philosophy and social criticism

L’abiura del mondo: Cioran, Eliade

di Francesco Paolella

E. M. Cioran, Mircea Eliade, Una segreta complicità. Lettere 1933-1983, Adelphi, Milano 2019

Per chi ne conosce i libri e le esistenze, questo epistolario fra E.M. Cioran e Mircea Eliade, appena pubblicato da Adelphi, non rappresenta forse una scoperta eclatante, ma riesce, senza dubbio, a confermare le idee sul valore di questi due “classici” del Novecento e, soprattutto, riafferma il fascino che continua a emanarne.

Cioran ed Eliade, in un rapporto sempre asimmetrico, mai davvero paritario ma che, allo stesso tempo, è stato davvero fraterno e profondo, si sono frequentati per mezzo secolo, a partire dal 1932. Anche se hanno vissuto molto spesso in luoghi lontani e persino in continenti diversi, non hanno mai smesso di dialogare, di sfidarsi, sia in privato sia, in un certo senso, attraverso i libri che hanno pubblicato. Pur non avendo scritto molto l’uno dell’altro, Cioran ed Eliade hanno sempre avuto presente la figura dell’amico, come se questi fosse un rifermento su cui regolare la propria vocazione, la propria ambizione o la propria disperazione.

Gli incontri fra i due intellettuali rumeni, le parole che si sono scambiati in tanti decenni, sono sempre stati “all’altezza” della loro spiritualità. Essi sono stati, pur con mille differenze, due esiliati nel mondo, due apolidi che hanno cercato, appunto su strade diverse, un destino e una consolazione più forti e conclusivi. Come tutti sanno, Cioran ha mantenuto sempre viva una feroce passione per la precarietà, in una specie di vocazione per la sterilità e per l’inerzia. Eliade, per parte sua, si è votato all’erudizione e al grandioso progetto di una storia delle religioni, raggiungendo, con ciò, più prestigio e maggior benessere. Invece, il “pessimismo virile” di Cioran, la sua fierezza nell’essersi ritagliato un destino di marginalità, ne hanno fatto, come lo stesso Eliade ebbe occasione di dire, un asceta:

«[Lacrime e santi], l’ultimo libro di Emil Cioran, è un esempio tragico di ciò che la “macerazione” di sé può significare attraverso il paradosso e l’invettiva. In questo libro malinconico ci sono tanti passaggi esasperanti, che hanno messo in difficoltà finanche i suoi più entusiasti ammiratori: passaggi che non sono, da nessun punto di vista, difendibili. Li si constata, si soffre per l’autore – e finisce qui. Non possono in alcun modo essere giustificati. Si ha anzi l’impressione che Emil Cioran li abbia scritti – e pubblicati – solo per isolarsi fino all’assurdo, per diventare impenetrabile nella sua solitudine, per scoraggiare anche i suoi amici più stretti» (pagina 185).

Tutte queste lettere ci danno nitidamente l’impressione che Cioran ed Eliade abbiano saputo attraversare la vita, ritagliarsi un angolo nel mondo, rimanendone sempre ai lati, schivandone, per così dire, la corruzione. Hanno vissuto in una specie di santità, subendo le guerre e le dittature sì, ma consacrandosi alla scrittura e ai libri. Scriveva ad esempio Cioran da Parigi nel 1942: «Sono contento che tu sia impegnato a scrivere e abbia la forza di dedicarti a un argomento di attualità. Quanto a me, considero degrado tutto quel che non è poesia, e ho un unico timore – a parte il terrore del futuro –, ossia che un giorno avrò letto tutti i poeti» (pagina 47).

Come dicevamo, spiccano comunque molto le differenze fra i due, differenze realmente essenziali: si tratta, in fin dei conti, di due “opposti” condannati ad attrarsi e a essere complementari, come possono esserlo la luce e l’oscurità o, se si vuole, come l’oriente e l’occidente. Cioran ossessionato dall’assurdo e dall’insonnia; Eliade incatenato alla fatica di una scrittura inesauribile: entrambi hanno fatto i conti con il “religioso”, attraversando le tentazioni della nostalgia e dell’accidia; allo stesso modo, la tentazione di rifugiarsi nella trascendenza è stata affrontata dai due in modo paradossale, divenendo, allo stesso tempo, una continua occasione di incontro e di polemica. Al fondo, non è mai venuto meno, però, quel “mutuo soccorso” fra due espatriati, sia all’epoca “eroica” della gioventù (quando era ovviamente procurarsi il denaro il primo assillo), sia nella vecchiaia, quando a servire erano soprattutto parole di consolazione davanti alla violenza della malattia e, finalmente, della morte.

Soltanto il gesto di rifiuto del mondo, delle ideologia di moda e dei poteri terrifici o suadenti, è davvero religioso e degno. Soltanto l’abiura del mondo salva.

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PHILOSOPHY AND SOCIAL CRITICISM
ISSN: 2037-0857
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