philosophy and social criticism

Intervista a Robert Capa

Il 25 maggio del 1954 a Thài Binh, Vietnam, moriva Robert Capa mentre, al seguito delle truppe francesi, stava documentando la prima guerra d’Indocina. Durante un appostamento il suo piede finì su una mina: l’incidente pose fine ad un’esistenza straordinaria. Per ricordarlo proponiamo la traduzione di un’intervista realizzata nel 1947 in occasione dell’uscita del suo celebre libroSlightly out of focus(trad. ital. Leggermente fuori fuoco), registrata negli studi radiofonici della NBC, per il programma “Hi! Jinx”

 

 

20 Ottobre 1947, 8:30 am, programma radiofonico NBC “Hi! Jinx”

traduzione dall’inglese di Eugenio Baldi

T: Tex McCrary J: Jinx Falkenburg   R: Robert Capa

T: Bob Capa è stato in mezzo alle macerie e dentro i rifugi più di chiunque altro e per molto più tempo di quanto ci siano stati tutti gli altri, prima e dopo di lui…

Ciao Bob, sei in onda, ma purtroppo non puoi parlare con la sigaretta in bocca, mi spiace.

L’ultima volta che ci siamo visti eri semplicemente un fotografo, ma dopo aver letto il tuo nuovo libro, “Leggermente fuori fuoco” – questo è il titolo del libro, lo ripeto – hai smesso di essere solamente un fotografo e sei diventato uno scrittore. Come ti senti riguardo a questa nuova fase della vita?

R: oh, non so. Posso dirti che quando il mio libro uscì fortunatamente non ero qui, quindi non ero preoccupato. Ero a Mosca all’ambasciata e cercavo dei quotidiani quando vidi il New York Times, dove c’era una recensione piuttosto importante che lessi due o tre volte per decidere se fosse positiva o meno. Quando tornai da John Steinbeck con cui ero a Mosca…

T: avrà esperienza delle recensioni dei suoi libri…

R: sì, e mi disse che se ero vagamente intelligente avrei dovuto smettere di leggere le recensioni. Quindi mi vergognai e andai in bagno a leggerla di nuovo

T: dovrà essere stata la sesta volta

R: sì, e lui disapprovava la cosa

J: ti è piaciuta l’intervista che hai letto sul Daily Times , Bob?

R: no, non riuscii a capire, mi dava pacche sulla schiena e contemporaneamente mi prendeva a calci in un altro posto. Ma ce ne andammo poco dopo e arrivammo a Praga. Volevo comprare ogni giornale americano, sicuramente desideroso di altra informazione ma un po’ curioso di leggere del mio libro, quindi trovai il Times magazine e con mia grande sorpresa il giudizio sul libro era positivo

T: Penso che tu sia un po’ parte della famiglia

R: sì, ma a loro piace essere cattivi con la famiglia

J: quindi ti sei sentito meglio a Praga che a Mosca

R: sì, a Praga ebbi la sensazione di avercela fatta ma di lì dovetti andare a Budapest dove altri giornali sostenevano che come fotografo fossi straordinario ma come scrittore fossi frivolo. Poi volando verso casa lessi il Sunday Herald Tribuneche mi descriveva come un Goyain miniatura o qualcosa del genere, e mi fece sentire eccezionalmente bene

T: dicevano che tu fossi bravo

R: sì, molto bravo, a posto sotto ogni aspetto. Sfortunatamente comprai nuovamente il Times, il Sunday Times Reviewerche dichiarava che fossi lo scrittore più noioso che avessero mai letto

J: orribile, spero tu abbia continuato a leggere il Tribune

R: no, non ho semplicemente più letto una recensione da allora

T: in altre parole hai seguito il consiglio di John Steinbeck. Non nominerò l’hotel da dove lavora, ma a quanto ho capito, ti ha tirato giù dal letto e ti ha cucinato la colazione. Lo fa ogni mattina?

R: oh, sta scrivendo molto a lungo del nostro viaggio in Russia e ci stiamo praticamente lavorando insieme. Si sveglia presto e cucina le uova

J: è un buon cuoco?

R: sì, é un ottimo cuoco. Riesce a fare delle uova alla coque in tre minuti e mezzo.

T: (ride) molto bene, torniamo al tuo servizio fotografico in Russia. (Gioco di parole con shooting: scattare fotografie e sparare). Com’é stato lavorare in Russia, Bob? Dall’altro lato della cortina di ferro abbiamo avuto la sensazione che ogni volta che facevate un passo ci fossero sedici uomini armati a proteggervi e voi dovevate combattere la censura per far filare liscio ogni cosa. Com’è stato lavorare con la fotocamera al di là della cortina di ferro?

