Salman Rushdie e la post-verità che normalizza il mondo

Salman Rushdie e la post-verità che normalizza il mondo

di Marco Dotti

«Il linguaggio è coraggio: la capacità di concepire un pensiero, di esprimerlo e, facendo ciò, renderlo vero»
Salman Rushdie

1. Salman Rushdie pubblicò I versetti satanici nel 1988 come romanzo dichiaratamente di finzione. Niente di scandaloso. Il vero scandalo arrivò dopo la fatwa di Khomeini del 14 febbraio 1989. Una condanna senza appello che si basò su resoconti di seconda mano. Citazioni decontestualizzate. Riassunti caricaturali. Ma era solo l’innesco. Una campagna propagandistica trasformò un romanzo in arma ideologica. Migliaia di persone scesero in piazza per accusare Rushdie di tradimento, apostasia e blasfemia credendo e, al contempo, creando una narrazione falsa quanto le divinità pagane che fanno da sfondo ai versetti richiamati nel suo romanzo.
Il romanzo si apre con una caduta. Un aereo esplode. Due attori, mutati in angeli, sono gli unici sopravvissuti e precipitano volteggiando nel cielo sopra la Manica.

Rushdie scrive:

L’aereo si spaccò a metà, un baccello che libera i suoi semi, un uovo che svela il suo mistero. Due attori, l’acrobatico Gibreel e l’abbottonato corrucciato Mister Saladin Chamcha, caddero come briciole di tabacco da un vecchio sigaro rotto. Sopra, dietro e sotto di loro penzolavano in quel vuoto sedili reclinabili, cuffie stereofoniche, carrelli per bibite, ricettacoli per le conseguenze del mal d’aria, carte di sbarco, videogames esenti da dazio, copricapi intrecciati, bicchieri di carta, coperte, maschere d’ossigeno. Inoltre — poiché a bordo non erano certo pochi i migratori, ma sì, una quantità di mogli interrogate a fondo da funzionari ragionevoli e coscienziosi sulla lunghezza dei genitali dei mariti, e i loro eventuali segni caratteristici, un’abbondanza di bambini sulla cui legittimità il governo britannico aveva sollevato i propri dubbi sempre ragionevoli — mescolati ai resti dell’apparecchio, egualmente frantumati, egualmente assurdi, fluttuavano i detriti dell’anima, ricordi infranti, ego scartati, lingue madri tagliate, intimità violate, battute di spirito intraducibili, amori perduti e il senso dimenticato di parole vuote e sonanti, “terra”, “proprietà”, “focolare”.

“Come viene al mondo questa novità? Come è nata?” Rushdie pone la domanda all’inizio dei Versetti satanici e l’intero romanzo è il tentativo di rispondervi. La novità nasce da fusioni, traduzioni, congiunzioni. Dalla contaminazione, mai dalla purezza. Dalla caduta di due uomini attraverso il cielo. Dalla metamorfosi che trasforma attori in arcangeli e demoni.

2. L’episodio centrale del romanzo – quello dello scandalo – vede protagonista un profeta di nome Mahound (Maometto) e si interroga sulla costruzione delle verità sacre. Maometto prima accoglie, poi ritratta i versetti sulle dee pagane. Chi inserì quei versetti? Dio, Satana o la mente umana sotto pressione politica? Gibreel osserva dall’alto. Comprende un dettaglio inquietante: fu lui stesso, entrambe le volte, a parlare attraverso la bocca del profeta. La rivelazione divina passa sempre attraverso il filtro fallibile della coscienza umana? Intollerabile.
L’affermazione contiene tutta l’ambiguità dell’opera. Il linguaggio crea verità. Il linguaggio crea menzogne. La differenza sta nell’onestà. Il romanzo proclama apertamente: “Io sono artificio letterario”. La letteratura è onesta nella sua disonestà. Il fondamentalismo è disonesto nella sua pretesa di verità assoluta. Il romanzo anticipa, così, la cosiddetta era della post-verità. La nostra.

