philosophy and social criticism

La “traccia” di Michel de Certeau

"Michel de Certeau"

di Marco Dotti

Sulla “traccia” di Michel de Certeau. Interpretazioni e percorsi, a cura di Barnaba Maj e Rossana Lista, “Discipline Filosofiche“, XVIII, n. 1 (2008), Quodlibet, Macerata.

A una delle prime opere propriamente storiografiche di Michel de Certeau la critica non riservò particolare attenzione. Pubblicata nel 1970, la ricerca sui “fatti” di possessione demoniaca che, dall’epicentro “provinciale” della diocesi di Poitiers, scossero la Francia di Luigi XIII e Richelieu (La possession de Loudun, Juillard-Gallimard, collection “Archives”) venne alternativamente accolta con indifferenza o con fortissime riserve. Le critiche mosse da uno dei maggiori esponenti del gruppo delle “Annales” fecero il resto e, in qualche modo, possono ancora oggi spiegare le ragioni e il perché della ricezione molto tardiva dei lavori di Certeau in ambito storiografico.

Il 12 novembre del 1971, sulle pagine culturali di “Le Monde” era infatti apparsa una recensione non proprio benevola di Emmanuel La Roy Ladurie che, in un pezzo maliziosamente intitolato Le diable archiviste, pur riconoscendo alcuni meriti alla ricerca sulle indemoniate di Loudun, palesava tutta la propria insofferenza per il ricercatore spesso chiamato – ricordando con una punta di sarcasmo la sua appartenenza alla Compagnia di Gesù – «père de Certeau». Per La Roy Ladurie, Certeau era frate e diavolo e, al pari del mite libertino Urbain Grandier chiamato da Jeannes des Anges a dirigere il suo convento di clausura (fatto che scatenò l’intera vicenda delle “indemoniate di Loudun”), incautamente mescolava lo zolfo con l’acqua santa, mascherando l’eccesso di licenza dietro una patina di buone maniere. Certeau si mostrava abilissimo nel districarsi fra una quantità indefinibile di campi e nozioni del sapere psicoanalitico, medico, teologico e filosofico, ma il risultato non pareva differenziarsi troppo da un’accozzaglia di elementi maldestramente amalgamati, tra fonti d’archivio, verbali di interrogatorio e tagli, lacune o peggio ancora cesure. Anche per questo, proseguiva La Roy Ladurie, quanto più Michel de Certeau era maestro nel toccare corde e aprire repentinamente registri inconsueti, tanto più risuonava irritante e “indecifrabile” per i lettori, specialisti o meno che fossero, tutto il suo saltare repentinamente da un registro all’altro, anche nella scrittura. La Roy Ladurie non esitava infine a etichettare quello dell’ingegnoso e “astuto” gesuita come “il libro più diabolico dell’anno”.

A questo proposito, in un densissimo saggio raccolto nell’ultimo numero di “Discipline filosofiche”, numero interamente dedicato al lavoro storico e storiografico di Michel de Certeau (con un suo prezioso inedito sulle Storicità mistiche, interventi di Silvana Borutti, Andrew Baird, Massimiliano Mazzini, Christina Antenhofer, Stefano Selu e Barnaba Maj, curato con grande scrupolo dallo stesso Maj e Rossana Lista), Hayden White osserva che il lavorio del “diavolo archivista” inizia proprio con il rovesciamento di alcuni fra i paradigmi più cari alla scuola delle “Annales” di Braudel. Dopo la “frattura instauratrice” del 1968 e il suo ingresso in quell’“inebriante mondo dell’attività intellettuale francese”, in cui Greimas per la semiotica, Foucault per l’analisi del discorso, Derrida con il decostruzionismo, Barthes nel campo della critica letteraria (ma non solo: basti pensare al suo decisivo Il discorso della storia che è del ’67), Lévi-Strauss per l’etnologia e Lacan con la sua revisione della psicoanalisi stavano offrendo “varie versioni di ciò che sarebbe divenuto collettivamente noto come post-strutturalismo”, Michel de Certeau elaborò “un’idea caratteristicamente postmodernista di storia” sostituendo le categorie spaziali a quelle temporali per l’ordinamento dei processi storici, elaborando le nozioni di “distanza” e “assenza” e, soprattutto, ponendo in discussione la nozione stessa di “écriture” come segno distintivo fra “civilizzazione” e “culture”, con o senza storia.

