philosophy and social criticism

Che cosa è il Quinto Stato. Leggendo un libro di Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli

di Damiano Palano

 

«Un lavoro privilegiato»

Quando Luciano Bianciardi arrivò a Milano, nel 1954, il capoluogo lombardo era il centro trainante dell’economia italiana, probabilmente più ancora di quanto non lo fosse la Torino della Fiat. Se Torino era la «città-fabbrica» per eccellenza, dominata dal colosso automobilistico, Milano  era una città ‘policentrica’, in cui le fabbriche si affiancavano agli uffici, ai giornali, alle case editrici. Ed era proprio in questa Milano che Bianciardi doveva sperimentare cosa fossero diventati gli intellettuali, il loro ruolo, il loro lavoro, nel pieno del «miracolo economico». In un articolo pubblicato nel febbraio 1955, intitolato Lettera da Milano, scriveva per esempio di avere solo intravisto alcuni singoli intellettuali, ma di non avere incontrato gli intellettuali come «gruppo». E, soprattutto, scriveva di aver già riconosciuto, all’interno della schiera degli intellettuali, una netta differenziazione di ruoli: «Come non ho ancora visto gli operai, così non ho ancora visto gli intellettuali. Li ho visti, si intende e li vedo ogni mattina, come singoli, ma mai come gruppo. Non riescono a formarlo, e ad influire come tale sulla vita cittadina. L’unico gruppo in qualche modo compatto è quello che forma la desolata scapigliatura di Brera. Gli altri fanno i funzionari di industria, chiaramente. Basta vedere come funziona una casa editrice. C’è una redazione di funzionari, che organizza: alla produzione, lavorano gli altri, quelli di via Brera, che leggono, recensiscono, traducono, reclutati volta a volta come i braccianti per le faccende stagionali»[1].

Bianciardi avrebbe d’altronde sperimentato in prima persona le dinamiche dell’industria culturale milanese. E proprio questa esperienza doveva finire nello sfogo della Vita agra, la storia – scopertamente autobiografica – di un intellettuale che dalla Maremma giunge a Milano per vendicare gli operai deceduti nell’esplosione di una miniera. Il progetto di far saltare per aria i «torracchioni» di vetro e cemento dove si concentrava il «nemico» – ossia i grattacieli del centro direzionale compreso tra via Moscova e via Gioia – finiva però con l’essere abbandonato, perché l’intellettuale maremmano veniva gradualmente ‘integrato’ dentro il formidabile meccanismo della società dei consumi. In questo senso il libro di Bianciardi rimane uno specchio del boom, o meglio – come già allora molti segnalarono – un ritratto impietoso delle sue illusioni e delle sue dinamiche reali, oltre che della sua straordinaria capacità seduttiva. Ma non è solo per questo che oggi si continua a leggere Bianciardi. Se certo risulta ancora oggi efficace la satira della Milano consumista e frenetica dei primi anni Sessanta (la componente del romanzo che risultò maggiormente valorizzata dalla trasposizione cinematografica di Carlo Lizzani), è molto probabile che le nuove nuove generazioni trovino più di qualche motivo di interesse nelle pagine più cupe della Vita agra. Perché il libro di Bianciardi può essere letto oggi anche come una straordinaria anticipazione della realtà del lavoro intellettuale contemporaneo, e in particolare della condizione di quei lavoratori della conoscenza che – per scelta o per necessità – svolgono la loro attività soprattutto tra le pareti domestiche. Non è così affatto sorprendente che Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli – autori di Il Quinto Stato. Perché il lavoro indipendente è il nostro futuro[2], oltre che animatori del blog omonimo – abbiano trovato proprio nelle pagine del Lavoro culturale e della Vita agra quasi una sorta di manifesto[3]. In qualche misura, proprio quella che Bianciardi aveva descritto in modo così lucido più di mezzo secolo fa può essere infatti considerata la situazione in cui si trovano – secondo Allegri e Ciccarelli – gli esponenti del «Quinto Stato», uno strato sociale oggi già ben presente, sebbene ancora privo di un’identità definita e di un peso politico.

Assunto nella nuova casa editrice fondata da Giangiacomo Feltrinelli appena arrivato a Milano, Bianciardi ne fu infatti licenziato dopo poco tempo. O, meglio, gli venne proposto di lavorare come collaboratore esterno, come traduttore. La prospettiva era di conservare più o meno lo stesso stipendio e di lavorare a casa. Per uno spirito libertario come quello di Bianciardi questo aspetto doveva avere più di qualche lato positivo. Ma, ovviamente, ciò significava anche andare a ingrossare il gruppo di via Brera, ossia quell’esercito di lavoratori intellettuali che – al di fuori delle case editrici – «leggono, recensiscono, traducono, reclutati volta a volta come i braccianti per le faccende stagionali». Da quel momento in poi la vita di Bianciardi sarebbe mutata in modo radicale, perché, al lavoro d’ufficio, egli avrebbe sostituito un’attività svolta tra le pareti domestiche, spesso con l’aiuto della compagna. In questo modo, venivano eliminati i tempi e i costi di trasferimento quotidiani, il controllo eccessivamente rigido dei capi, gli ambigui rapporti con i colleghi, l’obbligo di timbrare il cartellino, a tutto vantaggio di tempi scelti (almeno in parte) liberamente, oltre che con prospettive di guadagno significative. Insomma, come diceva il protagonista della Vita agra, un «lavoro privilegiato»: «A pensarci bene, a far bene i conti, io ho un lavoro privilegiato, con cinque ore al giorno me la cavo, mentre altri debbono farsi le loro otto quotidiane di ufficio, più un’altra ora di tram, da casa al posto di lavoro, e hanno gli orari comandati, la macchinetta che punzona all’ingresso, oppure l’usciere apposito che segretamente marca e poi riferisce al capo del personale, e hanno i rapporti umano a cui stare dietro, gli attriti aziendali, tanta fatica per guardarsi le spalle dalle manovre delle segretarie, e dei dirigenti in ascesa. Io no, io debbo soltanto lavorare cinque ore al giorno, anche la domenica s’intende – e fanno trentacinque ore settimanali, una media da sindacato americano – ma poi sono libero, e non ho attriti aziendali, né umane relazioni, non insomma necessità di vedere gente»[4].

Sperimentando la nuova condizione consentita dal suo «lavoro privilegiato», Bianciardi avrebbe però scoperto rapidamente che la scelta di diventare collaboratore esterno doveva cambiare la sua vita anche in un altro modo. La Vita agra era infatti, in gran parte, proprio il diario della scoperta di questa nuova condizione, al tempo stesso lavorativa ed esistenziale. Una condizione in cui non rimaneva più alcuna traccia dell’antica aura che ancora nobilitava l’intellettuale di provincia, ma in cui il lavoro intellettuale, pur inglobato in un processo produttivo sempre più vicino a quello industriale, continuava comunque a conservare una propria specificità, che rendeva particolarmente utile la collaborazione esterna. E, soprattutto, una condizione che, pur svolgendosi formalmente in autonomia, addirittura tra le pareti domestiche, non cancellava il rapporto di dipendenza dal committente: «Tu magari firmi senza leggere con attenzione, ma intanto ti sei impegnato a consegnare un giorno preciso, e se sgarri ti impongono una penale del trenta per cento. Il pagamento lo fanno dopo l’approvazione. Hanno facoltà di rifiutare a loro insindacabile giudizio, escludendo ogni compenso. Sempre a loro insindacabile giudizio, qualora il tuo lavoro non corrisponda ai criteri e alle direttive […], e si renda necessaria una revisione, il compenso dovuto per quest’ultima sarà detratto dalla somma globale stabilita quale corrispettivo di cui al presente contratto. […] E poi bisogna lavorare tutti i giorni, tante cartelle per questo e quello e quell’altro, fino a far pari, anche la domenica. Se ti ammali non hai mutua, paghi medico e medicine lira su lira, e per di più non sei in grado di produrre, e ti ritrovi doppiamente sotto. […] E poi per loro era preferibile dar lavoro così, a cottimo, senza pagarci sopra oneri sociali, mutue, previdenze e altre marchette, senza rimetterci né la carta, né l’usura della macchina, dei nastri, dei tavoli, nemmeno il caldo. Il caldo te lo paghi da te. Ti paghi il caldo, l’usura della macchina e del nastro, tutto quanto. È un lavoro che può rendere, ma nessuno te lo invidia né cerca di toglierglielo, perché è parecchio faticoso e non piace. Non rientra nel gioco dei rapporti di forza aziendali, non dà né potere né prestigio, non è a livello esecutivo, e perciò te lo lasciano, e ti lasciano in pace. Al massimo ti potranno sollecitare, ti potranno telefonare»[5].