I custodi di ogni dogma

3. Uno dei protagonisti, Gibreel Farishta, perde la capacità di distinguere tra sé stesso e la maschera che indossa Tra finzione cinematografica e realtà mistica. Milioni oggi credono a narrazioni palesemente false perché risuonano emotivamente in loro più dei fatti o del richiamo, oramai flebile, della realtà.
Saladin Chamcha, doppiatore, l’altro protagonista, presta voce a personaggi invisibili. Incarna la verità della comunicazione contemporanea: il messaggio separato dal messaggero. Le voci che ascoltiamo vengono da corpi che non vediamo. Da intenzioni che non comprendiamo. La sua metamorfosi in capro lo trasforma nel simbolo perfetto dell’immigrato. Demonizzato. Animalizzato. Ridotto a corpo senza voce. La figura del migrante diventa centrale.  Ancora Rushdie. ancora dai Versetti satanici:

Un uomo che decide d’inventare se stesso, si assume il ruolo del Creatore, almeno secondo un certo modo di vedere le cose: è uno snaturato, un bestemmiatore, un abominio tra gli abomini. Da un altro punto di vista, potreste vedere patos nella sua persona, eroismo nella sua lotta, nella sua disponibilità a rischiare: non tutti i mutanti sopravvivono. O se no, consideratelo sotto l’aspetto sociopolitico: quasi tutti i migratori imparano a camuffarsi e sanno identificarsi con i propri camuffamenti. Le descrizioni false che diamo di noi per controbattere le falsità inventate sul nostro conto, nascondendo per motivi di sicurezza il nostro io segreto. Un uomo che inventa se stesso ha bisogno di qualcuno che creda in lui, per dimostrare che ce l’ha fatta. Di recitare ancora la parte di Dio, potreste dire. Ma potreste anche scendere qualche gradino e pensare a “Tinker bell”: le fate non esistono se i bambini non battono le mani. O potreste semplicemente dire: significa proprio questo essere un uomo.

La critica si estende a ogni ortodossia. I custodi di ogni dogma — religioso, politico, ideologico — temono la letteratura. La letteratura, quando sa porsi all’altezza delle sfide del proprio tempo, prospera nell’ambiguità. Nell’ironia. Nella molteplicità di interpretazioni. Il potere richiede certezze. La letteratura offre dubbi. La fatwa di Khomeini rivelò involontariamente una strategia oggi divenuta familiare. Creare una narrazione emotivamente carica. Diffonderla viralmente. Silenziare le voci dissenzienti. Nel 1989 servivano ayatollah e mezzi di comunicazione di massa di vecchia generazione. Oggi basta uno smartphone.

4. La disinformazione colpisce anche su un altro fronte. Febbraio 2023: dopo la pubblicazione di una sua intervista al New Yorker sulla sua ripresa in seguito all’attentato subito del 2022, circola sui social media una citazione anti-Islam falsamente attribuita a Rushdie. Soch Fact Check, The Quint e BOOM la smentiscono. Rushdie scrive su X: “Fake quote. Not said by me.” La citazione falsa sostiene che l’Islam “non si fermerà finché ogni società, cultura e religione non sarà annientata o convertita.” Parole mai pronunciate. Fabbricate per alimentare odio.

Rushdie ha sempre insistito: la finzione è il laboratorio della verità. Ma che cos’è, oggi, la finzione? Cosa, verità? Nei saggi raccolti in Languages of Truth, da poco tradotti per Mondadori, riflette sul passaggio dai “fatti discussi” alle “verità alternative”. Il conflitto si sposta. Siamo passati dal discutere come interpretare la realtà a discutere quale realtà esista. La bugia politica pretende di essere l’unica descrizione possibile del mondo. Un romanzo – risiede qui la sua carica eversiva – dichiara esplicitamente il proprio statuto immaginario. Proprio per questo ci educa a distinguere tra costruzione narrativa e manipolazione.
La finzione ammette di inventare. O, meglio, di collocarsi in una soglia tra realtà e finzione Dilatare quella soglia è, precisamente, il compito della letteratura, che è il territorio del possibile e, al tempo stesso, dell’impossibile.

Le fake news si travestono da cronaca. Usano i trucchi della narrazione per fabbricare consenso e odio. Il romanzo mette in discussione il potere. La propaganda lo rinforza. 2012: la disinformazione colpisce Rushdie da un’altra direzione. Deve partecipare al Jaipur Literature Festival. Riceve informazioni su un complotto per assassinarlo. Cancella la visita. Giorni dopo scrive sull’allora Twitter di aver scoperto che l’intelligence della polizia del Rajasthan aveva “inventato” la minaccia per impedirgli di venire in India. “I’ve investigated, & believe that I was indeed lied to. I am outraged and very angry,” dichiara il 22 gennaio 2012. Le autorità usano false informazioni per silenziarlo. La menzogna come strumento di censura

5. L’Iran contemporaneo conferma la profezia del romanzo. Dicembre 2025: le più grandi proteste dalla rivoluzione del 1979 scuotono il paese. Decine di migliaia di morti nella repressione. Il movimento “Woman, Life, Freedom”, iniziato nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, continua. Donne si tolgono il velo. Studenti sfidano il regime. Il regime risponde con violenza. Arresti di massa. Esecuzioni.
L’ironia è devastante. Rushdie aveva sostenuto la rivoluzione islamica del 1979 nelle sue fasi iniziali. Poi il regime lo condannò a morte per un romanzo. L’attentatore del 2022 disse di averlo fatto perché Rushdie aveva “attaccato l’Islam.” La violenza come risposta alla critica. La narrazione falsa, diventata oramai preventiva, come arma di controllo.

