanza di cinquant’anni l’intera aerea, con le sue macerie ancora  visibili, le soluzioni architettoniche audaci , le complesse scelte alla base dei siti su cui riedificare le “nuove” città, costituisce un laboratorio fecondissimo per chi volesse ragionare sui vizi e le virtù della ricostruzione. La visita apre uno squarcio anche su quel “circo dell’emergenza “ che inevitabilmente si scatena attorno alle ferite di intere comunità terremotate e sugli esiti ch’esso produce.

Le tragedie infatti sono una potente fonte di attrazione. L’impatto emotivo si diffonde a larghe ondate, generando una spinta all’aiuto che è connaturata all’animo umano, e che probabilmente ci ha fatto riemergere da numerose disgrazie. Senza questo impulso a prestare aiuto al prossimo l’umanità non esisterebbe più, poiché siamo animali gruppali, nonostante tutto. In un terremoto i primi ad aiutare sono i vicini e i parenti, che nell’immediato, a mani nude, scavano e soccorrono. Molte testimonianze riportano di quanto questo istinto a salvare gli altri sia potente e imperativo,  con sprezzo del pericolo e generosità totale (F.BantiA. GiornettiF. Sancassiani, 2010). Non a caso nelle emergenze si parla di una prima fase di “luna di miele”, nella quale il meglio dell’animo umano si manifesta e la comunità si compatta (F. Sbattella M. Tettamanzi, 2013).

A ridosso della disgrazia l’identificazione con le vittime e il desiderio di superare il proprio senso di impotenza spinge molti cittadini lontani dall’epicentro a portare aiuto.

Questi aiuti oggi sono regolamentati, per quanto possibile. Esiste una Protezione Civile, nazionale e distribuita capillarmente sui territori. Eppure tutti i soccorritori sanno di quanto la generosità spontanea ed autogestita sia comunque un fenomeno potente, a volte provvidenziale, ma che riesce in molti casi ad aggiungere disordine a disordine. Chi scrive è stata testimone degli effetti sui terremotati dell’arrivo di tonnellate di abiti usati, di un’altare prima ancora delle docce,  di concerti di musica a manetta per “tirar su” gli animi avviliti, di centinaia di uova di Pasqua distribuite a bambini frastornati.

 

Gli psicologi dell’emergenza, ed oggi anche i diversi disaster manager di Protezione Civile, sanno ormai molto bene che quella maniacalità conclamata che segue i lutti collettivi va governata con equilibrio e saggezza, perché di fatto ostacola la ripresa della popolazione da un punto di vista emotivo. Una protratta euforia è di impedimento all’instaurarsi di quel sentimento depressivo che, senza negare la perdita, orienta nelle nuove scelte (EMA Emergency Management Australia, 1996, NOVA, USA). Documenti dell’Unione Europea(European Commission, 2003), linee guida internazionali della World Health OrganizationIASC, 2001) concordano nel ritenere che l’aiuto più efficace alla popolazione sia l’aiuto all’aiutarsi, quello che in termini tecnici viene chiamato “empowerment” (C.Piccardo, 1995). Anche nella fase più difficile, quella della ricostruzione, è il fattore della partecipazione collettiva a costituire l’elemento imprescindibile per la ripresa dopo la tragedia. Purtroppo anche oggi burocrazia, lotte di potere e pessima politica sottraggono alle vittime dirette la gestione del proprio destino (M.Mari, 2018)

La ricostruzione di Gibellina sembra dall’inizio segnata proprio da quella, ormai nota, maniacalità collettiva. Il forte desiderio di essere d’aiuto, di fare, intervenire, ma anche di realizzare i propri desideri e sogni di “soccorritori”(M.T. Fenoglio, 2010)  scambiandoli per il futuro degli altri, hanno prevalso.

La città venne ricostruita in un sito lontano parecchi kilometri. La possibilità per architetti e artisti di “segnarla” con un messaggio personale venne incentivato dalle stesse autorità locali, tra i quali il Sindaco Corrao, con molta probabilità animato dalla intenzione di fare la cosa migliore, eventualmente “meravigliosa” per la sua gente.

La parola chiave a cui oggi cerca di ispirarsi l’ aiuto psicosociale, “normalizzazione”(M.T. Fenoglio, 2004), allora non era ancora stata concepita. E’ avvenuto così che una serie di opere artistiche e architettoniche assumessero prevalenza sulla scelta di strutture comunitarie funzionali e rassicuranti, magari modeste, in grado di fornire continuità con la vita di prima: un bar, una piazzetta, due panchine, il cinema.

