philosophy and social criticism

La Lézarde di Édouard Glissant

di Alessandro Corio

edouard_glissant.1296932093«Nascere al mondo è di uno splendore estenuante». Con queste parole nel 1956 il grande scrittore e intellettuale caraibico Édouard Glissant esprimeva tutta la necessità e la sofferta intensità che segnarono la stagione delle indipendenze e delle lotte anticoloniali: un momento carico di speranze, di rischi e di progettualità, che vede il tramonto dell’imperialismo europeo, per lo meno nella sua versione coloniale, e la repentina apertura al mondo di quei popoli che per secoli erano stati soggiogati, sterminati o ridotti al silenzio.  

Sono parole tratte da Soleil de la conscience, un’opera di sorprendente originalità formale e intensità poetica e intellettuale, che riesce a fondere poema in prosa e poesia, diario di viaggio e riflessione filosofica sui temi dell’erranza, della conoscenza, del paesaggio, dell’alterità e del razzismo. Glissant stesso definisce il suo itinerario di autocoscienza come un’“etnografia di se stesso”: l’avvio di un lussureggiante percorso di scrittura, che per oltre cinquant’anni lo condurrà a una paziente decostruzione dello sguardo alienante dell’Altro, assorbito col passare del tempo dal colonizzato, e all’elaborazione faticosa di un linguaggio proprio, che consenta al singolo e alla comunità di articolare un rapporto autonomo e responsabile con la propria terra e col mondo intero. «Il grido del mondo», scrive ancora Glissant, «deve farsi parola»: non per diluire l’intensità folgorante della rivolta, ma per cercare dei modi di articolare l’incontenibile volontà di dirsi e di essere riconosciuti con una reale progettualità politica, disponibile all’incontro fecondo con la differenza.

Due anni dopo, nel 1958, Glissant pubblica il suo primo romanzo, La Lézarde, aggiudicandosi il prestigioso Prix Renaudot. Dieci anni prima aveva lasciato il suo paese natale, la Martinica – che nel 1947 aveva ottenuto, grazie all’azione politica di Aimé Césaire, lo status di “Dipartimento d’Oltremare” – e si era recato per la prima volta a Parigi per completare i suoi studi superiori in filosofia ed etnologia. Quest’esperienza si rivelò una formidabile e sconvolgente iniziazione a un ambiente culturale e politico a dir poco ribollente: erano gli anni dell’engagement sartriano, dell’apogeo dell’esistenzialismo e della fenomenologia, dell’affermarsi dello strutturalismo. Erano anche gli anni di un intenso sperimentalismo artistico e letterario, dove gli esiti più radicali del linguaggio poetico simbolista e surrealista incontravano le neo-avanguardie del nouveau roman e il rifiuto della tradizione realista.

Numerosi studenti, intellettuali e poeti di origine africana e afroamericana confluivano nella capitale, attorno a riviste come Présence Africaine, per affrontare i temi della negritudine e del rapporto tra le forme artistiche e le lotte anticoloniali. Solo pochi anni prima, il celebre Orfeo nero di Sartre, che introduceva l’antologia della poesia negra curata da Senghor, aveva aperto in via definitiva una nuova stagione letteraria e culturale, che culminerà con la pubblicazione dei Dannati della terra di Fanon nel 1961 e con l’impegno di tanti, tra cui lo stesso Glissant, per l’indipendenza dell’Algeria.

È questo il crogiuolo culturale e politico in cui apparve La Lézarde –tradotto in italiano per Jaca Book da Geraldina Colotti e Marie-José Hoyet e accompagnato da un’appassionata prefazione di Claudio Magris. Si tratta di un’opera eccezionale e al tempo stesso spaesante, per il coraggio e la forza espressiva che prendono forma in un linguaggio radicalmente nuovo, che al tempo stesso si cerca e sceglie con grande consapevolezza di abbandonare gli schemi e le forme di un facile realismo impregnato di ideologia. La Lézarde è il nome di un fiume che attraversa la Martinica, piccola isola dell’arcipelago caraibico abitata in gran parte da discendenti degli schiavi africani che vi furono deportati per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Il fiume nasce ai piedi del vulcano Pelée, nel nord del paese, e percorre le morne, le montagne dell’interno rivestite di una fitta vegetazione tropicale, per raggiungere la piana di Lamentin, avvolgendo tra le sue anse le piccole città della costa e raggiungendo infine il mare dei Caraibi, sfociando in un fitto intrico di mangrovie.

I protagonisti del romanzo sono un gruppo di giovani militanti, tra cui spiccano l’intellettuale Mathieu e l’agguerrita e sensibile Mycéa. Essi decidono di affidare a Thael, sceso dalle montagne dove vive isolato in compagnia dei suoi cani e del gregge, il difficile ma necessario compito di assassinare il “rinnegato” Garin. Quest’ultimo, un funzionario inviato dalla madrepatria, sta pianificando l’ennesimo progetto di dominio e di sfruttamento del territorio attraversato dal fiume, mettendo a rischio la loro lotta e il processo di liberazione e di emancipazione in atto nel paese.

L’elemento romanzesco e la trama politica non esauriscono però l’intento più profondo dell’opera, che è invece quello di nominare il paese e di coglierne gli elementi più nascosti, l’inconscio della terra: «Storia della terra che si sveglia e si allarga. Ecco la misteriosa fecondazione, il nudo dolore. Ma si può nominare la terra, prima che l’uomo che la abita si sia alzato?». L’effetto di realtà è continuamente sospinto verso un “effetto di poesia”, in cui si alternano e s’intersecano i registri lirici, epici e tragici.

Il vero protagonista è così il paesaggio, non nei suoi tratti realistico-descrittivi, che potrebbero facilmente tingersi di un insidioso esotismo, quanto nelle sue profonde valenze simboliche e mitologiche. Il fiume, che Thael percorrerà assieme al suo antagonista nella parte centrale del romanzo, è il simbolo di un percorso d’iniziazione che congiunge lo spazio ancestrale della leggenda – le montagne e la foresta, un tempo abitate dagli schiavi fuggiaschi e che custodiscono un passato di atroce sofferenza, tragicamente consegnato all’oblio – col presente della lotta e dell’impegno, simboleggiate dalla città.

Questo percorso, però, si rivela tutt’altro che lineare e spingerà i personaggi a sparpagliarsi in direzioni diverse, separandosi e ritrovandosi più volte. La loro erranza diventa così una continua scoperta del paese reale, nei suoi aspetti magnifici e dolenti e, al tempo stesso, la sua incessante creazione, attraverso la parola e l’ascolto.

Alla fine il sacrificio sarà compiuto, ma non porterà a nessun facile trionfo. Al contrario, esso spalancherà un ulteriore abisso, rappresentato dall’immensità abbagliante e violenta dell’oceano: una febbrile apertura, che espone una ferita ancor più profonda e che sarà destino percorrere fino al suo fondo. «La grandezza, quindi, è di aver gridato verso il mondo», afferma uno dei personaggi nelle ultime pagine. «Questo popolo, così stretto nelle sue isole, così abbandonato, ricacciato sotto il manto del disprezzo e dell’oblio, è venuto al mondo». La tragedia del finale e la partenza del giovane narratore, cui è affidato il compito di scrivere la storia “come un poema”, ci trasmettono un senso di sospensione e un’opacità fondamentale, che Glissant non cesserà di scavare nelle sue opere a venire e che lo porterà a elaborare, a partire dagli anni ’80, una sontuosa poetica barocca della Relazione e del Tutto-mondo. 

[da il manifesto, 6 marzo 2013]

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tysm literary review, Vol 1, No. 3 – march 2013

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