philosophy and social criticism

In memoria di Frantz Fanon

di Pietro Barbetta

Fanon, psichiatra rivoluzionario – che, a quell’epoca (muore nel 1961), la definizione di psichiatra rivoluzionario è un ossimoro. Sappiamo cosa fu la psichiatria tra metà Ottocento e metà Novecento, anticamera dell’inferno realizzata, inventata in Europa, esportata nel mondo.

Luogo dove i folli erano richiusi a vita, spesso fin da bambini, perché le loro anime ferite li costringevano a condotte bizzarre, melanconiche, improduttive. Spietata macchina del darwinismo sociale, la natura come risorsa scarsa da sfruttare nella lotta dei più adatti. Non che oggi vada meglio.

Il contributo di Fanon

Il contributo di Fanon, del tutto originale, coglie il doppio processo di colonizzazione razziale e psicologica, Blumenbach e Morel, tipico dell’istituto manicomiale.

Psicologica – nel combattere l’idea che le condotte eccentriche siano patologiche, Fanon è già nel solco di quel divenire che saranno Basaglia, Laing, Guattari. Le esperienze di Trieste, Kingsley Hall e La Borde sono anche un risultato del suo pensiero; sono esperienze che Fanon avrebbe voluto, in cui avrebbe creduto, che avrebbe apprezzato, alle quali avrebbe partecipato, se solo fosse stato tra noi un istante in più dei trentasei anni che l’hanno visto vivere, un lampo. Quando fu aperto il manicomio di Trieste, di anni, Fanon, ne avrebbe avuti solo quarantasei, uno in meno di Basaglia, che pure ci ha lasciati nel pieno dell’età.

Razziale – nel combattere l’idea che la condizione del colonizzato sia semi-patologica in virtù di un supposto primitivismo, denunciando la scienza razzista di Porot e degli altri membri della detta Scuola Algerina di Neuropsichiatria. Scuola Francese, a tradimento dell’aggettivo “Algerina”, che si rifaceva a Gobineau e al Saggio sull’ineguaglianza delle razze. Ma dovremmo dire Scuola Europea. È Todorov a rilevare come l’illuminista Renan – che aveva messo in discussione ogni criterio “naturale” per definire una nazione – si complimenti con Gobineau per avere scritto quel Saggio.

Porot, sulla scorta di questi presupposti, vedeva nel musulmano, nell’arabo, nel magrebino, una sorta di debole mentale, predisposto alla follia dal proprio modo di pensare, dalle proprie tradizioni, dalle proprie credenze.

In etno-psichiatria, Fanon contribuisce ad arricchire le pratiche cliniche e le indagini di Collomb e Devereux aggiungendo materiali importanti. Nel 1957, a Tunisi, lavora come psichiatra in due diversi servizi e insegna psicopatologia sociale. Tra i suoi allievi una delle più importanti psicoanaliste tunisine, Neja Zemni, lo ricorda – nel suo libro Cronique d’un discours schizophrène. Recit d’une psychanalise sans divan – per avere aperto le porte dell’ospedale, fermando quelle pratiche “collaborative” in cui per essere dimessi bisognava mostrare la propria sottomissione agli abiti coloniali, la propria docilità occidentale.

Al contempo però, in psicoanalisi, Fanon è tra i primi a cogliere quel processo d’introiezione, da parte dei reietti, dei costumi e degli abiti dominanti. E non lo fa attraverso banali osservazioni sociologiche, bensì attraverso l’analisi del linguaggio; del tentativo, da parte del nero martinicano, di cercare invano la propria lingua materna nel francese di Parigi, dove l’erre, così come pronunciata nella ville tentaculaire, diventa una meta che tradisce, sotto la maschera bianca, la pelle nera: “Garrrçon, un vè de biè”, il rafforzare la prima erre è tradito dalla mancata pronuncia delle successive, l’inconscio parla anche quando omette un fonema.