Per quanto rivestiti da una dose abbondante di ironia, molti elementi della Vita agra erano effettivamente autobiografici. Dal momento in cui Bianciardi scelse di lavorare come collaboratore esterno, ogni sua ora, ogni giornata, ogni settimana, venne infatti scandita dal numero di cartelle ancora da tradurre, dall’angosciante approssimarsi delle scadenze, dalle visite settimanali alle case editrici per consegnare i lavori svolti e per ritirare i nuovi, dai tentativi di ottenere un compenso più elevato e dal timore di non rovinare le relazioni con i pochi committenti. Il successo della Vita agra e il suo seguente adattamento cinematografico certo contribuirono a mutare la condizione economica dello scrittore. Ma l’atteggiamento di Bianciardi dinanzi alla buona notizia della decisione di Bompiani di pubblicare quello che sarebbe diventato il suo romanzo più noto rimane da questo punto di vista emblematico dello stato emotivo in cui il libro era nato. Perché, rivolgendosi al responsabile della casa editrice, che non vedeva nello scrittore tracce di entusiasmo, Bianciardi rispose che era contento, ma che doveva tornare subito a casa per concludere la sua razione quotidiana di cartelle.

Metamorfosi del lavoro

Quando La vita agra uscì, la condizione fotografata da Bianciardi riguardava solo una quota tutto sommato marginale non solo dell’intera forza lavoro nazionale, ma anche della stessa «industria culturale» italiana. Benché il boom postbellico avesse certo contribuito a modificare l’immagine e il ruolo sociale dell’«intellettuale», si era trattato di un processo che sembrava profilare solo le prime tappe di una vera e propria ‘proletarizzazione’, in cui peraltro i lavoratori indipendenti non giocavano un ruolo significativo. All’inizio degli anni Settanta, Simonetta Piccone Stella, in una delle rare indagini italiane riservate al fenomeno, segnalava «lo stadio relativamente basso raggiunto dagli umanisti nel processo di tecnicizzazione e funzionalizzazione produttiva, che consente di ricostruire le fasi di una proletarizzazione più problematica e ambigua di quella in atto, ad esempio, fra gli intellettuali tecnici». E più precisamente, fra gli intellettuali umanisti, poteva «constatare una partizione assai accentuata fra le due tendenze evolutive caratteristiche del lavoro intellettuale, e che corrispondono a due collocazioni diverse rispetto ai rapporti di produzione, l’una verso i ruoli burocratico parassitari, l’altra verso i ruoli tecnico produttivi»[6]. Anche se l’indagine coinvolgeva di fatto solo una porzione molto ridotta dell’effettiva forza lavoro ‘intellettuale’, era però interessante segnalare come Piccone Stella ritenesse il lavoro indipendente – con la sua ambizione di autonomia – come un fenomeno destinato ormai a essere superato: «Il libero professionista, residuo di una concezione dello scrittore e dell’intellettuale come fluttuante al di sopra delle classi, degli interessi sociali e dei partiti politici, è una figura più frequente a Roma che a Milano e a Torino, più comune fra gli intellettuali della scorsa generazione che fra quelli dell’ultima. Col passare degli anni i connotati della libera professione vanno anzi progressivamente sfumando, mentre si afferma il rapporto di tipo impiegatizio all’interno dell’industria culturale. La prevalenza, a Roma, del libero professionismo si spiega con la carenza di strutture industriali e con la presenza della Rai-Tv,  ma non impedisce del resto che l’intellettuale svolga altre attività minori»[7].

Le trasformazioni che hanno investito il lavoro intellettuale sono andate in realtà in una direzione molto diversa da quella che Piccone Stella prevedeva negli anni Settanta. Non tanto perché il lavoro della conoscenza si sia sottratto a dinamiche di parcellizzazione e standardizzazione, quanto perché, in questo processo, il lavoro formalmente indipendente ha iniziato ad occupare un ruolo addirittura strategico. E se fino agli anni Settanta il lavoro intellettuale non subì una sorte differente da quello manuale, proprio in quel decennio incominciò a delinearsi una traiettoria che – in connessione peraltro con le radicali trasformazioni del tessuto produttivo dei paesi occidentali – sarebbe emersa con sempre maggiore chiarezza negli anni a venire, e che si sarebbe combinata proprio con la tendenza generale alla formazione di un nuovo tipo di lavoro indipendente, non riconducibile al tradizionale lavoro autonomo. In altre parole, anche grazie alle nuove tecnologie e allo sviluppo della rete, quella condizione che Bianciardi aveva sperimentato come traduttore – una condizione di libertà nell’organizzazione dei propri tempi, ma anche di sudditanza rispetto al committente – prese a diventare la realtà per una quota rilevante di lavoratori, anche se a lungo questi nuovi soggetti rimasero quasi invisibili agli occhi dei ricercatori, oltre che allo sguardo delle forze politiche e del mondo sindacale.

A squarciare il velo di ignoranza sulla realtà di questa componente del mondo del lavoro furono al principio degli anni Novanta – proprio alla vigilia della tempesta politica e giudiziaria di Tangentopoli – alcuni interventi di Sergio Bologna. Nel primo numero della rivista «Altreragioni», Bologna iniziò infatti a mostrare cosa si nascondesse effettivamente sotto l’etichetta «lavoro autonomo», usualmente ricondotta alle categorie del commercio e dei pubblici esercizi. In realtà, molte di quelle micro-imprese classificate come lavoro autonomo erano uno sviluppo del vecchio lavoro operaio, perché – osservava allora Bologna – «più che imprese individuali sono prestatori d’opera, eredi dell’antico ‘operaio massa’», «rappresentano una quota significativa della forza-lavoro dell’impresa a rete, la materia prima del sistema ad altra flessibilità, il territorio sociale del decentramento»[8]. In altre parole, la dipendenza di fatto da un unico committente, la scarsa autonomia nella gestione dei tempi e il prolungamento degli orari di lavoro rendevano una quota del lavoro autonomo una sorta di forza lavoro ‘dipendente’, sebbene ‘desalarizzata’ e priva delle garanzie riconosciute al resto del lavoro dipendente. Se Bologna aveva incontrato inizialmente queste tendenze nel mondo dell’autotrasporto e nelle micro-imprese del tessile, le aveva poi riconosciute anche nel mondo della consulenza e dei servizi alle imprese. E il punto più problematico era però che l’estensione di questo «lavoro autonomo di seconda generazione» non era minimamente colta dalle forze politiche, e in particolare da quelle di sinistra, che continuavano a considerare i lavoratori autonomi solo come evasori, reazionari, parassiti, e comunque come ‘imprenditori’ strutturalmente e ‘antropologicamente’ estranei al mondo dei lavoratori dipendenti.