R: l’hai già detto due volte: “cortina di ferro”. Non so, ma penso che la principale cortina di ferro sia tascabile e che tutti se la portino in testa. Per quanto riguarda l’altra cortina di ferro, esiste forse, come i confini, ma non ho avuto grandi problemi.

T: vuoi dire che hai fotografato ciò che volevi senza nessun problema con la censura?

R: oh, non mi è mai capitato… Ma lo scorso inverno ero in Turchia a girare parti del March of Time. Sicuramente è un paese che pensavo fosse più amichevole della Russia, e avevo tutto l’interesse di riuscire a finire il lavoro, ma ho avuto sicuramente più difficoltà a lavorare in Turchia che in Russia.

T: Come compari la difficoltà nel fare il proprio lavoro con la censura americana durante la guerra e oggigiorno in Russia?

R: No, è qualcosa di molto differente, non li metterei a confronto. Ho solo citato la Turchia per dire che sono parti diverse del mondo dove la stampa è sempre stata una sorta di tabù: più vai ad Est con la fotocamera e meno ti amano, per molte ragioni diverse, molte di queste pessime.

J: Ma Bob, hai detto che non avevi nemmeno i documenti giusti per le fotocamere e la pellicola che avevi con te nel tuo viaggio in Russia

R: Non ne avevo proprio in realtà, perché abbiamo richiesto i visti a New York ed eravamo a Parigi quando gli abbiamo ricevuti. In un certo senso non potevamo andare da un giorno all’altro al consolato a richiedere dei documenti speciali e abbiamo pensato che il nostro aereo che ci portava a Mosca, se non un “red carpet” avrebbe potuto avere un piccolo tappeto in cui portare le pellicole. Partimmo da Stoccolma e atterrammo a Leningrado per un’ispezione di routine, dove due russi entrarono nell’aereo per controllare ogni valigia e chiedere cosa trasportavamo, vedendo pellicole e flash. Dopo chiusero le valigie…

J: Ciò vuol dire che eravate in regola e potevate andare

R: Sì, e quando arrivammo a Mosca non trovammo tappeti di nessun colore, persone a chiederci i passaporti ma nemmeno nessuno disposto a portarci in città. Quindi abbiamo fatto l’autostop per quattro giorni e nessuno si rese nemmeno conto che eravamo lì. Dormimmo in letti prestatici dall’hotel “Metropol” e finalmente incontrammo qualcuno che venne con noi, quando chiedemmo di andare a Stalingrado andammo a Stalingrado e quando dopo volevamo andare in Georgia andammo in Georgia. Questa fu una grande sorpresa per tutti.

J: Pensavo che dato che tu e John Steinbeck stavate facendo fotografie e scrivendo articoli per l’Herald Tribuneloro vi avrebbero organizzato il viaggio, e che la loro sezione di Mosca avrebbe gestito gli spostamenti

R: Beh, stai sopravvalutando l’influenza di un giornale americano a Mosca, sfortunatamente per loro non potevano organizzare niente del genere quindi erano piuttosto, e giustamente, gelosi del nostro viaggio. Penso che fosse perlopiù per la reputazione di Steinbeck e per il fatto che sin dall’inizio abbiamo detto cosa volevamo fare, non entrare nella sfera politica ma semplicemente vedere come vivevano quelle persone e che avremmo scritto e fotografato ogni cosa che vedevamo senza voler avere effetti negativi o positivi e non abbiamo mai promesso che avremmo tralasciato cose che potevano sortire effetti negativi o positivi su di loro. Si sono fidati di questo atteggiamento molto di più di quello delle persone che dicono di appoggiarti per poi voltarti le spalle quando vai via.

T: Raccontami dei problemi che hai avuto a far uscire le tue pellicole, cosa è successo quando hai portato indietro i tuoi negativi?

R: Questa è una storia divertente, durante tutto il tempo cercavo di trovare una soluzione alla censura e non mi era mai stato detto se avrei potuto portare i miei lavori sviluppati, da sviluppare, senza censure… L’ultimo giorno prima di andarcene ricevetti una telefonata dove mi veniva detto di consegnare i miei lavori alla censura. Un ragazzo venne e prese la scatola dove li tenevo tutti, e per le 24 ore successive fui veramente triste. Il giorno dopo il ragazzo venne all’aeroporto con la scatola, chiusa da un nastro un plombe(sigillo/piombo) sopra

J: Cosa?