Il lavoro di cui “padre de Certeau” si fa carico è quello di prefigurare una storia in cui lacune, tagli, ferite, silenzi e assenze si ritroveranno “evocati in qualche equivalente storiografico della ‘via negativa’ seguita dal mistico nella sua ricerca dell’inconoscibile”, senza descrivere o spiegare, ma semplicemente restando in ascolto e aprendosi alla questione capitale dell’altro. In questo senso, rimarca Maj nel suo saggio dedicato a “Les traces de l’autre”: Robinson Crusue e il problema della storia, le teorie di Michel de Certeau riguardano sì lo statuto della storiografia ma, al tempo stesso, investono soprattutto lo statuto della storia e la sua vera o presunta discorsività e/o scientificità. Eppure, proprio perché insiste senza requie sul carattere discorsivo della storiografia, la concezione di Michel de Certeau – osserva ancora Maj – “non dissolve la realtà storica” riducendola all’operazione discorsiva della storiografia, al contrario, proprio mettendo incessantemente in luce “il carattere di finzione (nel senso istituzionale del termine) di questa operazione, le pone sempre di fronte il problema dell’alterità irriducibile”. Un’alterità scoperta proprio nel confronto con le pratiche del misticismo seicentesco, oltre che in certa letteratura (da qui il richiamo all’opera di De Foe che è al centro dell’analisi di Maj, ma de Certeau fu al tempo stesso un accorto lettore di Jules Verne).

Nel suo libro sulla disputa relativa al caso delle orsoline indemoniate – disputa che, il 18 agosto del 1634, condusse Urbain Grandier al rogo con l’accusa di essere il loro “corruttore” spirituale – Certeau ritematizzava, se così si può dire, alcune questioni già emerse nel decennio precedente, quando i suoi studi, eccezion fatta per La prise de la parole (La presa della parola, Meltemi, 2007), che solo apparentemente muoveva lungo l’unica direttrice ispirata ai fatti e dal movimento del Maggio francese, lo avevano condotto sulle tracce di un altro religioso, il gesuita Jean-Joseph Surin. Così, dopo la pubblicazione della sua tesi su Pierre Favre (Le Mémorial de Pierre Favre, Desclée De Brouwer, 1960), Michel de Certeau si era buttato nell’estenuante lavoro di curatela della Guide spirituelle e delle lettere di Padre Surin, il gesuita che nell’inverno del 1634 fu inviato a Loudun per “occuparsi” dei casi di possessione e, soprattutto, per esorcizzare Jeanne des Anges, finendo con l’identificarsi nel diavolo. Esorcista posseduto, sconvolto dai demoni stessi che aveva contribuito a scacciare, costretto a una continua straniazione da sé, ciò nonostante Surin era riuscito a vivere e a scrivere sulla propria esperienza in un modo tale che ne attestasse la “realtà”, dando corpo a quella “via mistica” che nei suoi testi intenderà nei termini di una vera e propria “scienza sperimentale”.

Il confronto con Jean-Joseph Surin offriva quindi a de Certeau l’occasione per un riflessione sull’“altro” e sul caso-limite rappresentato, per l’analisi storica, dall’esperienza e dal “discorso” dei mistici. Dal lavoro su Favre, fino al capolavoro del 1982 La fable mistyque (da poco riproposto da Jaca book, in una nuova versione curata da Silvano Facioni, dopo l’edizione risalente a venti anni or sono apparsa presso il Mulino), il misticismo si rivela dunque un test di prova capace di mandare in crisi una certa impostazione della conoscenza e della “verità” storica, così come si sono articolate dalla fine del XIX secolo, nella loro incapacità di rendere conto o di farsi carico di quelle zone d’ombra, di quei grovigli inestricabili e di quei buchi neri che la mistica assume come tratti determinanti della propria presenza.

E anche questo contribuisce a spiegare, dopo le diffidenze iniziali, il progressivo interesse suscitato dall’opera e dalle domande di Michel de Certeau. Domande cruciali per il farsi e il disfarsi di ogni moderno discorso storico. “Che cosa fabbrica lo storico quando ‘fa della storia’? A che cosa lavora? Che cosa produce?”, si chiedeva lo stesso de Certeau in una pagina del suo L’écriture de l’histoire (Gallimard, 1975). “Interrompendo il suo girovagare erudito nelle sale degli Archivi, egli si distacca per un momento dallo studio monumentale che lo situerà tra i suoi pari e, una volta in strada, si chiede: che cos’è questo mestiere?”.

[pubblicato su L’Indice dei libri del mese, dicembre 2009 © 2010 L’Indice dei libri del mese]

tysm literary review, vol. 11, no. 16, july 2014

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