I risultati di quella prima fase pionieristica di riflessione confluirono in Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia[9], un volume curato da Bologna insieme ad Andrea Fumagalli, nel quale – oltre a ricostruire il ruolo e le dimensioni quantitative del fenomeno – si cercava di capire quali fossero «gli elementi costitutivi della prestazione e le fondamentali relazioni sociali». Per quanto importanti, i materiali raccolti in quel libro dovevano però essere rapidamente superati dalla realtà. A partire dalla metà degli anni Novanta – e in particolare proprio da quel fatale 1997 in cui il libro veniva pubblicato – la ‘liberalizzazione’ del mercato del lavoro iniziata dal primo governo Prodi e proseguita per più di un decennio avrebbe determinato la moltiplicazione delle figure riconducibili al ‘lavoro atipico’, e così quella condizione che Bianciardi aveva conosciuto molti decenni prima sarebbe diventata quasi la norma per intere generazioni. Ma, nonostante l’Italia rappresenti per molti versi un esempio eccezionale, la progressiva dilatazione del lavoro indipendente accomuna tutte le economie industrializzate, e la crisi globale del 2008 è probabilmente destinata a rafforzare questa tendenza. Nel loro recente L’età ibrida, Ayesha e Parag Khanna osservano per esempio che «oggi più di un terzo degli americani lavora in proprio, e ha la possibilità di passare velocemente da un contratto all’altro o di fare più lavori allo stesso tempo»[10]. E, se agli occhi dei due futurologi ciò costituisce il presupposto di un capitalismo di reti orizzontali, si tratterebbe comunque – già oggi – del riflesso di una trasformazione nel modo con cui le nuove generazioni vivono il lavoro: «La distinzione tra casa e ufficio, lavoro e tempo libero è confluita in uno stile di vita fatto di attività strettamente connesse. Si tratta di lavoratori che nessuna azienda può più considerare propri. Persino nel colosso Microsoft il 60 per cento della forza lavoro è composto da freelance. In un sistema economico generativo, questi lavoratori possono convergere e diventare soci di quelle che i Toffler chiamavano flex-firms […], cioè imprese flessibili che ottimizzano l’efficienza grazie a modelli di lavoro basati sul crowsourcing e partecipano alle gare d’appalto che offrono incentivi personalizzate»[11].

Naturalmente il quadro dipinto dai Khanna finisce col risultare quantomeno edulcorato a chi abbia presenti le reali condizioni contrattuali e previdenziali di gran parte dei freelance. Anche perché molti dei problemi che Bologna segnalava vent’anni fa si sono quantomeno aggravati, sotto molti profili. Ciò che è invece cambiata, almeno in parte, è stata la rappresentazione pubblica di quella galassia, perché le immagini stereotipate che riconducevano i freelance al mondo del tradizionale lavoro autonomo sono state quantomeno incrinate, anche per effetto di mobilitazioni che hanno avuto come protagonisti proprio i nuovi lavoratori indipendenti. Alcuni anni fa, in un volume steso a quattro mani con Dario Banfi, Bologna ipotizzava che la strada attraverso cui i freelance potevano conquistare una visibilità e un peso politico passasse ancora una volta dalla coalizione, ossia dalla capacità di dar forma a un’organizzazione sindacale, non poi così diversa da quella dei lavoratori salariati. E così, al termine del loro testo, dopo aver passato in rassegna alcuni esempi stranieri – e riferendosi all’esperienza di Acta (Associazione consulenti del terziario avanzato) – concludevano: «non resta che unirsi, come dice il vecchio adagio, prendere in mano i propri destini, perché i diritti dei freelance sono quelli di tutti i lavoratori, perché la protezione delle singole professioni non basta e occorre unire i lavoratori, non dividerli, perché le partite Iva non hanno diritto a nessun ammortizzatore sociale e i loro contributi Inps finanziano gli ammortizzatori di altre categorie. […] Da soli i lavoratori freelance finiscono sbatacchiati tra grandi imprese e lavoratori subordinati, tra lobby politiche e sindacali. Insieme potranno forse contare di più. Sembrerà strano, ma in questo mondo di linguaggio crittati e di comunicazioni remote, scoprire parole antiche, sentirle suonare convincenti, è un piacere, un divertimento. Acta ha posto anche il problema di come pronunciarle»[12].

Le anime del Quinto Stato

Motivi molto simili a quelli sviluppati da Bologna e Banfi si trovavano anche al cuore della Furia dei cervelli[13], un volume cui Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli utilizzavano già l’espressione «Quinto Stato» non solo per segnalare la sostanziale irriducibilità ‘antropologica’ del nuovo lavoro indipendente al vecchio «Terzo Stato» delle professioni e del commercio, ma anche per mettere in luce il potenziale peso politico di un mondo ancora magmatico. Dopo due anni di crisi e di mobilitazioni – che hanno condotto alcune componenti del lavoro freelance a conquistare una visibilità mediatica (in particolare nel caso del Teatro Valle di Roma) – Allegri e Ciccarelli tornano nel Quinto Stato sulle loro ipotesi, alle quali danno una formulazione ancora più compiuta e ambiziosa. E, oltre a fornire una definizione piuttosto ampia di questo soggetto, cercano anche di individuare quali strade potrebbero condurlo a diventare un attore sociale e politico in senso proprio, senza il timore di percorrere sentieri poco battuti e di procedere controcorrente.

Riecheggiando il vecchio pamphlet rivoluzionario dell’abate Sieyes, Allegri e Ciccarelli si propongono innanzitutto di definire cosa sia il Quinto Stato, e dunque di delinearne in modo chiaro il perimetro. E, da questo punto di vista, il criterio che tiene insieme elementi diversi non è tanto il tipo di lavoro effettivamente svolto, ma soprattutto la condizione di ‘apolidia’, ossia il fatto che a determinati lavoratori non siano riconosciuti alcuni diritti sociali fondamentali. Per questo nell’alveo del Quinto Stato confluiscono tanto i lavoratori della conoscenza freelance, quanto il mondo dei lavoratori migranti, esclusi dai diritti di cittadinanza: «Il Quinto Stato è una condizione incarnata da una popolazione fluttuante, composta da lavoratori e lavoratrici indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente. La loro cittadinanza non è misurabile a partire dal possesso di un contratto di lavoro, né dall’appartenenza per nascita al territorio di uno Stato-nazione poiché per questi soggetti si presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e l’attività professionale, l’identità di classe, la comunità politica e lo Stato. Oggi sono stranieri o barbari tanto i nativi italiani, quanto i migranti. Entrambi appartengono alla comunità dei senza comunità. La loro è una cittadinanza senza Stato, poiché lo Stato non riconosce loro la cittadinanza»[14]. In sostanza, il fatto di svolgere un’attività lavorativa non è una condizione sufficiente per accedere alla garanzia dei diritti, e così i membri del Quinto Stato, non avendo un contratto di subordinazione a tempo indeterminato, rimangono «cittadini dimezzati», peraltro estranei alle rappresentanze politiche, sindacali, imprenditoriali.

