philosophy and social criticism

La solita, vecchia immaturità: Ferdydurke

di Francesco Paolella

Witold Gombrowicz, Ferdydurke, Il Saggiatore, Milano, 2020, 336 pagine, 22 euro

Non è soltanto la sindrome di Peter Pan la protagonista di Ferdydurke (1938), il primo, davvero eclatante, romanzo (a suo modo, un vero “romanzo filosofico”) di Witold Gombrowicz.

Vi ritroviamo, infatti, una ricerca – assillante e frustrante – dell’autenticità dell’essere umano, una autenticità assolutamente presunta e “mitica”, anche e soprattutto per ciò che riguarda l’infanzia e la giovinezza di ognuno. Non c’è un’epoca dell’esistenza in cui si possa essere davvero aderenti a se stessi, alla propria “natura”. Tutto è posa, tutto è lacerazione, tutto finisce per sdoppiarsi. Il mondo moderno – questo ci dice Gombrowicz – ha bisogno di cittadini docili e che siano lasciati tranquilli, ma anche rimbambiti quanto basta: per parte loro, tutti (o la grande maggioranza delle persone) chiedono ai vari regimi – più o meno liberali – di riportarli dolcemente nella condizione di eterni figli, di ridar loro un padre. 

Ferdydurke è il racconto di un incubo, ma di un incubo che vira ben presto verso il grottesco e il tragicomico – e sta in ciò, indubbiamente, il suo potere tuttora disturbante ed eversivo. Un uomo sui trenta anni viene “deportato” nella “età ingrata” della giovinezza, anzi in una condizione di infantilità e di immaturità indotte, da cui è impossibile scappare, come se fosse caduto nelle sabbie mobili.

Ma il panico si supera presto e la propria indefinibilità (cosa sono io: un uomo o un bambino?) lascia ben presto il passo ai desideri e ai tic tipici dell’adolescenza. Ecco che riappaiono la noia odiosa che solo i ragazzi sentono e specialmente nelle ore trascorse a scuola; ecco il terrore per le interrogazioni; ecco i gesti impacciati, dovuti a un corpo sgraziato e incontrollabile; ecco le smorfie senza seguito, l’atteggiarsi in ruoli pretenziosi, finti e ridicoli. Ed ecco, soprattutto, il bisogno disperato di un dialogo personale, autentico, con un altro essere umano. C’è insomma, in questo stupefacente libro, il distacco ricercato dalla “serietà” di un sistema (culturale, economico, politico) che ci rende immaturi: e ciò anche e soprattutto proprio nel mondo della cultura, degli intellettuali. Il corrosivo Gombrowicz liquida come pochi saprebbero fare i “piccoli scrittori”, gli artisti sempre emergenti, sempre in attesa di concepire un’opera vera, la quale, però, non arriva mai:

«Credetemi: c’è una bella differenza fra un artista che si è già realizzato e questi mezzi artisti e quarti di vate che ancora devono realizzarsi. Quello che si addice a un artista già definito nella sua fisionomia, in voi ha tutt’altro senso. Invece di crearvi una concezione tutta vostra e secondo la vostra realtà voi vi rivestite delle piume altrui, ecco perché sarete sempre eterni aspiranti, eterni incapaci, eterni mediocri, servi ed emulatori, vassalli e adoratori dell’Arte, che vi tiene in anticamera. Davvero, è terribile vedere come vi diate da fare senza successo, come ogni volta vi dicano che ancora non ci siete, come vi lanciate in una nuova opera e come vi sforziate di farvi leggere, come vi aggrappiate a piccoli successi di quart’ordine scambiandovi complimenti a vicenda, organizzando seratine artistiche, mascherando agli altri e a voi stessi la vostra incapacità. E non potete nemmeno consolarvi con ciò che scrivete e costruite, perché non significa nulla nemmeno per voi. Lo ripeto: la vostra è soltanto imitazione, contraffazione dei maestri, nient’altro che la prematura illusione di valere già qualcosa. La vostra situazione è falsa, ed essendo falsa partorisce solo frutti amari – e già nel vostro cenacolo cresce la reciproca antipatia, la svalutazione, la malignità, ciascuno disprezza l’altro e se stesso, siete fratelli nell’autodisprezzo, finché un giorno vi disprezzerete a morte da voi stessi» (pagina 99).

L’irresponsabilità di chi è “piccolo”, di chi deve ancora crescere (ed è per questo sempre giustificabile, semmai vezzeggiato da mamme e zie), deve essere ammessa, senza pudore – ci insegna Gombrowicz; solo così è possibile, in qualche modo, prenderne le distanze. D’altra parte, non ci si può certo illudere di essere stati davvero innocenti e liberi, da bambini. L’insofferenza radicale di Gombrowicz è proprio rivolta verso quel feticismo dell’infanzia che ancora oggi, e forse ancora più oggi che 80 anni fa, subiamo.

TYSM REVIEW
PHILOSOPHY AND SOCIAL CRITICISM
ISSN: 2037-0857
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