R: Un plombe,hai presente…

T: Un sigillo

R: Un sigillo. E dissero, “Hai bisogno di questo sigillo al confine, non toglierlo fino ad allora e lì lo toglieranno gli addetti.” Quindi stavo volando con quella scatola tra le mani e nessuno mi aveva detto se c’erano stati dei tagli al materiale o meno. Non sapevo nemmeno se c’erano dentro le mie pellicole o della sabbia, quindi provai a scuoterlo e a soppesarlo per vedere se il peso era simile a quello del giorno prima. Stavo veramente sudando. A Kiev tolsero il sigillo e quando montai nuovamente sull’aereo tirai fuori tutti i negativi per vedere cosa mancava.

J: E hai scoperto che c’erano le tue pellicole, non le avevano rimpiazzate con della sabbia

R: No no, erano le mie pellicole e c’era quasi tutto, mancavano veramente delle piccole parti, perlopiù non importanti. Pensai che fosse solo…

T: Per provare che avrebbero potuto censurarle

R: Sì, sa come funziona la censura

T: Certamente.

J: Tex e Bob Capa, ecco una storia che nessuno censurerebbe e voglio raccontarvela adesso. Tex hai mai provato il caffè Severin a casa di qualcun’altro?

T: Sì, diverse volte, perché?

J: Beh, non era altrettanto gustoso e buono di quando lo fai a casa?

T: Direi quando sei tu a farlo, comunque certo che lo è, ma dove vuoi arrivare?

J: Beh, sto semplicemente provando che non importa chi prepara il caffè Severin, sarà sempre il più buono, e questo perché il caffè Severin è quello di qualità migliore.

(Pausa)

R: Vedete, questa è una domanda insidiosa, perché non sai mai se un tuo lavoro è da premio o meno. Per te ogni fotografia è più o meno la stessa e il premio è negli occhi degli editori e del pubblico che le vede. C’è stata una fotografia sicuramente più apprezzata delle altre ma non avevo idea che fosse un’immagine così speciale mentre fotografavo. Ero in Spagna, più o meno a inizio carriera ed era anche l’inizio della guerra civile. La guerra può anche essere romantica se riesci a cogliere qualcosa del genere. Successe lì perché era in Andalusia, le persone erano molto ignoranti e non erano soldati. Morivano ogni minuto con grandi gesti. Pensavano che fosse davvero per la libertà, il giusto tipo di battaglia, ed erano entusiasti. Ero lì in trincea con circa venti miliziani e quei venti miliziani avevano venti vecchi fucili. Dall’altro lato della collina, c’era una mitragliatrice di Franco. Quindi i miei miliziani sparavano nella direzione della mitragliatrice per cinque minuti, poi si alzavano urlando “vamonos”, e correvano verso la mitragliatrice. Com’era ovvio la mitragliatrice cominciava a sparare facendogli arretrare. Quello che restava di loro tornava nella trincea e ricominciava a sparare alla mitragliatrice che era abbastanza intelligente da non rispondere, dopo cinque minuti dicevano “vamonos” e ripartivano. Questa cosa si ripeté tre o quattro volte, quindi alla quarta volta presi la fotocamera e la misi sopra la mia testa e senza nemmeno guardare feci una foto mentre ripartivano. Questo è tutto. Non ho sviluppato lì le mie fotografie, le ho mandate a casa insieme ad altre che avevo scattato. Restai in Spagna per tre mesi e quando tornai a casa ero diventato famoso, perché la macchina fotografica sopra la mia testa aveva fotografato un uomo mentre veniva ucciso.

T: Quello fu un grande scatto.

R: Probabilmente la miglior foto che abbia mai fatto, e non l’ho mai vista nel mirino perché tenevo la macchina fotografica sopra la testa

T: Sicuramente c’è una condizione da rispettare per ottenere una foto fortunata come quella Bob, devi passare tanto tempo in trincea

R: Sì, è un’abitudine che sto cercando di perdere

T: Sì, mi ricordo di averti visto dopo che hai passato parecchio tempo in trincea due o tre volte durante l’ultima guerra, e in qualche modo non hai mai perso l’abitudine troppo a lungo

R: Non perderò l’abitudine, spero che altre persone perdano l’abitudine di costruire quelle trincee

T: Sì, capisco cosa intendi. Ma Bob, parlando dell’inizio della tua carriera torniamo alla cosa che John Hersey ci ha detto su di te, che sei l’uomo che ha inventato se stesso. Puoi raccontarci quella storia?

