philosophy and social criticism

Ecclesia militans, depositum fidei, kairós. Teologia politica di Bergoglio?

di Otto Kallscheuer

Non c’è monarca al mondo, eletto o meno, che abbia pieni poteri come quelli di cui dispone nella chiesa cattolica – solo dal Concilio Vaticano primo! – il vescovo di Roma. (Il presidente Obama può trovare le motivazioni per la guerra e tracciare “linee invalicabili”, ma quando vuole dichiarare quella stessa guerra ha bisogno dell’approvazione del Congresso. Per non parlare di una qualsivoglia idea di apportare modifiche alla Costituzione americana…).

Un Papa potrebbe, se lo volesse, modificare l’intera struttura di potere della chiesa cattolica. Non è nemmeno escluso che l’attuale titolare della carica abbia in mente un qualcosa di simile. Non lo sappiamo ancora.

Le consultazioni di Papa Francesco con il nuovo gruppo di esperti formato da otto cardinali provenienti da tutti i continenti e chiamato a esprimersi sulle riforme strutturali necessarie nella chiesa cattolica iniziano proprio oggi. Ciononostante, la visione personale del Pontifex maximus romano su Dio e sul mondo è decisiva per il governo futuro della chiesa. (Certo è più facile caratterizzare l’ecclesiologia e la teologia politica di un Papa ex post, piuttosto che in actu – o addirittura prima che si traducano nella pratica).

L’immagine di chiesa di Giovanni Paolo II era quella di una ecclesia militans nella lotta decisiva contro le forze dell’Anticristo: prima dell’ateismo comunista e collettivista, e poi dell’edonismo individualista e capitalista. Contro entrambi aveva senso impegnare la chiesa nel ruolo di “movimento di massa per i diritti umani”, e dotarla degli strumenti per lottare in difesa della dignità dell’uomo. E il carisma infaticabile (e quasi paolino) del Papa polacco – fino all’ultimo respiro muto alla finestra, davanti agli occhi dei fedeli e alle telecamere di tutto il mondo – è stato una delle sue armi più importanti in questa lotta. Il suo ritmo era l’apocalittico “Adesso!”, perché il tempo è vicino…

L’immagine della chiesa di Benedetto XVI al contrario si incentrava (come in precedenza il lavoro del cardinale Ratzinger) sul depositum fidei, ovvero sul tesoro della fede minacciato dalla secolarizzazione della modernità occidentale. Per Papa Ratzinger il mezzo essenziale dell’annuncio non stava nella concorrenza tra fede e ragione, quanto nella loro concordanza: nel dialogo con i credenti di altre fedi, con i non credenti e con chi disprezza la religione. Il dialogo possiede una diversa economia del tempo rispetto al movimento di massa evangelizzante, rispetto a un meeting o a un evento religioso. Il matematico ateo Odifreddi ha ottenuto una risposta da Benedetto solo dopo la conclusione del suo incarico papale: è stata pubblicata sul quotidiano romano la Repubblica.

Ma la chiesa non ha tutto questo tempo per appianare ogni dettaglio con la discussione – così ha detto il nuovo Papa Francesco nella sua prima, estesa intervista, rilasciata alla Civiltà Cattolica e a un’altra dozzina e oltre di pubblicazioni gesuite nel mondo. L’immagine della chiesa di Gesù Cristo secondo Jorge Mario Bergoglio assomiglia molto di più a un “ospedale da campo militare dopo una battaglia”. Qui bisogna avere “la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore degli uomini”. Tutto il resto può aspettare, e tanto più la diagnosi esatta dei pericoli derivanti dalla modernità e dalla secolarizzazione per l’opera salvifica di Dio. Prima curare le ferite, curare le ferite… Tre volte lo ripete Papa Bergoglio, il primo gesuita sul soglio di San Pietro, nel suo colloquio con il confratello gesuita Antonio Spadaro, caporedattore del più antico periodico italiano (La Civiltà Cattolica è giunto pur sempre alla 164esima annata), e per di più autore di una “cyberteologia” per l’éra di internet.

La prima cosa che l’avrebbe colpito nel seminario gesuita, racconta Jorge Bergoglio oggi, era il modo di ordinare il tempo. Discernimento, precisione, pazienza. Anche una chiesa dei poveri di ispirazione “francescana” sotto guida gesuita non aspira ad alcun sovvertimento improvviso; no, la rivoluzione dei cuori necessita di pazienza e di senso della misura. Si potrebbe quasi pensare, come analogia in ambito secolare, all’etica della responsabilità di Max Weber.

Il “dono del discernimento”, la virtù ignaziana che il Santo Padre stesso ha detto di considerare più importante, richiede un agire paziente; l’amore vescovile non improvvisa, non forza, richiede perseveranza. Questo è il realismo della Societas Jesu. I gesuiti conoscono e accettano la lentezza dei processi d’apprendimento umani e storici: “La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte”. Papa Francesco non ha affidato il suo debutto nella politica mondiale al ricorso ai princìpi. La Querela Pacis di Bergoglio nell’Angelus di piazza San Pietro il 1° settembre 2013 è stato un grido di dolore: “Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato paese [la Siria], specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro!”.  E anche il mezzo del suo messaggio non è stato un appello alla ragione. Piuttosto un esorcismo. Come se anche la guerra fosse uno di quei demoni che nel Vangelo di Matteo possono essere cacciati solo con le armi della preghiera e del digiuno.