Sebbene allarghino i confini del Quinto Stato a molte realtà, è scontato che il cuore di questo soggetto sia rappresentato dal nuovo lavoro indipendente cresciuto negli ultimi trent’anni, e che dunque coinvolga soprattutto le generazioni nate dopo il 1970 (e la cui attività lavorativa sia iniziata dopo il 1996): «Il Quinto Stato è una condizione sociale che si è radicata nel lavoro indipendente, si è affermata nelle vecchie e nuove professioni (dagli avvocati agli architetti, dai ricercatori ai consulenti, ai grafici o agli esperti di marketing in rete), e in tutte le attività subordinate, precarie e intermittenti. In esso potrebbe rispecchiarsi chi conduce un’auto-impresa o esercita il lavoro autonomo nell’ambito delle relazioni organizzative e dei beni immateriali, i precari della pubblica amministrazione, dei servizi, della cultura e informazione, del commercio, della logistica o dell’industria manifatturiera. Ci sono anche gli stagisti, gli apprendisti, i tirocinanti, molti dei quali sono diplomati e laureati. C’è chi lavora nelle cooperative, con la partita Iva o con uno dei quarantasei contratti ‘atipici’ esistenti in Italia»[15]. Evidentemente, un simile elenco rischia di essere sin troppo lungo, e così di perdere in capacità descrittiva, per guadagnare sul versante dell’estensione. Certo, la galassia del Quinto Stato – che viene stimata in circa otto milioni di persone, attive sia nel privato sia nel pubblico – non ha nulla (o ben poco) a che vedere con alcuni utilizzi che nel passato sono stati proposti da intellettuali come Ferdinando Camon e Salvatore Valitutti (cui Allegri e Ciccarelli dedicano comunque alcune pagine), ma ha anche ben poco da spartire con le rappresentazioni tradizionali fornite sino agli Settanta, che per esempio – con le parole di Paolo Sylos Labini – intendevano i lavoratori indipendenti come «topi nel formaggio». E, naturalmente, il Quinto Stato non ha nulla a che vedere neppure con il Lumpenproletariat di cui Marx, nei suoi opuscoli storici sui conflitti francesi del 1848, aveva dipinto un quadro a tinte fosche. Ma i tratti in positivo rischiano di essere sommersi dalle differenze di un’area multiforme e talvolta magmatica. E anche per questo Allegri e Ciccarelli tentano allora di delineare una sorta di identikit del Quinto Stato, centrato su alcuni elementi tecnici e anche ‘antropologici’. Innanzitutto i due autori colgono in tutte queste posizioni lavorative un tratto comune: «la necessità di proteggere l’autonomia personale e quella del proprio lavoro secondo gradazioni e sfumature diverse. Questo dato è determinante per evitare che si consideri il lavoro indipendente come un rimedio alla disoccupazione oppure alla mancanza di posti nell’ambito delle attività salariate»[16]. In altri termini, il Quinto Stato si caratterizza «per la sua capacità, non maggioritaria ma culturalmente significativa, di dimostrare che il suo ‘fare da sé’ è la premessa per una nuova autonomia nel lavoro e nella società: un’autonomia che riesce a coniugare indipendenza individuale e cooperazione sociale»[17]. Proprio questo carattere rende impossibile individuare nel lavoro indipendente «un ceto sociale prevalente attraverso il quale definire la sua posizione rispetto a gruppi sociali più riconoscibili: l’operaio, l’impiegato o il grande imprenditore»[18]. Un aspetto rilevante è rappresentato dunque dal ribaltamento della relazione fra reddito e competenza che avviene dentro la galassia del lavoro indipendente, nel senso che «la sottoccupazione, il precariato, il lavoro gratuito e il sistematico disconoscimento delle competenze professionali» sono gli elementi che vengono a definire «la condizione prevalente sia nel settore del professionismo autonomo che in quello più largo del lavoro intermittente, precario, delle collaborazioni a progetto, tanto nel pubblico quanto nel privato»[19]. Il tratto caratterizzante del Quinto Stato è comunque proprio il tentativo di preservare l’autonomia: «Il Quinto Stato» – scrivono Allegri e Ciccarelli – «condivide la necessità di creare, difendere ed estendere la propria autonomia nel lavoro e nella società. Anche se gravemente compromessa dalla crisi, è innegabile che questa sia la ricerca che accomuna l’artigiano all’operaio, il lavoratore immateriale cognitivo all’addetto ai servizi, il libero professionista all’esecutore di mansioni, lo studente al piccolo imprenditore tradizionale. Se poi si fa largo la consapevolezza per cui l’autonomia può essere tutelata più efficacemente ricorrendo alla cooperazione con chi condivide la medesima condizione di esclusione, oppure lo stesso progetto, allora si può dire che il Quinto Stato riesce a interpretare al meglio la propria condizione»[20]. «La presa di coscienza di essere Quinto Stato, e non solo lavoratori indipendenti, autonomi, precari», osservano i due autori, «non è un processo lineare, né definitivo», bensì «un processo aleatorio, soggetto alle infinite variazioni delle contingenze»[21]. Ciò nondimeno, «maturare la coscienza di essere Quinto Stato rappresenta un passaggio essenziale in questa direzione»[22]. Ed così proprio ai percorsi che potrebbero condurre a una simile maturazione che Allegri e Ciccarelli rivolgono la loro attenzione.

Lavoratori precari o lavoratori indipendenti?

Riflettendo sulle mobilitazioni dei precari italiani dei primi anni del nuovo secolo, Sergio Bologna segnalò che era possibile ritrovare in quel movimento un’anima duplice, in qualche modo riconducibile – con qualche consapevole forzatura – alla distinzione geografica tra Roma e Milano. Se la coalizione milanese rifletteva l’identikit di una forza lavoro occupata prevalentemente nel settore privato, e dunque pienamente interna alla galassia dell’economia post-fordista, il movimento romano nasceva con l’obiettivo principale della critica all’abolizione della ‘legge 30’ (la cosiddetta ‘legge Biagi’), dall’aggregazione di lavoratori precari attivi nel mondo della ricerca e nel pubblico impiego, oltre che dal sostegno di una parte di studenti universitari. Per questo, il suo scopo non poteva che essere la ‘stabilizzazione’, e il suo referente il governo nazionale, in grado di modificare con un intervento legislativo la condizione dei lavoratori precari. Al di là dell’estremizzazione ‘geografica’, che riconduceva le due anime del mondo dei precari alla dicotomia fra Milano e Roma, il ragionamento di Bologna puntava a mettere in luce non tanto una divaricazione politica, quanto una divergenza di obiettivi determinata dalla stessa eterogeneità delle condizioni lavorative. In sostanza, la parola d’ordine della ‘stabilizzazione’ rischiava di risultare controproducente, perché implicava un obiettivo (e anche un tipo di vertenza) che non poteva coinvolgere una parte consistente del lavoro ‘precario’ post-fordista, ossia quella componente che nessun intervento legislativo sarebbe mai riuscito davvero a ‘stabilizzare’. «La vexata questio» – scriveva Bologna – «non è la regolamentazione della flessibilità ma il riconoscimento o meno che in questo maledetto sistema postfordista esiste una componente di forza lavoro che si trova in permanenza o per lunghissimi periodi in una condizione di occasionalità di lavoro, di intermittenza, che finisce per diventare il suo naturale modo di essere. È inutile negarlo e cercare di ficcare a forza questa gente nel quadro del lavoro dipendente. Al tempo stesso è tutto interesse dell’assunzione d’identità del lavoro postfordista riconoscere che questa condizione d’intermittenza non è solo una condizione ‘imposta dalle ferree leggi del capitale’ ma è una condizione in parte scelta per difendere una propria autonomia e indipendenza di vita o per conciliare lavoro conto terzi e lavoro di cura. Chi intende creare coalizione non dovrebbe mai dimenticare che il postfordismo è stato il prodotto di una doppia spinta: da una parte la riorganizzazione capitalistica e dall’altra il rifiuto del lavoro normato, così come si manifestò, per esempio, nel movimento del ‘77»[23].

Anche in questo caso Allegri e Ciccarelli sembrano sviluppare proprio le indicazioni di Bologna. Tutto il loro discorso – registrando peraltro una serie di sperimentazioni che hanno avuto come baricentro la Roma ‘postfordista’ cresciuta negli ultimi due decenni – può essere letto infatti come una critica, neppure troppo velata, all’immaginario del «precariato» (costruito nel corso di un trentennio soprattutto dai precari della scuola e della Pubblica Amministrazione), oltre che a quel «vittimismo» che rappresenta il presupposto (forse più che la conseguenza) dell’impotenza politica. Dinanzi alla realtà di «una società di lavoratori senza posto fisso che subiscono un processo di proletarizzazione», l’unica soluzione per Allegri e Ciccarelli consiste nel guardare all’antropologia del lavoro indipendente. In sostanza, il perno su cui incardinare un progetto politico può essere costituito solo dalla specificità del lavoro indipendente: «La crisi continuerà a distruggere i posti di lavoro, mortificare o annientare le esperienze dei lavoratori, ma non può cancellare l’attitudine alla vita operosa da parte del lavoro indipendente che rappresenterà ben presto la maggioranza della popolazione attiva. E il motivo per cui il lavoro indipendente dev’essere difeso contro il rischio dell’inoccupazione e dell’obsolescenza dei saperi acquisiti. Per farlo è necessario valorizzare la determinazione personale del lavoratore indipendente a preservarli o ad acquisirne di nuovi. Questo però non può restare un impegno individuale, limitato alla congiuntura economica o alla volontà dei singoli, ma deve diventare una cultura condivisa. È prevedibile che la crisi finirà per corrompere la determinazione individuale a favore di una disillusione generalizzata. Ciò non elimina l’esigenza di elaborare una cultura sociale fondata sull’indipendenza del singolo e sul riconoscimento dell’autonomia collettiva. Per questa ragione il Quinto Stato non può essere una condizione limitata a una singola categoria del lavoro indipendente, o del non lavoro, e tanto meno a un contratto di lavoro o a una prestazione lavorativa. Bisogna avere il coraggio di riconoscere la condizione del Quinto Stato in sé, quella cioè di una società che non dispone di alcuna identità da far valere, di alcun legame d’appartenenza da far riconoscere, salvo l’indipendenza nel lavoro e l’autonomia dei singoli nella società»[24].