R: Sì, vorrei soltanto dire che un po’ è John Hersey l’uomo che ha inventato l’uomo che ha inventato se stesso o qualcosa del genere. Vedi, ci sono tante invenzioni su di me che girano che preferisco far credere che siano tutte vere in modo da confondere la gente.

T: L’uomo del mistero

J: Vuoi dire che non riusciremo a sapere la verità da quest’intervista?

R: John l’ha già scritto, ed è una storia un po’ sdolcinata, perché ovviamente avevo un nome, che era un po’ diverso da Bob Capa. Era diverso tempo fa a Parigi, tra il 1934 e il 1935 e quel mio vero nome non era granché. Sapete, ero un ragazzo, sciocco come sono adesso ma più giovane, e non potevo più fare affidamento sul mio vecchio nome. Decisi che era arrivato il momento di diventare un lavoratore, un grande fotografo ecc. e quindi avevo maledettamente bisogno di un nuovo nome.

J: Qual era il tuo vecchio nome?

R: E’ imbarazzante per me dirlo qui, cominciava con Endre e poi Friedmann, lasciamo perdere per il momento. Quindi ne immaginai uno nuovo e pensai che Robert suonasse molto americano perché è così che doveva sembrare, e anche Capa per lo stesso motivo, ed era facile da pronunciare, quindi inventai che Robert Capa fosse un famoso fotografo americano venuto in Europa, che non lavorava con gli editori francesi perché non pagavano abbastanza. Fu un periodo in cui in Francia successe di tutto, l’arrivo del fronte popolare, scioperi ecc. Quindi andai con la mia piccola Leica, feci qualche foto che firmai Robert Capa, che vendemmo a prezzo doppio

T: Quindi vendesti il lavoro di un fotografo inesistente…

R: Ero conosciuto come il suo sviluppatore

T: Ah, capisco, eri il suo sviluppatore, il misterioso Robert Capa

R: Sì, poi un giorno fui scoperto e di lì rimasi Bob Capa, mi fece sentire a mio agio

J: Hai deciso di tenere quel nome perché ti piaceva il suono americano di Bob

T: E ora sei venuto in America. Quando hai preso quel nome ci eri già stato prima?

R: No, no. La mia famiglia era già qui ma io no. Quindi venni poco dopo per registrare il mio nome. Ma Bob è una storia diversa, conoscevo il nome Robert ma non sapevo che Robert fosse Bob. Se l’avessi saputo, non so…

J: E anche tuo fratello, che è un famoso fotografo perLife Magazinefa di cognome Capa

R: Sì, non ci ha potuto fare niente, ma ha mantenuto il suo vero nome, che è abbastanza buffo

J: Cornell?

R: Sì

J: Penso che sia un nome veramente buffo, un bel nome

T: Calza a pennello perché è il nome di un college americano

R: Non so se questo lo renda felice

T: Cominceremo a chiamarti Harvard Capa per il resto della puntata Bob

R: Mm

T: Ascolta, stiamo scoprendo da te delle storie veramente belle, ma ne ho sentita un’altra, una leggenda, su un noto generale e di come gli hai fatto perdere la cena del Ringraziamento. Successe in Inghilterra prima che arrivassi io per cui ho sempre voluto sapere la verità

R: Penso che tu sia stato fortunato perché sei diventato professionista nell’aviazione appena un mese dopo questo fatto. Era il 1942, quando l’aviazione giunse sull’Inghilterra e io andai a Celtenham per fotografare i primi boeing arrivati in Europa. Ricorderai che in quel periodo le condizioni di volo erano pessime e non avevamo molta esperienza per cui perlopiù restammo al chiuso in un bel motel inglese, informati al mattino senza dover mai volare. E qui cominciai a giocare a Poker.

J: Poker? Il gioco di carte?

R: No, il gioco di abilità

T: Gioco di fortuna

R: No, è un gioco di abilità

J: Capito, poker

R: L’umana arte dell’autodistruzione, come la chiamiamo. Comunque, quei ragazzi avevano diverse nuovi giochi come “high and low”, “red dog” e “bishop’s wife” (alto e basso, cane rosso e la moglie del vescovo, altri giochi di carte; n.d.t.) e altre cose che non avevo mai sentito e stavo perdendo la mia nota spese abbastanza liberamente. Le partite solitamente duravano fino alla mattina presto e una mattina, quando sembrava tutto in regola per decollare uscii con i ragazzi per fare delle fotografie. Quelle foto in qualche modo passarono dalla censura senza venire toccate perché non c’era niente di opinabile in esse. Qualcuno di loro notò una piccola cosa nera, di cui non sapevo niente, nella punta dell’aereo, ma era tutto a posto. Quindi una settimana dopo circa un giornale inglese volle stampare nuovamente le foto e mise sulla copertina quella con il giovane uomo in piedi, la punta del boeing dietro di lui e la piccola cosa nera nel naso. Sfortunatamente si scoprì che la piccola cosa nera era il mirino segreto. Quel giorno era il giorno del Ringraziamento e il re aveva invitato il generale Eaker e il generale Spaatz che dovettero lasciare la cena, mi vergognai per lungo tempo.