Negli studi post-coloniali è indicato tra gli ispiratori – con Stuart Hall, Eduard Said, Homi Bhabha, Gayatri Spivak, Chinua Achebe, Buchi Emecheta – e, tra gli eroi rivoluzionari, è menzionato insieme a Che Guevara e Nelson Mandela.

Una fenonomenologia della vita quotidiana

Tuttavia Fanon è prima di tutto un fenomenologo della vita quotidiana. Coglie le sfumature che fanno dell’Europa un continente eminentemente razzista, da capo a piedi. Lo fa attraverso una dettagliata ricerca del trauma di essere categorizzati dalla percezione del colore della pelle, dell’accento, del modo di vestire, o di altri particolari che ti caratterizzano come alterità costitutiva. Lo abbiamo scoperto, in Italia, molto tempo dopo, quando è apparso il fenomeno migratorio. In quel momento, l’italiano brava gente, l’emigrante con la valigia di cartone, come per incanto, si è trasformato in un proto nazista che non ne può più di tutti quei cadaveri sulle coste.

La prima forma traumatica, costitutiva dell’interazione faccia a faccia, è l’assenza della forma di cortesia. Il TU che incontro qui è un altro che si trova immediatamente assoggettato dalla pratica linguistica. La stessa che si usa in psichiatria (spesso anche in medicina e nelle relazioni educative) col paziente/utente. Non è il TU tra colleghi, né il TU della forma dell’intimità familiare o amicale.

Questo TU non è locuzione domestica. Si tratta della bi-valenza del termine domus, che da un lato è casa, focolare, dall’altro è casa padronale. Questo TU è locuzione addomesticante, somiglia al bastone del domatore del circo, che si alza per soggiogare l’animale selvaggio, la fiera. Un TU che divide, anziché un TU che unisce.

Fanon era maestro nel cogliere queste piccole differenze, differenze di dettaglio che è più facile osservare quando vi appartieni: il disabile, l’autistico, il nero, l’ebreo, l’arabo, il povero, l’analfabeta, lo straniero, le donne, i generi sessuali differenti, i carcerati, le minoranze linguistiche, i migranti. Tutti quei dannati della terra vedono le sfumature, leggono in interlinea la lingua europea.

Bulli d’Europa

Psicologi e sociologi parlano di bullismo, fenomeno inquietante in cui, una minoranza di maschi di buona famiglia, se la prende, senza ragione, con i deboli. Che fare? Per capire il bullismo è necessario studiare la storia d’Europa, si tratta di capire, non è difficile, come l’Europa (anche quella contemporanea) abbia insegnato al mondo il disprezzo dell’altro, sia nella forma distruttiva della guerra, sia in quella moralista della pontificazione. La formula europea “dobbiamo trarre insegnamento da questa esperienza” si è trasformata, nelle intenzioni di chi la pronuncia. Il soggetto europeo ha inventato l’Io che aggiunge, o lascia sottintesa, la denegazione “perché non si ripeta”, che copre quanto accaduto negli ultimi duemila anni, ovvero la sua ripetizione.

Perché questa denegazione benpensante (“mi raccomando non farlo più!”) si disvelasse sono stati necessari anticorpi letterari e filosofici classici (Dante, Shakespeare, Spinoza, Cervantes, Leopardi, Nietzsche, Freud, Joyce, Benjamin, Simmel, Artaud, i due cantori, quello matematico con la C e quello teatrale con la K, solo per fare pochi esempi) ma non sono bastati. Ebbene, Fanon viene dopo, è un vero contemporaneo, viene a dirci, da nero, che la storia, questa storia, non è finita, che avremmo dovuto davvero, dopo Auschwitz, farla finita con la storia, ma che non è accaduto, non ci siamo riusciti e che la storia si ripete, ma sempre in forma di nemesi.

 

tysm literary review

vol. 14, no. 20

november 2014

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