La strategia adottata da Allegri e Ciccarelli per costruire la «cultura sociale» del Quinto Stato investe almeno tre livelli differenti. In primo luogo, come si è visto, cercano di dare una rappresentazione ‘sociologica’ del Quinto Stato, nel senso che esemplificano quali siano gli strati sociali che effettivamente possono essere compresi entro il perimetro di questo nuovo soggetto. Nelle fila del Quinto Stato vengono così arruolati non solo i «lavoratori autonomi di seconda generazione», i precari, il lavoro ‘femminilizzato’, ma anche i lavoratori migranti e i Neet (i giovani che non studiano, non lavorano e neppure cercano un’occupazione), perché condividono «la difesa dell’autonomia personale ad ogni costo»[25]. In secondo luogo, Allegri e Ciccarelli affrontano anche il livello della rappresentazione narrativa della storia del Quinto Stato, nel senso che – rompendo con un’iconografia consolidata dello stesso movimento socialista – tentano di ritrovare nel passato i fili smarriti della vicenda che conduce fino a oggi. In sostanza, Allegri e Ciccarelli vanno alle radici delle esperienze di mutualismo maturate nell’Ottocento e mostrano come simili organizzazioni avessero le loro basi non tra gli operai di fabbrica o tra la forza lavoro salariata, ma fra «le moltitudini di produttori indipendenti, artigiani e mastri, creatori di gilde e associazioni, operai e sindacati nascenti decisi a farla finita con le vecchie vessazioni, povertà ed esclusioni e al contempo indisponibili a subirne di nuove»[26]. Nel loro percorso, incontrano così figure come Jacques-Louis Ménétra, Gracco Babeuf, Filippo Buonarroti, Louis Gabriel Gauny, espressioni del Quinto Stato, ma anche testimonianze di un progetto che l’esperienza novecentesca del movimento operaio ha completamente rimosso. D’altronde, l’ipotesi del mutualismo, sperimentata in vari modi nel corso dell’Ottocento, è proprio la chiave che, secondo Allegri e Ciccarelli, potrebbe consentire al Quinto Stato di conquistare una coscienza e un peso politico.

Il terzo livello a cui gli autori di Quinto Stato conducono il loro discorso è in effetti quello propriamente organizzativo, ed è qui che viene esplicitata l’ipotesi di un nuovo mutualismo. In particolare, ciò che Allegri e Ciccarelli recuperano della tradizione mutualista non è la componente dell’aiuto reciproco nella società, che è sopravvissuta nella pratica del volontariato, bensì la dimensione della cooperazione tra i lavoratori, che è stata abbandonata nel corso del XX secolo. Oggi invece si torna proprio a quelle strategie, perché si diventa consapevoli che «il rimedio alla povertà e alla crisi non verrà né dallo Stato né dal mercato»[27]. Molteplici sperimentazioni – dai Gruppi di Acquisto Solidale, all’uso delle monete complementari, al baratto per alcuni servizi e beni, il coworking – sembrano infatti dimostrare, secondo i due autori, «che il mutualismo non è una forma di carità rivolta agli esclusi o ai poveri che improvviserebbero uno Stato sociale in miniatura illudendosi di sopperire con l’autogestione della miseria all’assenza dello sguardo vigile e universale di un benigno Leviatano», e neppure «l’espressione di principi economici alternativi a quelli capitalistici», bensì «un modo di vivere nel capitalismo finanziario, in una società di indebitati, attraverso il recupero dell’associazionismo sociale e professionale, il lavoro di prossimità, la ricerca di nuove forme di convivenza tra persone anche di nazionalità differenti»[28]. Evidentemente, Allegri e Ciccarelli percorrono un binario diverso da quello seguito dalle esaltazioni più acritiche del lavoro indipendente, ma imboccano anche una direzione piuttosto distante da quella verso cui si sono storicamente rivolti il pensiero e la pratica della sinistra europea, perché, in qualche misura, cercano una sorta di «terza via» tra io e noi, tra la rivendicazione dell’autonomia delle persone e l’affermazione di un’identità collettiva di classe. Come scrivono nitidamente, in questo senso: «non si tratta di rinunciare al welfare, ma di rovesciarne l’impostazione statalistica, burocratica e familistica, partendo dall’autonomia delle persone. Non si tratta nemmeno di rifiutare l’intrapresa individuale o la progettualità economica, ma di svincolarle entrambe da un mercato fondato sull’espropriazione sistematica della ricchezza e sulla diseguaglianza epocale tra i redditi. Ancor prima di formulare proposte concrete, è necessario realizzare una cultura che valorizzi l’autonomia e con essa una forma di vita capace di coltivarla»[29].

Quando indicano questa strada, Allegri e Ciccarelli pensano naturalmente alla situazione previdenziale di quei lavoratori iscritti alla Gestione separata dell’Inps, o a quella dei circa tre milioni di precari italiani, per il quali l’adesione a un fondo mutualistico potrebbe diventare una risorsa vitale, senza peraltro che ciò comporti una deroga al ruolo dello Stato. «Il mutualismo permette infatti una gestione sociale dei rischi per la salute che il welfare assistenzialistico non riesce più ad assicurare, in particolare agli autonomi e ai precari»[30]. Certo, inteso in questo modo, il mutualismo non può essere una soluzione definitiva, ma solo un rimedio temporaneo, e ciò è ben chiaro ai due autori, ma a loro avviso si tratta comunque di una soluzione che indica già un’alternativa all’idea che l’unico rimedio sia sempre rappresentato dalla logica d’impresa. Il problema principale è però, anche in questo caso, l’esclusione da questo mutualismo di tutti quei disoccupati, precari e lavoratori poveri che non hanno neppure le disponibilità economiche per sottoscrivere la loro quota annua. Ed è invece in vista dell’allargamento della partecipazione alle società di mutuo soccorso anche a questi strati che Allegri e Ciccarelli estendono l’ambito del mutualismo all’investimento e alla costruzione di progetti di sviluppo: «È necessario affiancare la resistenza delle coalizioni di ‘combattimento’ del Quinto Stato alla capacità di autogoverno derivante dall’associazione tra lavoratori e cittadini. Se così non fosse, verrebbero negate le possibilità insiste nell’autonomia, in particolare quella di avviare piccole economie di scala fondate sull’autogestione, sostenute dai circuiti del microcredito, dell’economia cooperativa o dell’‘imprenditoria sociale’. Si tratta di pratiche che, in realtà, sono già diffuse, ma che potrebbero essere generalizzate»[31].

Naturalmente ad Allegri e Ciccarelli non sfugge l’eventualità che la via del mutualismo possa essere percorsa anche con un’impronta imprenditoriale, e d’altronde già alcuni esperimenti sembrano preludere a una situazione di questo genere. Anche gli strumenti che sembrano consentire la ‘disintermediazione’ (e cioè il salto di tutti i passaggi che si frappongono tra produttore e consumatore), come le stesse pratiche di coworking, non sono immuni dal rischio di essere riassorbiti all’interno della logica imprenditoriale. Se «dimostrano una produttività alternativa rispetto a quella più propriamente capitalistica che mira all’espropriazione delle poche risorse disponibili», tali pratiche rimangono infatti «incardinate in una società dove l’utilità di un’azione sociale è vincolata ai criteri della redditività e alle esigenze corporativa»[32]. In altre parole, si tratta di un’ambivalenza insopprimibile, perché, se per un verso «emerge la possibilità di un superamento dello Stato e del mercato, fino a oggi considerati gli unici guardiani del bene comune», per l’altro è chiaro che «il mutualismo potrebbe essere sussunto nel processo di accumulazione»[33]. Ma, dinanzi a questo bivio, i due autori di Quinto Stato non hanno esitazioni nello scegliere la prima opzione: «Il mutualismo ha un senso quando considera l’autonomia sociale e professionale come un fine in sé. […] Nel mutualismo si esprime […] l’autonomia dei singoli e il loro desiderio, o necessità, di associarsi liberamente mettendosi al servizio di un obiettivo comune: promuovere il lavoro indipendente come forza-lavoro del futuro e rafforzare il Quinto Stato come condizione prevalente della cittadinanza»[34]. E, dunque, indicano come scopo quello di «ripensare territori, società, istituzioni, produzione, oltre che la distribuzione della ricchezza, in un’ottica di relazioni federative, a rete, aperte alla condivisione culturale e all’innovazione sociale»[35].

