philosophy and social criticism

Jacques Ellul o degli spiriti semplici

"Jacques Ellul"

di Simone Paliaga

Jean-Luc Porquet, Jacques Ellul. L’uomo che aveva previsto (quasi) tutto, traduzione di Guendalina Carbonelli, Jaca book, Milano 2008.

«Gli spiriti semplici pensano che sia facile orientare il progresso tecnico, assegnargli fini elevati, positivi, costruttivi, ecc. Lo si sente predicare costantemente. Si dice che la tecnica sia solo un insieme di mezzi da orientare verso un fine, e che sia ciò a dare al progresso tecnico un significato». Un bel sogno questo, secondo Jacques Ellul, di cui cominciava, già all’alba degli anni Cinquanta, a subodorare quegli esiti sulfurei, dei quali oggi siamo testimoni: che tutto il vivente, uomo compreso, finirà in maniera inevitabile col diventare “oggetto” dell’applicazione tecnica e del suo prurito manipolatorio.

Sembra davvero bizzarro, vista la sagacia nel cogliere questioni tanto cruciali, che il suo nome suoni pressoché sconosciuto non solo in Italia, ma addirittura nella sua terra natia, la Francia. Jacques Ellul, scomparso quattordici anni fa, ha lasciato in eredità un trittico di lavori sulla tecnica (di cui uno solo tradotto in italiano negli anni Sessanta da Giuffrè, La tecnica rischio del secolo, e uno annunciato ora da Jaca Book, Il sistema tecnico), che non smentiscono e anzi confermano la fama di uomo che aveva previsto (quasi) tutto, come recita il sottotitolo del libro di Jean-Luc Parquet, il primo vademecum per cominciare a orientarsi tra le stanze del pensiero di Jacques Ellul.

Della questione della tecnica il filosofo francese si interessò già a partire dagli anni Trenta. Appartenente alla nutrita schiera dei non conformisti dell’epoca, costeggiò l’esperienza di “Esprit” e di “Ordre Nouveau”, la rivista federalista ed ecologista fondata da Arnaud Dandieu e Robert Aron. Alla fine della guerra però preferì abbandonare Parigi e tornarsene a Bordeaux, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni. Se la scelta di lasciare la capitale gli costò l’emarginazione quando furoreggiava la stella di Sartre e degli esistenzialisti, non depose nemmeno a favore del suo successo l’atteggiamento ostile nei confronti delle ideologie e dei miti allora in voga. L’isolamento cui andò incontro, tuttavia, non minò la sua verve né la passione che gli ispirò quasi quaranta opere. Oltre ai numerosi lavori di teologia, lui, ammiratore sopra ogni altro di Søren Kierkegaard e Karl Barth, le energie le profuse per smantellare le illusioni che finivano con l’irretire gli uomini del suo tempo. Il miraggio decisivo da demolire sarebbe stato il culto della tecnica con il suo inscindibile correlato, il mito del progresso.

Impossibile per chiunque mettere in discussione il valore e l’importanza dei due idoli, pena la scomunica e l’accusa di essere codino e insensibile alle esigenze dell’uomo moderno. La difficoltà a criticare gli esiti della tecnica non dipendeva (e dipende) tanto dalla preoccupazione degli uomini che vivono grazie al suo inarrestabile avanzare (chimici, ingegneri, genetisti, informatici…) e dal loro interesse a difendere il proprio orticello. Ma da una particolare visione del mondo di cui la tecnica stessa è portatrice. Essa non è solo un insieme di oggetti e di macchine da adorare o vituperare. Disciplina i modi di vivere, la divisione del lavoro, la formazione professionale, l’organizzazione degli svaghi, lo sport, la sanità, insomma dà senso alla vita. Crea un intero sistema, la cui chiave di volta è una particolare concezione, che Ellul non esita a identificare “nella ricerca del miglior modo in ogni campo”, nella preoccupazione di trovare per ogni cosa il metodo più efficace.

Il tecnico pertanto, forte di questa convinzione, se ne infischia della morale, si dichiara unico giudice nel proprio campo, perché dispone di tutti i criteri per valutare ciò che va fatto e ciò dinanzi cui arrestarsi. E’ il realista per antonomasia, valuta le condizioni di possibilità di ogni cosa, espungendo come anticaglia ogni altra considerazione. «La tecnica, autogiudicandosi, si trova così libera da ciò che da sempre ha costituito l’ostacolo principale alle azioni dell’uomo: le credenze (sacre, spirituali, religiose) e la morale». La soppressione e il superamento dei limiti non nasce dalla perversione dei ricercatori. Costituisce invece la cifra della visione tecnica. Potendosi applicare a tutto senza nessuna distinzione di scala, di luogo, di tempo, essa si pensa come illimitata ed escogita un universo a sua misura, senza limiti. E così «un limite diventa ciò che è attualmente realizzabile da un punto di vista tecnico, semplicemente perché vi è al di là di questo limite sempre qualcosa da fare».

Spostando sempre di più il limite si arriva a toccare l’uomo, a pensare di renderlo migliore, più sano, più abile. Più in sintonia con le esigenze del sistema. Così proprio quell’uomo che pensava di essere l’auriga delle sorti magnifiche e progressive, di dettare le regole si trova sbalzato dal carro. E’ lui ad attirare l’interesse dei “tecnici”, considerato oramai solo un altro limite da infrangere. Assicurano che questo viene fatto per il suo bene, per garantirgli una salute migliore, per tutelare la vita dei suoi cari, per prevenire orribili malattie. Ma tutto questo accade a scapito della libertà, della sua libertà. Non quella dell’Uomo con la miuscola, di un uomo che non esiste se non nelle fanasie alcinesche della mente. Ma degli uomini che trascorrono la loro vita sulla terra. L’essere umano idealizzato riterrà pure di governare se stesso, manipolando il proprio corredo genetico. Quello reale, in carne e ossa, che di giorno in giorno cade davanti al nostro sguardo, saprà solo che altri suoi simili hanno scelto per lui.

L’uomo biogeneticamente trasformato sarà superiore all’uomo di oggi, nel senso che perfettamente uniformato al sistema tecnico, vivrà in pace. Si sentirà adattato alle nuove necessità e ai ritmi richiesti dal funzionamento di una società dove non saranno più gli uomini a stabilire le priorità. Le incombenze principali, le urgenze non dipenderanno dagli uomini ma solo dal sistema di macchine legate tra di loro. Sarà (è) la libertà che la bioingegneria metterà in scacco, finché «l’uomo non scoprirà che sono i limiti stessi a renderlo umano e libero».

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tysm literary review, Vol 3, No. 6 – may 2013

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