La differenza tra Bergoglio e Ratzinger è chiara: il messaggio del cuore non necessita di razionalizzazione; i filosofi potrebbero parlare di un principio fondante della sofferenza (o della compassione). E il mezzo di questa svolta è la preghiera, non la ragione; e nel digiuno la pausa, la rimodulazione del cuore si compiono anche fisicamente.

Anche l’“adesso” ecclesiale di Bergoglio è irrefutabile. Ma non è il kairós dell’apocalisse, quanto il senso della misura pragmatico del buon samaritano, “che lava, pulisce, solleva il suo prossimo”, applicato alla guarigione delle anime. L’ultimo scontro ancora non è venuto. La lotta continua. Ma contro il demonio non ci vengono in aiuto legioni celesti, e il diavolo è un personaggio della teologia cristiana che Bergoglio di tanto in tanto cita con perentorietà. Al contrario, tra l’altro, della maggior parte dei teologi cristiani.

Cosa significhi allora “cercare e trovare Dio in tutte le cose” (come recita la massima di sant’Ignazio) non è affatto scontato: “Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia”, dice Papa Bergoglio; secondo cui, però, Egli sarebbe riconoscibile solo attraverso l’intelligenza dello spirito o una sensibilità spirituale, poiché “l’incontro con Dio non è un eureka empirico”. Lo si troverebbe invece in un vento leggero dello spirito, come Lo avrebbe percepito il profeta Elia. Proprio in questa leggerezza Dio è al contempo sempre più grande di qualsiasi forza terrena e sempre in anticipo sui nostri piani, “come il mandorlo in Sicilia, che fiorisce sempre per primo”.

Il Dio personale si trova anche nel segreto di ogni singola persona umana. E questa, sia essa omo o eterosessuale, divorziata, peccatrice o in difficoltà, deve anche essere protetta da una “ingerenza spirituale nella vita personale” da parte dell’apparato ecclesiale. Qui, in effetti, Bergoglio ha completato già solo con il suo linguaggio un’inversione di rotta: un’inversione che non tocca l’aspetto dogmatico, ma quello pragmatico dell’annuncio.

Più convenzionali sul piano teologico, ma non meno pregnanti su quello politico, sono le posizioni di Francesco a favore dei poveri, dei profughi di guerra e dei boat people ai confini dell’Europa nel Mediterraneo, e contro la venerazione mondiale dell’idolo denaro nel capitalismo globalizzato. Che la disoccupazione pluriennale corrisponda a una violazione della dignità umana, come ha gridato Papa Francesco in Sardegna parlando ai minatori disoccupati del Sulcis, non è una nuova constatazione sociologica o teologica, quanto piuttosto un’esperienza manifesta.

Sulla questione della povertà inoltre il nuovo Papa, così come anche il suo predecessore polacco, è piuttosto tradizionalista. Non sembra essere troppo propenso a inquadrare tutti i volti della povertà (mancanza di pane, mancanza di riconoscimento, povertà di spirito) con un unico termine onnicomprensivo, come l’aveva invitato a fare il pensatore cattolico Hans Küng. No, per Bergoglio ci sono delle priorità: innanzitutto combattiamo la fame, l’oppressione, la violenza, e poi discutiamo magari dei problemi di genere o del celibato.

La teologia di Bergoglio allora è una teologia politica? Io resto scettico. Che sia addirittura una Teologia della liberazione è cosa che sperano molti teologi che un quarto di secolo fa hanno ingiustamente sofferto la guerra fredda di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger contro la teologia della liberazione latino-americana.

Cosa significa se ora Papa Francesco celebra la messa insieme a Gustavo Gutiérrez, uno dei fondatori della Teologia della liberazione latino-americana? Ha lasciato al suo posto anche il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede Gerhard Ludwig Müller, amico di Gutiérrez (e nominato già da Ratzinger). Ciò significa semplicemente che anche nella politica interna della chiesa la guerra fredda forse si avvicina alla conclusione… Non tutti i teologi della liberazione erano seguaci di Fidel Castro.

Ma è vero che i teologi a cui si richiama lo stesso Papa Francesco dicono di un’altra tradizione. Non per questo furono apolitici: chi potrebbe mai volerlo dire di Ignazio da Loyola? Ma Bergoglio, nel suo colloquio con La Civiltà Cattolica, lo sottolinea chiaramente: furono più mistici che dogmatici. Si esposero all’esperienza dell’altro, dell’estraneo. I missionari gesuiti degli albori dell’éra moderna superarono i confini della cristianità. Padre Matteo Ricci in Cina cercò di inventare il messaggio cristiano all’interno di una cultura avanzata e straniera, ovvero nel confucianesimo cinese. A Roma questi gesuiti si guadagnarono presto giudizi negativi. Il fondatore dell’ordine, Ignazio da Loyola, e il suo compagno Pietro Favre, il gesuita preferito di Bergoglio, cercavano Dio nelle condizioni di una nuova era, il cui cosmo già allora non era più ricolmo di Dio.

Michel de Certeau, uno dei pensatori dell’era attuale cui Bergoglio ha esplicitamente rivolto il suo apprezzamento (anch’egli naturalmente gesuita), ha definito la “mistica” come forma di pensiero specificamente moderna. Cercare Dio in tutte le cose significa in fondo anche questo: che Egli non c’è a priori, la Sua presenza non è più scontata, non per tutti è plausibile.

[da Il Foglio, 1 ottobre 2013]

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tysm literary review, Vol 7, No. 11,  January 2014

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ISSN:2037-0857

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