Se con queste formule Allegri e Ciccarelli si proiettano verso un futuro dipinto anche qualche pennellata utopica, i due autori di Quinto Stato indicano però anche alcuni strumenti concreti da cui partire già oggi per dare consistenza al loro progetto. E, in questo senso, guardano ad alcune esperienze d’oltreoceano di coalizione sindacale ‘a base multipla’, ossia capaci di coinvolgere lavoratori non concentrati in un’unica sede o accomunati dalla medesima mansione, ma operanti in una stessa area metropolitana. Il territorio metropolitano viene così individuato come il luogo in cui sembra possibile costruire blocchi sociali coalizzati, mentre il community organizing è definito come l’adeguato «metodo di concertazione sociale che mobilita coloro che sono insediati, e lavorano, su uno o più territori»[36]. La discontinuità con le precedenti forme di azione sindacale è marcata, perché in questo caso sono «la persona e i suoi diritti a rappresentare l’istanza universale in cui si riconoscono i soggetti apolidi e frammentati che vivono nella comunità meticcia, multiculturale e transnazionale delle metropoli contemporanee»[37]. L’elenco degli esempi cui Allegri e Ciccarelli attingono è molto eterogeneo, e va dalle vecchie Camere del lavoro al Movimento Comunità di Adriano Olivetti, da Occupy Wall Street fino al Teatro Valle di Roma, ma tengono in particolare a sottolineare – con un passaggio molto significativo – che la pratica di community organizing risulta addirittura vitale per i lavoratori della conoscenza, della cultura e della produzione immateriale: «Il futuro delle coalizioni sociali non dipende dalla militanza politica, o dal senso civico di un volontario, ma dal bisogno di svolgere al meglio il proprio lavoro oltre che dalla convenienza di poter contare su una cospicua rete di contatti. Questa è la ragione per cui i lavoratori della conoscenza, della cultura e della produzione immateriale occupano una posizione cruciale all’interno del Quinto Stato»[38]. In queste espressioni certo qualcuno potrebbe ravvisare i residui forti dell’ideologia del professionalismo, e così il community organizing potrebbe addirittura apparire una variante, solo un po’ più ‘materializzata’, di social network come linkedIn, che dovrebbero rappresentare il ‘capitale sociale’ e di conoscenze di ciascun professionista. Ma – anche se il passaggio logico non è del tutto chiaro – Allegri e Ciccarelli guardano piuttosto al community organizing come al presupposto di un vero e proprio regime di autogoverno, tendenzialmente da estendere alla gestione dei beni comuni, alle scuole, agli ospedali, alle università e in generale a ogni ambito della vita associata e produttiva. Un regime di autogoverno che potrebbe prendere forma, secondo i due autori, solo nel momento in cui le coalizioni urbane si tramutassero in un consorzio di cittadinanza, che viene definito in questi termini: «Il consorzio di cittadinanza è un patto tra persone, basato sul muto aiuto destinato a durare nel tempo secondo la regola della reciproca obbligazione (obligatio in solidum). La sua origine risale al mutualismo, alle leghe e ai consigli operai. Il suo obiettivo è distinguersi dalle associazioni corporative e dagli ordini professionali, in quanto soddisfa l’interesse generale della cittadinanza, non quelli dell’assemblea dove prevale la maggioranza degli interessi rappresentanti. I consorzi non hanno finalità di lucro, ma uno scopo politico: redistribuire il potere, i beni e le risorse in una società di indebitati, dominata dalla speculazione finanziaria»[39].

L’invenzione del Quinto Stato

Nel suo recente Utopie letali (Jaca Book), Carlo Formenti – che pure ha utilizzato in passato la formula «Quinto Stato» per riferirsi alla «classe creativa» della net economy – attacca severamente l’ipotesi teorico-politica delineata da Allegri e Ciccarelli nel precedente La furia dei cervelli. E, in particolare, sottolinea sia che le trasformazioni degli ultimi quindici anni hanno del tutto eroso l’autonomia dei lavoratori della conoscenza, sia che l’individualismo dei membri di questo nuovo soggetto sociale tende a precludere ogni percorso di rivendicazione collettiva[40]. Se certo è difficile non condividere le perplessità di Formenti, è forse troppo ingeneroso considerare il lavoro di Allegri e Ciccarelli solo in questa chiave. Se si leggono le pagine di Quinto Stato esclusivamente con le lenti del realismo, certo rimane in piedi ben poco dell’impalcatura di Allegri e Ciccarelli. Ma l’intento dei due autori non è quello di descrivere una realtà già formata (anche se certo il punto di partenza è proprio la realtà presente) e neppure quello di fissare gli obiettivi di breve periodo a un movimento o a una ben precisa coalizione di interessi (sebbene si tratti forse anche di questo). La loro principale ambizione è piuttosto quella di dare forma a un soggetto politico che esiste solo in potenza nelle nostre società. In altre parole, Allegri e Ciccarelli si propongono di ‘inventare’ il Quinto Stato, legando insieme grazie a un ordito ‘narrativo’ ben congegnato un insieme di interessi, competenze, mansioni, esperienze lavorative e condizioni contrattuali del tutto frammentario e ben lontano dal rappresentare una ‘comunità di destino’. Ed è dunque anche sotto questo profilo che la loro ipotesi va esaminata con cura.

Per quanto nell’idea di ‘invenzione’ si possa scorgere qualcosa di simile a un’impostura, a una mistificazione della realtà, a una raffigurazione ‘ideologica’ (e per questo infedele) del mondo reale, l’operazione tentata da Allegri e Ciccarelli non differisce nella sostanza dal procedimento con cui sono stati ‘inventati’ tutti i grandi soggetti della politica moderna, dalle diverse ‘nazioni’ allo Stato. In sostanza, all’opera in tutti questi casi è la capacità di creare grandi rappresentazioni simboliche in grado di tenere insieme, come scriverebbe Ernesto Laclau, delle «catene equivalenziali», e cioè di aggregare in un progetto politico di carattere generale una serie di identità e di rivendicazioni specifiche. E Allegri e Ciccarelli, con l’immagine un po’ impressionistica del Quinto Stato, cercano proprio di costruire un simile perno al quale fissare una «catena equivalenziale», e cioè di tenere insieme gli interessi e le rivendicazioni dei lavoratori indipendenti, dei precari, dei migranti. Il punto cruciale è se questa operazione possa risultare efficace, e su quale piano possa avere qualche ricaduta. Ma, a dispetto dell’individualismo dei membri del Quinto Stato segnalata da Formenti, non è affatto escluso che questo carattere debba ostacolare la costruzione di un soggetto politico. Dal punto di vista storico, Sergio Bologna ha d’altronde mostrato in diverse occasioni come l’«antropologia» del lavoratore indipendente non sia sempre ostile stata alla costruzione di coalizioni[41], e Allegri e Ciccarelli non fanno che riprendere queste sollecitazioni. D’altronde, non è possibile escludere che la formula «Quinto Stato» possa davvero svolgere una funzione politica, diventando la bandiera sotto cui potrebbe raccogliersi un esercito formato dai più disparati strati sociali, analogamente a quanto avvenne più di due secoli fa per il «Terzo Stato», che ovviamente comprendeva al proprio interno una molteplicità di interessi, ma che non per questo esitò a definirsi la «Nazione», ossia l’insieme dei gruppi realmente produttivi, opposti ai ceti parassitari dell’Antico Regime. Ma se il futuro del Quinto Stato dipenderà da una serie di variabili che sarebbe del tutto inutile cercare di considerare in questo sede, è però possibile cercare di immaginare quali potrebbero essere le vie della conquista di un ruolo ‘politico’ da parte di questo soggetto potenziale. Perché, a ben vedere, le strade possibili dipendono proprio dai livelli a cui le rivendicazioni del Quinto Stato si potrebbero dislocare.

