philosophy and social criticism

Dialogo tra una femminista e un misogino

Lea Melandri

Otto Weininger, tragico e lucidissimo erede della nostra cultura greco romano cristiana, nel suo libro Sesso e carattere (1903), a proposito della relazione madre-figlio scrive:

“L’amore materno è indifferente all’individualità del figlio gli basta il puro fatto che il figlio esista e questo appunto è il segno della sua immoralità (…) un amore contrario a ogni etica è l’amore materno, quell’amore che dura impassibile sia che il figlio diventi un santo o un delinquente, un re o un mendicante, un angelo o un mascalzone.

L’amore della madre è immorale perché non rappresenta un rapporto con un Io altrui, ma sin da principio una specie di simbiosi. Una relazione etica non si può dare che tra un’individualità e un’altra. Il rapporto tra madre e figlio rimane eternamente un sistema di legame, simile a un riflesso tra l’uno e l’altra. E anche in età adulta ogni desiderio, ogni rammarico dell’uno passa, si trasmette tosto, all’altra. V’ha un collegamento ininterrotto tra la madre e tutto quello che fu già congiunto a lei per il cordone ombelicale (…) devo trovare proprio ciò che deve essere rifiutato in esso, mentre così spesso è stato oggetto di lode: l’assenza di qualunque distinzione.”

 

Rileggo da anni “Sesso e carattere”, il libro che il giovanissimo filosofo viennese siglò col suo suicidio, e ogni volta non posso impedirmi di dire : “Ha ragione Otto Weininger”. Come può avere ragione un misogino, sessista, che identifica le donne con la sessualità e la maternità, considerandole prive di un Io, di una individualità?

La ragione sta nella cultura di cui Weininger è il tragico sostenitore e testimone, quella che abbiamo ereditato, che trasmettiamo nelle scuole quasi sempre senza alcuna consapevolezza dell’ideologia su cui si è costruita, quella che si regge ancora oggi sulla sua falsa “neutralità”.

Nella sua folle lucidità Weininger quanto meno la rivela, senza coperture, così che diventa difficile non riconoscere nella sua analisi le verità scomode, inquietanti, di una relazione, come quella tra i sessi, che ha confuso il dominio e l’amore, la violenza e l’intimità, la rabbia e la tenerezza.

Come ho scritto più volte, di fronte al ripetersi ormai quasi quotidiano di omicidi di donne, anziché limitarsi a deprecare la violenza, invocando pene più severe per gli aggressori, più tutela per le vittime, forse sarebbe più sensato gettare uno sguardo là dove non vorremmo vederla comparire, in quelle zone della vita personale che hanno a che fare con gli affetti più intimi, con tutto ciò che ci è più famigliare, ma non per questo più conosciuto.

A uccidere, violentare, sottomettere, sono prevalentemente mariti, figli, padri, amanti, incapaci di tollerare pareti domestiche troppo o troppo poco protettive, abbracci assillanti o abbandoni che lasciano scoperte fragilità maschili insospettate.

Nessuno sembra trovare inquietante che il corpo su cui l’uomo si accanisce sia quello che gli ha dato la vita, le prime cure, le prime sollecitazioni sessuali, un corpo che l’uomo ritrova nella vita amorosa adulta, e con cui sogna di rivivere l’originaria appartenenza intima a un altro essere.

Ma è anche il corpo che lo ha tenuto in sua balìa nel momento della maggiore dipendenza e inermità, che poteva dargli la vita o la morte, accudimento o abbandono. Confinando la donna nel ruolo di madre, facendola custode della casa, dell’infanzia, della sessualità, l’uomo ha costretto anche se stesso a restare eterno bambino, a portare una maschera di virilità sempre minacciata.

La fuga dal femminile, da cui si può pensare abbia tratto la sua spinta più profonda la comunità storica degli uomini, è anche fuga dai bisogni infantili, che restano così fermi in una immobilità senza tempo.

La famiglia prolunga l’infanzia ben oltre il bisogno del singolo individuo, costruisce legami di indispensabilità reciproca e arma silenziosamente la mano che tenterà di strapparli. Il luogo che tutti vorremmo al riparo di una società sempre più conflittuale conserva il più lungo e il più enigmatico dei domini che la storia ha conosciuto: la guerra mai dichiarata che porta l’uomo, mosso da desideri e paure antiche, a celebrare i suoi trionfi sul corpo femminile con cui è stato tutt’uno e con cui torna a confondersi nell’abbraccio amoroso. Se l’uomo fosse solo il dominatore, il vincitore sicuro di sé, non avrebbe bisogno di umiliare e uccidere. Confinando la donna nel ruolo di madre, è come se le avesse permesso di protrarre ben oltre l’infanzia quel potere materiale e psicologico che ha esercitato su di lui bambino. Il potere che viene da rendersi indispensabile all’altro è tuttora, per la donna, il più forte contrappeso alla sua mancata realizzazione come individuo, cittadina a tutti gli effetti.

L’altra contraddizione, strettamente legata alla prima, è il fatto che a prendere il sopravvento, a porsi come padrone, è il sesso che si trova all’origine –e per certi aspetti essenziali alla sua sopravvivenza anche nella vita adulta- nella posizione di maggiore debolezza. Prima che marito, padre possessivo, autoritario e violento, l’uomo è nato di donna, tenero figlio. La tentazione di attribuire alla società il passaggio del maschio dall’amore alla violenza –e cioè l’addestramento all’esercizio del potere da parte di una comunità di simili- è sicuramente più rassicurante che pensare a una ambivalenza di sentimenti già presente nelle relazioni più intime.

[cite]

 

tysm review
philosophy and social criticism
vol. 31, issue no. 34, july 2016
issn: 2037-0857
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