philosophy and social criticism

L’agnello

di Giulia Zoppi

 

Regia di Mario Piredda. Un film con Nora Stassi, Luciano Curreli, Piero Marcialis, Michele Atzori. Genere Drammatico, – Italia, Francia, 2019, durata 97 minuti. distribuito da Articolture.

 

In queste settimane di clausura forzata, dove se non altro ho recuperato film rarissimi, film perduti, film sfuggiti e film leggeri (ridere avrà senso più che mai, d’ora in poi), ho scelto di scrivere del primo, bellissimo e struggente lungometraggio di Mario Piredda, L’agnello, perché il messaggio di speranza che contiene, la lucentezza dei suoi personaggi, la sincerità che regala, meritano di essere condivisi e onorati, sulla scia di una cinematografia (con Mereu, Zucca e Pitzianti, in primis), che dalle coste e dall’entroterra sardo, ci rivela un mondo (lungi dall’essere quello del jet set che ha colonizzato la parte nord dell’isola), dove simbologia, destino e silenzio, si fondono ad uno scenario che a noi peninsulari sfugge, nonostante tutta la narrativa sulla Sardegna costiera e lussureggiante. Il mistero della Sardegna, o di un mondo al di là del mar Tirreno (non propaggine italiana a sud, come la Sicilia), ci svela una terra fascinosa e segreta, dolorosamente lontana da tutto, per scelta e per le tante, troppe ragioni che è difficile qui enumerare. Ed è per questo mistero, probabilmente, che rappresenta per noi, al di qua delle sponde, terra attrattiva, calamita geografica e culturale e costante punto interrogativo.

Ovvero un mondo che invidio (come tutto ciò che non riesco ad afferrare con la razionalità), attraversato com’è da una natura meravigliosa che poco o nulla concede ai suoi inquilini (che ignorano la potenza del mare: non è terra di marinai), assurto a simbolo di ricchezza depredata (delle masse turistiche che ne consumano le coste con ville e hotel, case espropriate per darle in affitto ai villeggianti italiani e non solo…e a questo proposito vi rimando al pregevole, significativo e struggente cortometraggio del nostro autore A casa mia, uscito nel 2016), dove per vivere si cerca di ricavare un poco di ricchezza dalle greggi che pascolano il ventre isolano, povero, aspro e dolente, lungo le sue praterie interne, lasciate isolate e incomprese da chi in quelle terre è e resterà per sempre straniero. Villaggi e natura date in pasto alle truppe militari che vi hanno insediato enormi campi off limits, come viene raccontato in questa importante opera prima, un film che racchiude nelle personalità dei suoi interpreti bravi e perfetti, ognuno nelle loro parti, tutta la malinconia e il senso di vuoto che serpeggiano dentro quelle esistenze dimenticate dal benessere.

Nel vecchio casolare dove Anita (la strepitosa Nora Stassi) si prende cura di Jacopo (il triste e misurato

Luciano Curreli, il padre malato di leucemia), nasce un agnello che viene adottato dalla famiglia, perché la madre muore poco dopo il parto. Del gregge si occupa il nonno di Anita, un vecchio ancora in forze che, determinato a mantenere viva l’attività di pastore, aiuta figlio e nipote come meglio può, specie ora che Jacopo si è gravemente ammalato e non riesce a trovare un donatore di midollo osseo. Anita che con il padre forma una coppia irresistibile per carica ironica e finto cinismo, nonostante le mille difficoltà, contribuisce al ménage familiare prestando servizio ai piani in un hotel destinato ai turisti.

L’arrivo del cucciolo altro non è che la speranza di un futuro che si affaccia tra le mura di una casa povera di mezzi ma ricca di sentimenti sinceri, come quelli che legano i tre membri di questo nucleo familiare, tenuto in piedi dall’inquietudine ribelle di Anita e la solidità del nonno, entrambi consapevoli del rischio che Jacopo corre a causa della sua malattia. Intorno a loro il deserto. Anita sfoga la sua giovinezza suonando energicamente la batteria, mentre Jacopo trattiene nello sguardo triste, la malinconia del suo destino segnato. Piredda che fa largo uso di piani lunghi e americani, per sottolineare l’aridità di lunghe distese di terreno povero di frutti e di futuro, sembra idealmente abbracciare quei tre, famiglia incompleta ma esemplare, come i membri di una comunità che resiste alla solitudine e alle ristrettezze, con eroica resilienza, anche se tutto rema a sfavore: il clima rigido, la malattia senza scampo, il licenziamento di Anita e nessuno sguardo che si azzardi a guardare oltre la collina, al futuro. Il limbo si frantuma quando Anita va alla ricerca di Gaetano, lo zio che forse potrebbe donare il midollo al padre malato. Ed ecco che, con l’ entrata in scena del fratello reietto si scompone anche il fragile equilibrio intorno a loro, come si frantuma la dolorosa preghiera/invettiva  di Anita, ogni volta che rimbalza a vuoto sulle camionette militari che scorrazzano sulle loro terre espropriate.

Lo zio, personaggio sbandato e irascibile non ne vuole sapere…ma quello che accadrà dopo, appartiene alla magia del cinema. Perché alcune scene regalano pura poesia ad un contesto che altrimenti rievocherebbe solo mancanza e rassegnazione. E il finale ricompone, almeno in parte, il sogno spezzato di una ragazza che coraggiosa, seppur nel dolore, affronta la vita contromano e ostinatamente.

Ps. Visto con gli occhi di questo periodo il film, che è stato giustamente premiato al festival di Roma nel 2019 (mostrando al mondo il talento cristallino di Piredda e del suo cast), impressiona ancora di più perché Anita, Jacopo e Gaetano hanno conosciuto silenzio, solitudine e difficoltà molto prima di tutti quanti noi, e le hanno gestite ed affrontate con il coraggio della speranza. L’augurio è che per una volta la solitudine sarda, si traduca nel minor rischio pandemico, ovvero che il suo essere lontana e dimenticata “da noi”, la renda sfuggente anche all’infido e cattivo Covid19… per ritrovarla ancora là, intatta e misteriosa.