La verità avvelenata

Chi è l’autore, giorno dopo giorno, anno dopo anno? Che ne è di un romanzo stratificato, ostico, complesso, autoironico? Tutto si complica. Ma, al tempo stesso, tutto si restringe. C’è sempre meno spazio, nei nostri giorni, per “opere” che scuotano la realtà.
C’è un passo, nei Versetti satanici, che sembra scritto come una forma di autocritica messa lì, a futura memoria:
“quell’accozzaglia di materiali messi in disordine dalla memoria era in realtà la sua stessa essenza, il suo autoritratto, il modo in cui si guardava allo specchio quando non c’era nessun altro nella stanza, e che la sua dimora preferita era la terra argentea del passato, non quella casa in sfacelo dove urtava continuamente in qualcosa – facendo cadere tavolini da caffè, ammaccandosi contro i pomelli delle porte – scoppiava in lacrime e gridava: “Tutto si restringe”.

Il romanzo pone una questione centrale, lasciata sottotraccia, sommersa dalle polemiche che lo hanno travolto. Che cos’è la verità quando le menzogne circolano come fatti? Rushdie mostra che ogni discorso — anche il più sacro — ha una forma narrativa. Una voce. Una struttura. Un io che chiama e un io chiamato. I versetti sataniciavvicinano al percorso tortuoso attraverso cui le “verità” nascono, si consolidano, vengono ritrattate o imposte. Il romanzo ci abitua a riconoscere la mediazione. La propaganda fa di tutto per cancellare questa mediazione e questa origine.

La finzione, però, diventa un vaccino contro la verità avvelenata. Accettare il patto romanzesco — “so che è inventato, ma ci credo per ora” — significa forse imparare a vedere i meccanismi della costruzione narrativa. Un allenamento utile quando ci troviamo di fronte alle storie assolutizzanti delle fake news. Si presentano come pura cronaca. Funzionano esattamente come romanzi scadenti: un eroe, un nemico, una trama semplicisticamente morale.

6. La struttura stratificata, la scrittura ostica, la confusione interna tra piani di realtà che animano forma e sostanza dei Versetti satanici ci obbligano a una posizione scomoda (da qui, cronache a parte, la scarsa letteratura critica sul romanzo.) Reggere più interpretazioni contemporaneamente. Reggere l’urto di più realtà, mantenendo una direzione salda. Anche cadendo. L’episodio di Mahound impone di guardare in faccia il fatto: anche la rivelazione passa per un soggetto umano situato. La caduta di Gibreel e Saladin è miracolo. È metafora della migrazione. È entrambe le cose. È molte di più. In tensione.
“Verità alternativa” è diventata un sintagma accettabile nel discorso pubblico. I versetti satanici ci ricordano qualcosa di meno comodo: esistono verità senza racconti? No. Tutti i racconti sono uguali? No. Alcuni dichiarano il proprio artificio. Ti rendono più libero. Altri lo nascondono. Ti rendono più docile.

Credere al vero, alimentando il falso

Leggere Rushdie oggi significa allenarsi a una domanda. Davanti a ogni storia che ci viene proposta: chi parla? Per chi? Con quali omissioni? Con quale margine per il dubbio? L’attacco del 2022 a Rushdie gli costò un occhio e quasi la vita. La battaglia continua. I social media amplificano bellezza e fanatismo in egual misura. Gli algoritmi confondono engagement con verità. Popolazioni intere credono a narrazioni false.
Questo romanzo rimane un antidoto necessario. Ci addestra al sospetto metodico. Al dubbio fecondo. Al coraggio di non credere.

Leggere I versetti satanici significa compiere un atto di (minima, oramai) resistenza epistemologica al collasso del senso.
Come ebbe a scrivere Hegel in una sua lettera: «Ogni giorno di più mi convinco che il lavoro teorico ottiene molto di più nel mondo che il lavoro pratico. Una volta rivoluzionato il regno delle idee, la realtà non resiste». Che sia da ricercare in questa dinamica di collasso, la matrice più profonda della fatwa che ha colpito i Versetti satanici e non nella banale “censura” di regime è forse uno dei pochi dati non confutabili in questa storia.


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