Gibellina è così diventato il “museo a cielo aperto” di numerosi prodotti artistici: la Porta del Belice di P.Consagra la Chiesa Madre di L. Quaroni, Piazza XV Gennaio  con la Torre Civica-Carrilion di A. Mendini, i Giardini Segreti di F. Venezia,  il Sistema delle piazze di L.Thermes e F. Purini, il Monumento ai Caduti e, infine, il Cretto di Burri.

Se i monumenti attirano indubbiamente visitatori, la città è rimasta  a misurarsi con spazi vasti ed alienanti, che comunicano un senso di vuoto e irrealtà. Con abitazioni in stile “svedese”, parallelepipedi studiati per difendersi dal freddo (e dai vicini) e non dal caldo. Con arcate surreali, piazze dotate di sedili distanti l’uno dall’altra, assenza di ripari dal sole e dalla pioggia, forme stranianti.

E’ evidente che l’arte e l’artista, le sue fantasie, desideri e ispirazioni del momento, entrano prepotentemente in casa d’altri proponendosi come degli “in sé”, scollegati da considerazioni di  funzionalità, continuità con le tradizioni locali, possibilità concreta di utilizzo e di incontro tra le persone.  L’operazione colpisce per la mancanza, negli artisti ed architetti, di una qualsiasi forma di empatia.

Il lavoro del lutto non ci libera dalle assenze, ferite che permangono, ma ci permette di elaborare la perdita in modo che la presenza della persona e dei luoghi perduti rimangano dentro di sé fruttificando.

Gli obiettivi primari da assicurare a favore di chiunque abbia subito lutti traumatici sono in primo luogo proteggere da ritraumatizzazioni e in secondo luogo favorire attorno alla persona ferita un ambiente che trasmetta senso di sicurezza, continuità con la vita di prima, normalizzazione del quotidiano. Nel caso dei disastri hanno vitale importanza la ripresa delle scuole, dell’attività produttiva, degli scambi sociali, dei riti e consuetudini propri di quella comunità. Senza il ricostituirsi di questo tessuto connettivo non solo diventa molto arduo dar corso al “lavoro del lutto”, ma affrontare i necessari cambiamenti che il post terremoto impone. In assenza di una “base sicura”, il pianto non si scioglierà, e i legami perduti non potranno generare semi di futuro.

Recalcati sovrappone il concetto di “arte”  a quello, più opportuno,  di “esperienza artistica”. Ciò che fa di un manufatto un’opera d’arte non è il prodotto in sè, la figura, l’intaglio, il colore, la nota, la forma. Ma l’esperienza che consente di realizzare, nell’artista e in chi ne usufruisce, la quale necessita, per svilupparsi, di contesti e relazioni. Perché una comunità duramente colpita e cittadini in lutto possano recuperare la capacità di fare una esperienza estetica occorre che gradatamente riescano a superare il continuo presente al quale il trauma li inchioda, guadagnando una visione prospettica su di sé e del mondo che li circonda. Saranno necessari narrazioni, progetti, stimoli positivi, prospettive di futuro, nuove nascite, momenti corali. Gli artisti possono indubbiamente avere un ruolo importante per aiutare questo processo, se eviteranno di calare il loro “pezzo” dall’alto in modo estemporaneo ma, mescolandosi con le persone e facendosene influenzare, daranno spazio a ciò che ne deriva. Il bello infatti “è conoscenza, è consapevolezza di sé”(L. Vigorelli, 1995)

Burri, l’artista citato da Recalcati, a sua volta probabilmente sconvolto dalla perdita immane di Gibellina, ha fissato le sue proprie emozioni in un sudario di pietra che ricopre le macerie di una città.

Scrive Recalcati:

Il lavoro del lutto non ci libera da queste assenze sempre presenti, ma ci permette di continuare a vivere, di resistere alla tentazione di scomparire insieme a chi abbiamo perduto. Se il dolore, come la morte, è senza immagine, senza suono e senza nome, la pratica dell’arte sorge come un possibile lavoro intorno a questo suo carattere inesprimibile. È questa la lezione di Burri con il suo Cretto, ma è questa altresì la lezione di tutta la grande arte: l’aspirazione alla forma sorge sempre da un confronto serrato con l’informe” (La Repubblica, 12 maggio 2018).