Nonostante sia difficile ritrovare nel passato qualcosa di simile a ciò che viene prefigurato da Allegri e Ciccarelli, la storia del movimento socialista italiano della fine dell’Ottocento fornisce una vicenda che può risultare a questo proposito piuttosto istruttiva. Considerando la formazione della galassia socialista nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale, gli storici hanno riconosciuto un momento di snodo nella crisi che negli ultimi tre decenni del XIX secolo investe la Pianura Padana. Mentre in Veneto prende forma il movimento cooperativo cattolico, in molte province emiliane comincia a delinearsi la struttura di quella che, in seguito, diventerà la ‘zona rossa’, ossia un’area subculturale a orientamento socialista. A dispetto di un’apparente omogeneità, la struttura occupazionale delle diverse province innesca però percorsi politici differenti, e per questo vengono anche individuati due modelli subculturali distinti: il “modello mantovano” e il “modello reggiano”. Il primo nasce in un contesto segnato da una notevole modernizzazione dell’agricoltura e, soprattutto, da una massiccia diffusione del rapporto salariale nelle campagne: per questo, nel modello mantovano sono i braccianti a giocare un ruolo determinante e a individuare uno strumento di base nelle leghe contadine, intese come mezzo per sostenere le vertenze con il padronato. In quest’ottica viene guardata con sospetto l’idea di costituire delle ‘leghe miste’, che coinvolgano anche piccoli contadini e mezzadri, perché le rivendicazioni finirebbero col perdere il loro peso. E, inoltre, le leghe vengono viste non solo come strumento di contrattazione economica, ma anche come organizzazione immediatamente ‘politica’, capace di consolidare – senza ulteriori mediazioni – il potere politico della classe. Come scriveva Giordano Sivini quarant’anni fa a proposito di queste leghe, «la loro esperienza di lotta e la loro forza li porta a rifiutare l’opportunismo elettoralistico dei circoli socialisti», e, inoltre, «identificando […] socialismo e organizzazione contadina di classe, tendono ad assorbire l’organizzazione politica nell’organizzazione sindacale, o, quanto meno, a ribadire il principio che l’iscrizione alla lega è indice sufficiente di militanza politica socialista»[42]. Al contrario, nel modello reggiano il bracciantato ha una posizione meno rilevante, e hanno invece un ruolo più significativo i piccoli proprietari, i mezzadri, gli artigiani. Una simile eterogeneità rende ‘tecnicamente’ impossibile unificare il movimento intorno a vertenze economiche comuni, perché non esiste un’unica controparte, come avviene invece per le lotte dei braccianti, che possono fare fronte comune contro il padronato. E questa condizione – che davvero appare simile a quella del Quinto Stato – spinge allora a rifiutare l’opzione ‘occupazionale’ del modello mantovano e a imboccare invece la strada di una ‘territorializzazione’ del movimento, consistente nella costruzione di luoghi e sedi istituzionali in cui sia possibile concentrare posizioni eterogenee. A Reggio Emilia la struttura associativa che fa capo alla camera del lavoro raccoglie dunque, oltre ai braccianti (che rinunciano all’intransigenza classista), strati sociali molto eterogenei: «dai contadini che, evitando l’intermediazione, vendono alle cooperative di consumo, agli operai soci di queste ultime e dalle cooperative di produzione, ai braccianti che trovano sostentamento, nei periodi di disoccupazione, con i lavori pubblici assegnati alle cooperative di produzione o che lavorano la terra nelle affittanze collettive»[43]. Ma, soprattutto, questo insieme di istituzioni si trova a puntare molto presto all’edificazione di un ‘socialismo municipale’, perché si riconosce nella conquista del comune il modo per garantire la sopravvivenza di quelle istituzioni che danno forma e coerenza al movimento. E, in effetti, il consolidamento delle esperienze di ‘socialismo municipale’ consente davvero di rafforzare i diversi tasselli di quella subcultura territoriale, non solo perché il comune riesce a garantire un minimo supporto economico alle categorie meno abbienti e, talvolta, a sostenere le rivendicazioni dei lavoratori (e livello locale e nazionale), ma anche perché irrobustisce le cooperative assegnando appalti per la costruzione di opere pubbliche e perché consegna alle camere del lavoro il ruolo di monopolista nel collocamento al lavoro.

Esaminando oggi i due modelli, è piuttosto agevole riconoscere come essi abbiano dimostrato una capacità di resistenza molto differente. La subcultura occupazionale del modello mantovano si rivelò infatti piuttosto fragile, anche perché era legata a una specifica configurazione del mercato del lavoro. Al contrario, il ‘socialismo municipale’ di matrice reggiana riuscì a dare forma a un assetto tanto robusto da superare non solo il ventennio fascista, ma anche il mutamento ideologico e organizzativo del Partito Comunista. E, così, ancora oggi sono ben visibili i contorni territoriali e organizzativi delle zone che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo, sperimentarono la ‘via reggiana’ al socialismo. Ma, al di là di ogni valutazione politica di queste esperienze, le due vie imboccate dal movimento socialista padano sul finire dell’Ottocento risultano oggi probabilmente utili per pensare al futuro potenziale (prima che possibile) del Quinto Stato.

 Il Quinto Stato che Allegri e Ciccarelli dipingono nel loro saggio è infatti davvero piuttosto simile a quell’aggregato eterogeneo di soggetti cui il ‘modello reggiano’ riuscì a dare coerenza organizzativa e simbolica. E non è così affatto sorprendente che ci sia anche una sostanziale convergenza tra gli strumenti che Allegri e Ciccarelli suggeriscono e quelli che il ‘socialismo municipale’ utilizzò. D’altronde, non si tratta tanto di una scelta ‘ideologica’, quanto di una necessità che deriva dallo stesso tipo di soggetti che si punta ad aggregare: anche il Quinto Stato non è infatti unificato dal fatto di avere un unico avversario, perché – essendo costituito soprattutto da lavoratori indipendenti – non può puntare né sulla forza data dalla concentrazione, né sulla rivendicazione unitaria volta a strappare alla controparte incrementi salariali o riduzioni del tempo di lavoro. Ciò significa che il Quinto Stato non può trovare agevolmente un punto di unificazione al livello ‘economico’ (ossia, al livello della contrattazione economica), ma deve tendenzialmente cercarlo a un livello ‘politico’ (ossia, a un livello in cui la contrattazione avviene con le istituzioni politiche). E ciò non tanto perché alle diverse componenti del Quinto Stato sia necessariamente preclusa la via della rivendicazione economica, ma perché a tale livello è molto difficile immaginare l’effettiva unificazione di un fronte conflittuale ampio ed eterogeneo, mentre è molto più agevole pensare semmai all’adozione di soluzioni ‘corporative’ o ‘professionali’ in grado di unificare soltanto alcune componenti. Ciò che il lavoro indipendente può tentare, rimanendo al semplice livello della contrattazione ‘economica’, è infatti la creazione di coalizioni con l’obiettivo di stabilire delle soglie ‘eque’ di retribuzione, e cioè la fissazione di un tariffario delle prestazioni offerte. Benché la concorrenza renda un simile obiettivo piuttosto difficile da perseguire, non si tratta di un obiettivo necessariamente impraticabile. Ma, se si guarda alla storia degli ultimi due secoli, un simile risultato è stato conseguito soprattutto da quelle attività che sono state in grado di ‘professionalizzarsi’, ossia di replicare il modello delle ‘professioni liberali’, capaci di stabilire forti barriere all’ingresso, marcate identità corporative, ben precisi meccanismi di controllo sulla formazione, sulle competenze e sull’esercizio della professione (spesso con il supporto dello Stato). In questo caso, la componente dell’individualismo non viene meno, ma viene compensata (e per certi versi rafforzata) dalla costituzione di un assetto corporativo che ‘chiude’ l’ingresso alla professione a possibili sfidanti esterni. Allegri e Ciccarelli non pensano però a una soluzione di questo genere, perché le organizzazioni cui guardano sono invece inclusive e tutt’altro che ‘chiuse’. Il punto è però che questo tipo organizzazione – soprattutto se vuole evitare l’opzione corporativa – non può che puntare al livello ‘politico’. E ciò non significa che il Quinto Stato debba cercare di diventare, come il Terzo Stato di Sieyes, un soggetto ‘rivoluzionario’, ma solo che esso deve procedere quasi inevitabilmente verso mobilitazioni che hanno – come loro controparte ‘naturale’ – le istituzioni politiche, sia a livello locale, sia a livello nazionale, secondo una sequenza che in fondo ripercorre fedelmente le medesime sequenze del ‘socialismo municipale’ reggiano. D’altronde, tutti gli esempi cui ricorrono Allegri e Ciccarelli implicano – più o meno direttamente – uno schema di questo genere. Se infatti si può facilmente immaginare un fondo mutualistico riservato a professionisti con redditi elevati che non ricorra in alcun modo al sostegno delle istituzioni politiche, è invece piuttosto difficile pensare che un fondo mutualistico possa credibilmente e stabilmente coprire anche precari, sottoccupati, disoccupati e immigrati, senza una garanza ‘politica’ da parte delle istituzioni (e senza che sia dunque legato a un meccanismo di trasferimento e redistribuzione). E la cosa diventa ancora più evidente nel momento in cui Allegri e Ciccarelli individuano nella battaglia per l’affermazione degli ‘usi civici urbani’ un modo con cui il Quinto Stato potrebbe riuscire a conquistare degli spazi per ‘concentrare’ fisicamente il lavoro indipendente senza ricadere nella logica dell’autoimprenditorialità e del professionalismo. Sia che le proprietà da rendere ‘comuni’ siano private, sia che esse siano ‘statali’ o ‘comunali’, il punto è infatti che l’affermazione della legittimità del loro utilizzo non può che passare da un confronto con il livello ‘politico’, e cioè da una vertenza con il governo nazionale o con gli enti locali.