J: Vuoi dire che hai bloccato la cena dei generali Eaker e Spaatz con il re d’Inghilterra?

R: L’ho fatto e sono stato punito per questo, e sono stato punito nel modo in cui sono diventato un vero reporter di guerra. Ma per questa storia pagherete 3 dollari e mezzo perché è nel mio libro.

J: Questa è una bella idea, non dovresti raccontare tutta la storia ma solo l’inizio, così che la gente dovrò comprare il tuo libro,Leggermente fuori fuoco, per sapere il resto della storia.

R: Grazie amici, stiamo pubblicizzando da pazzi

J: Oh, e adoro quel nome Leggermente fuori fuoco. Tex tu volevi chiamare qualcosa solamente Focus

T: Questa è ancora un’altra storia… Ma dato che stiamo raccontando storie, ce n’è un’altra che vorrei sapere senza leggere nuovamente il libro: la storia dell’ultimo uomo ucciso in guerra e della fotografia che hai scattato di quel momento.

R: Sì, era appena prima di Lipsia ed era chiaro che la guerra stava finendo perché sapevamo che i russi erano già a Berlino e che ci saremmo dovuti fermare una volta arrivati a Lipsia. Arrivammo a Lipsia dove diversi scontri, dovevamo solo passare un altro ponte dove i tedeschi fecero resistenza per cui non potemmo passare. C’era un grosso blocco di appartamenti con vista sul ponte su cui volli salire per scattare delle foto dall’ultimo piano per fare delle belle foto della città negli attimi dello scontro. Salii quattro piani fino ad arrivare in un bell’appartamento borghese dove sul terrazzo trovai un bel ragazzo, un giovane sergente che prese una mitragliatrice per coprire l’attraversamento. All’inizio mise la mitragliatrice sulla finestra, ma non era abbastanza comodo per cui si spostò sul balcone. Uscii anch’io e lo squadrai per scattargli una foto, ma la guerra era quasi finita, chi avrebbe voluto vedere altre foto di un uomo che sparava? Abbiamo fatto la solita fotografia per quattro anni e tutti volevano vedere qualcosa di diverso, nel tempo in cui questa fotografia avrebbe raggiunto New York le testate avrebbero titolato “pace”, quindi non avrebbe avuto un gran senso. Ma era curato, era uno di quegli uomini che avrebbero dato l’impressione di una guerra appena cominciata, era ancora serio a riguardo. Quindi mi decisi che quella sarebbe stata l’ultima foto che avrei fatto di quella guerra, puntai la macchina fotografica e lo ritrassi. Mentre lo stavo fotografando da un paio di metri venne ucciso da un cecchino. Fu una morte istantanea, in qualche modo molto bella devo dire; è la cosa che ricordo maggiormente della guerra.

J: Quindi pensi che quello fosse l’ultimo uomo ucciso durante la guerra

R: Sono sicuro che ci siano altri uomini che sono stati uccisi dopo, ma fu l’ultimo del nostro settore e la guerra era praticamente finita

T: Sicuramente è una foto sull’inutilità della guerra

R: Esattamente. Per me è sicuramente una foto per ricordare perché sono sicuro che dal giorno dopo le persone avrebbero cominciato a dimenticare. Quindi era una sorta di chiara definizione di chi fosse l’ultimo uomo che non avrebbe dimenticato.

T: Bob Capa, cercheremo di portarti in questo programma molte altre volte. So che terrai una conferenza con John Steinbeck all’Herald Tribuneforumquesta settimana, ma ti invitiamo già ora a tornare ogni volta che riuscirai a svegliarti così presto

J: Sì, e ricordate che tutti potete leggere queste e molte altre storie in Leggermente fuori fuocoe per le storie sulla Russia dovrete aspettare il libro di John Steinbeck

T: E le fotografie di Robert Capa, grazie mille Bob

 

Cita questo articolo: Intervista a Robert Capa, "Tysm". Published 16 maggio 2018. Last accessed 20 giugno 2018. http://tysm.org/intervista-a-robert-capa/

 

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