philosophy and social criticism

Brutti, sporchi e cattivi. I contadini nell’Ottocento italiano

di Francesco Paolella

Adriano Prosperi, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, Einaudi, Torino, 2019, 324 pagine

Passando in rassegna – cosa che ora possiamo fare agevolmente grazie a questo nuovo libro di Adriano Prosperi – ciò che dei contadini è stato pensato e scritto dalle classi dirigenti italiane dell’Ottocento (medici, economisti, preti, sindaci…), sembra quasi di trovarsi di fronte a una non-storia: pura persistenza di una obbedienza naturale di uomini e donne a una (breve) vita di miseria, pura persistenza di una secolare, stolida rassegnazione a rapporti di forza invincibili. Di più, questa rassegna non fa che ribadire l’atteggiamento di quelle classi dirigenti e, più in generale, degli intellettuali italiani verso chi lavorava la terra per vivere: una fortissima repulsione, magari attutita da pietismo e paternalismo. In un verso o in un altro, i contadini – considerati vittime della loro stessa ignoranza, della loro “sudiceria” indomabile, della loro miseria disgustosa – sono sempre stati una classe di inferiori, da tenere a bada come si tengono a bada degli animali pur utili o anche come ci si difende da una malattia potenzialmente contagiosa.

Nelle campagne italiane dell’Ottocento – prima e dopo l’Unità – la gran massa delle persone che lavoravano la terra (fittavoli, mezzadri, braccianti…) aveva a che fare con un onnipotente “signor padrone”, con un parroco e, magari, con il medico condotto. Per il resto, le istituzioni si sono interessate tardi e male di questa gran parte della popolazione italiana: l’Unità nazionale ha portato soprattutto nuove tasse e la leva militare (novità non molto gradite, ovviamente) come biglietti da visita del nuovo Stato italiano. Col passare dei decenni, inedite forme di sfruttamento della manodopera sono poi arrivate a complicare sempre di più la vita già precaria degli agricoltori, rendendoli dei nuovi proletari, legati alla terra da una sostanziale schiavitù economica.

Il quadro desolante delle condizioni di vita dei contadini (alimentazione scarsa, case sporche, malattie inevitabili, analfabetismo…) era considerato dalle classi dirigenti più come problema sanitario che come problema prettamente economico e sociale. Il popolo della terra veniva sempre più spesso dipinto, in primo luogo da medici e altri scienziati (per esempio Lombroso e Mantegazza, tanto per ricordare due celebrità), come la fonte di infezioni pericolose. In campagna dominava la sporcizia, sempre e ovunque: l’ossessione della borghesia ottocentesca per il pulito, in nome di una vera utopia igienica, trovava il principale obiettivo critico proprio nella desolazione dei tuguri abitati dai contadini, dove uomini e bestie vivevano in promiscuità, e pericolosamente è proprio il caso di dire.

Lungo gran parte del secolo, le soluzioni proposte per risolvere quelle “emergenze croniche” erano appunto soltanto di tipo igienico: “dimenticandosi” delle condizioni economiche e dell’enorme conflitto degli interessi fra le diverse classi, sarebbe dovuto bastare che nelle famiglie contadine si mangiasse di più e meglio, ci si lavasse di più, si credesse di più ai consigli del medico (e, magari, di meno alle superstizioni e ai riti magici tradizionali, ma anche alla fede religiosa). In altre parole: nessuna soluzione radicale, ma soltanto un appello (inutile, se non ridicolo) ai singoli contadini, dei quali, d’altra parte, solitamente si sottolineava – in una specie di razzismo – la naturale refrattarietà alle innovazioni e alla razionalità stessa.

Prendiamo solo il caso della pellagra, vera e propria “malattia della miseria”, esplosa in Italia nell’ultimo quarto del secolo: a lungo i ricercatori italiani negarono che la causa della malattia fosse l’alimentazione troppo misera (il vivere di acqua e polenta, in sostanza), ma si ostinarono a cercare una ipotetica intossicazione (da mais guasto).

Verso la fine dell’Ottocento, iniziò finalmente a cambiare qualcosa: i “selvaggi” delle campagne italiane cominciarono a organizzarsi e a difendersi, specie nell’area padana, e il socialismo rimase a lungo un vero spauracchio dei ceti superiori. Si trattò di un vero shock epocale davanti a uno Stato fragile e frammentato e a una classe padronale avida e miope.

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ISSN: 2037-0857
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