Solo il futuro potrà dire se l’ipotesi di Allegri e Ciccarelli si rivelerà un’efficace prefigurazione dei conflitti del XXI secolo, o se invece si tratti soltanto di una formula evocativa destinata a rimanere priva di consistenza politica. Comunque la si pensi, e comunque si valutino le potenzialità del progetto formulato dai due autori, è però molto probabile che un simile soggetto possa trovare la propria interna unificazione proprio in vertenze collocate sul livello ‘politico’. A dispetto dell’antistatalismo che viene rivendicato con forza da Allegri e Ciccarelli, il Quinto Stato – se mai prenderà davvero forma – non potrà dunque non puntare a un conflitto ‘politico’ (e dunque a una contrapposizione con lo Stato e le sue istituzioni volta a strappare delle concessioni), se non addirittura alla stessa conquista delle istituzioni (quantomeno di quelle locali). A ben vedere, d’altronde, la stessa vicenda del mutualismo e del ‘socialismo municipale’ non può essere letta come un’alternativa radicale allo statalismo del movimento operaio del Novecento, se non dimenticando che la scelta di conquistare le istituzioni comunali venne vista quasi immediatamente come l’unica soluzione adeguata per poter dare una consistenza a quel mondo di mutue, cooperative e società di mutuo soccorso che rischiavano altrimenti di essere polverizzate dalla pressione delle forze di mercato e dalle stesse trasformazioni del capitalismo.

Come le organizzazioni del ‘modello reggiano’, anche le organizzazioni del Quinto Stato, se davvero un giorno esisteranno, dovranno probabilmente cercare una possibile sintesi proprio al livello politico, tanto che la loro configurazione – assai più che a quella dei sindacati novecenteschi – dovrà apparire simile a quella di organizzazioni effettivamente ‘politiche’. E proprio per questo, ciò che appare più sorprendente nel libro di Allegri e Ciccarelli non è tanto il fatto che venga del tutto sottovalutata la questione delle relazioni tra il nuovo Quinto Stato e ciò che rimane del ‘vecchio’ Quarto Stato (una questione peraltro tutt’altro che secondaria), quanto la resistenza dei due autori a tentare di immaginare una forma organizzativa che possa effettivamente porsi il problema del ‘potere’: e non solo il problema della ‘conquista’ del potere, bensì soprattutto il problema della sua ‘accumulazione’ e del suo utilizzo nelle singole vertenze. Da questo punto di vista il Quinto Stato appare certo un erede fedele dello spirito anarcoide di Bianciardi, ma in realtà il discorso di Allegri e Ciccarelli non costituisce un’eccezione sorprendente, dal momento che buona parte della riflessione radicale ha completamente rimosso dal proprio orizzonte il nodo dell’organizzazione politica, preferendo riporre la propria piena fiducia nelle capacità di autogestione (‘economica’ e ‘comunicativa’) della moltitudine post-fordista. Ma anche se la storia ha fornito molti motivi per essere insofferenti verso quella forma organizzata dell’azione politica che il Novecento ha chiamato con il nome sinistro di «partito», non è detto che non si tratti di un nome che – con più di qualche cautela – varrebbe la pena di tornare a pronunciare.

 



Note

[1] Citato in P. Corrias, Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, Baldini & Castoldi, Milano, 1993, p. 118.

[2] G. Allegri e R. Ciccarelli, autori di Il Quinto Stato. Perché il lavoro indipendente è il nostro futuro. Precari, autonomi, free lance per una nuova società, Ponte Alle Grazie, Firenze, 2013.

[3] Si vedano per esempio G. Allegri, Luciano Bianciardi: Il lavoro culturale dai quartari al Quinto Stato [http://www.ilquintostato.org/bianciardi-il-lavoro-culturale-dai-quartari-al-quinto-stato], e R. Ciccarelli, Luciano Bianciardi: epifanie del Quinto Stato [http://www.ilquintostato.org/bianciardi-quinto-stato] (dicembre 2013).

[4] L. Bianciardi, La vita agra, Bompiani, Milano, 1995, p. 183; I ed. 1962.

[5] Ibi, pp. 129-131.

[6] S. Piccone Stella, Intellettuali e capitale nella società italiana del dopoguerra, De Donato, Bari, 1972, p. 6.

[7] Ibi, pp. 276-277.

[8] S. Bologna, Problematiche del lavoro autonomo in Italia (I), in «Altreragioni», 1992, n. 1, p. 14.

[9] S. Bologna – A- Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano, 1997.

[10] A. Khanna e P. Khanna, L’età ibrida. Il potere della tecnologia nella competizione globale, Codice, Torino, 2013, p. 57.

[11] Ibi, p. 55.

[12] S. Bologna e D. Banfi, Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro, Feltrinelli, Milano, 2011, pp. 254-255.

[13] G. Allegriu – R. Ciccarelli, La furia dei cervelli. Manifestolibri, Roma, 2011.

[14] G. Allegri – R. Ciccarelli, Il Quinto Stato, cit., p. 21.

[15] Ibi, p. 25.

[16] Ibi, p. 26.

[17] Ibi, p. 28.

[18] Ibi, p. 29.

[19] Ibi, pp. 30-31.

[20] Ibi, p. 56.

[21] Ibi, p. 57.

[22] Ibidem.

[23] S. Bologna, Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro, Derive Approdi, Roma, 2007, pp. 30-31.

[24] G. Allegri e R. Ciccarelli, Il Quinto Stato, cit., p. 81.

[25] Ibi, p. 90.

[26] Ibi, p. 123.

[27] Ibi, p. 168.

[28] Ibidem.

[29] Ibi, p. 169.

[30] Ibi, p. 173.

[31] Ibi, p. 177.

[32] Ibi, p. 203.

[33] Ibi, p. 187.

[34] Ibi, p. 188.

[35] Ibi, p. 205.

[36] Ibi, p. 208.

[37] Ibidem.

[38] Ibi, p. 217.

[39] Ibi, p. 222.

[40] C. Formenti, Utopie letali. Contro l’ideologia postmoderna, Jaca Book, Milano, 2013, p. 102.

[41] Cfr. per esempio S. Bologna, Per un’antropologia del lavoratore autonomo, in S. Bologna – A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione, cit., pp. 81-132, e Id., I «lavoratori della conoscenza» fuori e dentro l’impresa, in Id., Ceti medi senza futuro?, cit., pp. 108-136.

[42] G. Sivini, Socialisti e cattolici in Italia dalla società allo stato, in Id. (a cura di), Sociologia dei partiti politici, Il Mulino, Bologna, 1971, p. 83.

[43] Ibidem.

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tysm literary review, Vol 6, No. 10,  December 2013

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ISSN:2037-0857