 

Il trauma viene descritto da L.Croq [1], lo psichiatra dell’esercito francese fondatore in Europa della psicotraumatologia (L.Croq, 2012), con queste parole: “La reazione traumatica si sviluppa a seguito di un evento che si colloca ai confini della esperienza umana consueta. Il trauma è una interruzione brusca del senso di continuità e integrità dell’individuo. Il trauma corrisponde alla impensabilitàdell’evento”.  Secondo Croq “il trauma non rimanda alla morte, ma al nulla” (L.Croq, 2009)

E’ quello che dice Recalcati, il quale però definisce “grande arte” l’espressione congelata di quel nulla realizzata atttraverso il gesto surrettizio di ricoprire a mo’ di sudario le memorie stesse degli abitanti.

Ernesto De Martino, il grande antropologo di “Morte e pianto rituale” formula a proposito della morte di una persona cara l’espressione di “crisi della presenza” (E. De Martino, 1971)

L’esperienza viene descritta come rischio estremo del senso di integrità fondamentale. Studia così per anni, in Italia e in Romania, i riti che accompagnano la morte, il pianto parossistico delle donne ad esso dedicate, le nenie ripetute e lo strapparsi dei capelli, i banchetti allestiti al funerale, che simbolicamente hanno sostituito l’antropofagia rituale, cioè l’incorporare fisicamente il corpo perduto del morto. Il rito consente agli umani di attraversare così l’esperienza annientatrice.

Ad elaborare riti, nei secoli, gli umani si sono dedicati, con le novene, le processioni, i venerdì santi, i mille scalini affrontati in ginocchio e Lourdes, uno degli esempi occidentali più noti di condivisione collettiva di quel trauma che è la malattia invalidante.

Il lavoro del lutto è sempre relazionale e collettivo, si tratti di una famiglia o di una specifica comunità, reale o immateriale. Senza condivisione profonda di emozioni e tutta la gamma di gesti con cui si esprime la vicinanza, dal bicchier d’acqua a un riparo, fosse solo una tenda, veicoli per il ristabilirsi dell’attaccamento primario, le perdite umane condurrebbero all’annientamento.

Anche l’arte consente questo passaggio. Nel recente terremoto del Centro Italia i concerti “Musica per le comunità ferite” realizzati nelle Marche in collaborazione con il Servizio di Salute Mentale, sono stati un aiuto salutogenico di grande efficacia[2]. Ma la musica veniva ascoltata in grandi gruppi, insieme ad altri coi quali poter “sciogliere” il dolore senza parola.

Il Cretto di Alberto Burri. La prima volta che vi sono stata fisicamente davanti, sulla collinetta prospiciente, mi sono detta: “ecco un esempio di lutto complicato”.  Se il dolore non può essere mai completamente superato, e non valgono palliativi consolatori (in questo Recalcati dice il vero), certamente l’esposizione al suo “congelamento” (il sudario di Burri) può essere invece ritraumatizzante. I cimiteri infatti, quelli veri, sono tutt’altra cosa: essi consentono sempre, a una presenza viva, di esserci. I vivi possono deporvi un fiore e un ricordo, scrivere un nome, mettere una foto. Persino, accovacciati sul bordo di una pietra tombale, possono rivolgere ai morti un discorso.  Parole e pensieri non vengono rivolti a un interlocutore indistinto, ma a quella singola persona che non c’è più. In paesi come il Messico nel giorno dei morti i parenti vi si recano per un pic nic di famiglia. Il lutto complicato invece congela gli animi in un vuoto muto che isola dal contesto sociale, non più identificato come un terreno di scambio di calore, compensazioni spirituali e riconoscimento.

Il sindaco di Gibellina Ludovico Corrao ricorda che cosa lo spinse a dire di sì al progetto di Burri: “desideravo un segno forte e poetico insieme che tramandasse ai posteri le pagine della storia di quella popolazione…”. (M. La Ferla, 2004). Ma Il Cretto di Burri è stato imposto alla popolazione di Gibellina che, come risulta da molte testimonianze, non lo amano (Ibidem, pg.65).  A visitarlo sono i turisti, gli appassionati di arte e architettura, spesso disinteressati ai messaggi dell’insieme di quel territorio.

Per gli sfollati da una zona di terremoto, reinsediati altrove, esistono sempre come in parallelo un paese dell’oggi e il paese mitico che non c’è più. Come avviene per il lutto di una persona cara, gli abitanti sono chiamati a mettere in dialogo il quotidiano, che esige sforzi di adattamento e nuove opportunità, con la vita che si è perduta la quale, viva nella memoria, spinge al recupero di ciò che essa ha lasciato e può essere riproposta a sé e alle generazioni future.

Se è vero che la ferita permane e che il trauma non potrà essere davvero dimenticato, un lavoro del lutto appropriato consente di rilanciare nel nuovo ciò che si è amato nel vecchio. Un lungo, ma possibile, percorso.

Spesso le persone sviluppano così tanta resilienza (B. Cyrulnik, 2000, 2005, 2009) da percorre da sole questa strada. Gli esempi non mancano. Ma perché i tanti, anche le persone più fragili, possano arrivare a questo occorre dedicarvi un preciso impegno sociale. In primo luogo nell’evitare alle persone (e alle popolazioni) le occasioni di ritraumatizzazione. Esse sono purtroppo frequenti, e vanno dalle esasperanti lentezze burocratiche della ricostruzione alla imposizione arbitaria di soluzioni dall’alto, arbitrariamente, e senza consultazione alcuna. Occorre anche che le persone più colpite ed esposte possano usufruire di un sostengo psicologico e di un accompagnamento sociale costanti. In altre parole di un welfare intelligente e una rete di servizi, sostenuti da una assunzione collettiva di responsabilità.

Ben vengano allora esperienze rigeneratrici, di cui quella artistica fa parte. Non l’arte intesa come entità salvifica, una sorta di novello Nume o super-entità che parla a un individuo concepito come un unico; ma l’esperienza artistica, continuamente rinnovata, insieme a quella estetica ed etica, a partire da un contesto relazionale attivo e vitale.

Note

[1]Louis. Croq, Francese, psichiatra militare, docente alla Università Paris V, già Presidente della “Association de langue française pour l’étude du stress et du trauma” e fondatore della rete nazionale dei CUMP (Cellules d’Urgence Médico-Psychologiques)

[2]Vedi la serie di Concerti “Musica per le città ferite”, organizzati nelle Marche dalla Associazione Musicala Appassionata nel dicembre 2016.

BIBLIOGRAFIA

 

 

F. Banti, A. Giornetti, F. Sancassiani (2010), Onna, le voci della sua gente, Editori Riuniti
B. Cyrulnik (2000). Il dolore meraviglioso, Erickson.
B. Cyrulnik (2009). Autobiografia di uno spaventapasseri: strategie per superare le esperienze traumatiche. Cortina
E. De Martino (1971), Morte e pianto rituale, Boringhieri, Torino
EMA (Emergency Management Australia) (1996), Disaster Recovery, Chapater Four, “Psychosocial Effects of Disaster “
L. Croq (2012), “Il trauma: storia di un concetto e del suo significato”. Relazione presentata alla seconda edizione delle Giornate siciliane di psicotraumatologia, organizzate da Psicologi per i Popoli-Sicilia, Piazza Armerina, 4-5 settembre 2009, in “Rivista di Psicologia dell’Emergenza e dell’Assistenza Umanitaria”, N.9, ottobre
European Commission (2007), Psychosocial Working Group, Psycho-Social Support In Situations Of Mass Emergency, European Policy Paper, SEYNAEVE (G.J.R)
M.T. Fenoglio (2004), Psicologi di Frontiera, La storia e le storie della psicologia dell’emergenza in italia, ed. Psicologi per i Popoli
M.T. Fenoglio (2010), Le emozioni dei soccorritori, in “Psicologia dell’emergenza e dell’assistenza umanitaria”, vol. 4, pp- 46-81
IASC (International Standing Committee) (2001) , Iasc Guidelines on Mental Health and Psychosocial Support in Emergency Settings http://www.who.int/mental_health/emergencies/guidelines_iasc_mental_health_psychosocial_june_2007.pdf
M. La Ferla (2004), Te la do io Brasilia, Stampa Alternativa
M.L. Lorenzetti (1995), La dimensione estetica dell’esperienza, Angeli, Milano
E. Malaguti & B. Cyrulnik (2005) Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi, Erickson
M. Mari (2018), “L’organizzazione dell’intervento Psicologico Nelle Grandi Emergenze”, Relazione presentata al Convegno L’aiuto psicologico nelle situazioni di emergenza,ASL TO 4, Ospedale di Settimo Torinese, 22 febbraio.
NOVA (National Organization for Victims Assistance), USA, https://www.trynova.org/
C. Piccardo (1995), Empowerment, Cortina, Milano
F Sbattella , M.Tettamanzi (2013) Fondamenti di psicologia dell’emergenza, Franco Angeli
L. Vigorelli (1995), La dimensione estetica: la ricerca, lo stupore, la scoperta, in M.L. Lorenzetti, La dimensione estetica dell’esperienza, Angeli, Milano

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