philosophy and social criticism

Lezioni di tenebra: cabala di mano e parola

"Edmond El Maleh"

Edmond Amran El Maleh

I cabalisti non sapevano leggere. Grazie al cielo! Il lettore che legge, analizza e distrugge proprio ciò che legge. I cabalisti vegliano di notte e la loro luce non è il chiarore di una trasparenza senza corpo.

Gershom Scholem, sull’esempio di Woody Allen che parla di sesso, vi dice tutto ciò che volete sapere della Qabbalah, della mistica ebraica. Dopo di che, dopo lettura e rilettura, vi accorgete che non sapete proprio niente di ciò che volevate sapere. Avete creduto di aver preso possesso dei simboli che, precisamente poiché lo sono, scappano e vi abbandonano fuori, alla superficie di ciò che si pretende di significare. Eccovi, quindi, con le chiavi in mano per qualcosa che non ha ingressi. Eppure vi convincete e vi fate forza, così come si incoraggia un bambino, momentaneamente scoraggiato dalla difficoltà. Nomi rifulgono, fuori dagli evi, fuori dal tempo e dallo spazio, nello splendore di una continua irradiazione, nome dai quali non riuscite a staccarvi neppure per un istante. Wise Ben Nahman, l’illustre Nahmanide, Isaac il Cieco, Abraham Abulafia: non avete letto nulla, nemmeno la prima lettera di uno scritto, ma chi vi crederà se dite che le loro voci unite vi accerchiano e risuonano in voi…

Per calmare l’impazienza e l’insofferenza di una passione, anche se non sapete di quale si tratta, cercate di prendere la strada della dottrina insegnata, la teoria del linguaggio.

L’impazienza del soffio

Saggiamente, attenti, raggiungete le diverse tappe. Le ventidue lettere dell’alfabeto: quelle lettere che Dio incide nel pneuma, ruah termine ebraico che significa, al tempo stesso, aria e spirito, «le fa cambiare, le combina, ne fa l’anima, ciò che vuol dire l’essenza di tutto ciò che è creato e che sarà creato un giorno». «Tutto il reale ha la sua radice nelle combinazioni primordiali attraverso cui Dio ha fatto sorgere il movimento del linguaggio.

L’alfabeto è al contempo origine del linguaggio e dell’essere». Gioco alla portata dell’umano, gioco da bambini: datevi le ventidue lettere dell’alfabeto e sarete – o sortilegio! – signore dell’universo e della creazione, come dire la mistica senza il mistero. Procediamo senza attardarci su queste inezie. Ecco ciò che già raddoppia il qualificativo della magia, perverte la sua rassicurante chiarezza: «i dieci numeri primordiali sono divenuti dieci emanazioni della completezza dell’essenza divina alle quali la parola “creazione” non si applica che in senso metaforico. Attraverso le sephiroth dei cabbalisti, Dio si manifesta in dieci sfere o aspetti della propria azione… Le ventidue lettere sono le configurazioni dell’energia divina… la loro manifestazione nei mondi al di sotto e al di fuori del dominio delle emanazioni divine non è che un progressivo affievolimento, una condensazione graduale delle segnature più intime di tutte le cose, seguendo livelli sempre più materiali della creazione».

Lezioni di tenebre o dell’opacità dei segni

L’opacità dei segni, lo spostamento della metafora si sottrae e vi proietta altrove, la fermata imperativa, la potenza del Nome, impronunciabile del tetragramma, l’assoluto del non identificabile, eccone abbastanza per riprendere la propria libertà senza lo smarrimento necessario, lontano dall’illusione che si possano mettere le mani sul «vero nascondiglio dei suoi segreti» (i cabbalisti) la sua scrittura mediante l’esegesi in forma buona e dovuta. Riprendere la propria libertà, questo movimento da sé a se stessi, questa gioia che si nutre non si esaurisce nel e con il segreto. Come saper se sapevano scrivere, se sapevano leggere se la voce e il commentario assumevano l’apparenza della lettere per metterle al sicuro. «Io, Abramo, oggi raggiungo il silenzio, questa mano non scriverà più! Le tracce perdute si confonderanno con la morte e la sabbia». Guarda le sue mani, la destra appartiene al profeta, la sinistra all’uomo. Le batte l’una contro l’altra e ride. «Solo ebreo di questa minuscola isola, ho guardato partire i bastimenti, ora bisogna proseguire il viaggio. Mi sono fermato troppo a lungo. Adonai! Tu hai fatto muovere l’inchiostro e sull’inchiostro io sono cresciuto. Ma chi ha ascoltato le mie parole, chi ha letto i miei libri ? Sono pazzo? Adonai! Il tuo nome è scritto sulle pietre del percorso e chi vi posa il piede rimane folgorato, qui vi porta lo sguardo scompare… Ho una voce per parlare agli uomini e soltanto l’eco mi ascolta. Adesso tacerò. La morte sarà una lunga deviazione. La penna si rapprenderà nell’inchiostro. La pergamena andrà in polvere e dalla polvere spunterà un’erba. Chi leggerà nel disegno delle sue foglie il libro che non scriverò? Chi?».

La penna e la fiamma

Abraham Abulafia il padre, il signore della fiamma, il cabbalista, il maestro di Saragozza (1240), scomparso senza lasciare traccia nel 1291, dopo molteplici peregrinazioni in Grecia, in Italia, questa voce che qui parla grazie al gioco di una vita detta immaginaria, immaginaria senza dubbio perché Patricia Farazzi, sua biografa, teme la reincarnazione. Scomparso senza ombra di dubbio, ma di lui sono arrivati fino a noi i ventidue frammenti (éclats) della sua vita, tracce della folgorante traiettoria delle ventidue lettere dell’alfabeto. È qui che si svolge l’incontro, in questo luogo privilegiato, forse è il frutto del caso, essa era già là, inscritta in un canto comune, poco importa… Non potevo arrivarci prima, fermo, incapace di procedere.

È proprio dello stupore trattenervi sulla soglia. Non potevo avanzare, l’inizio essendo bloccato da tutti gli inizi possibili, essi che hanno raggiunto un inizio. Giudicate, ascoltate il poema unico «canto della germinazione e dell’origine o della vita come imminenza e prossimità». La più vicina delle prossimità, la più intima, imminenza e immanenza. Bet… «Casa, luogo, camera, dimora: inizia così l’oscura narrazione dei tempi: perché qualcosa abbia durata, folgorazione, presenza: casa, luogo, camera, memoria: si fa mano il concavo e centro l’estensione: sulle acque: vieni sulle acque: dà a essi nomi: perché ciò che non c’è ci sia, si fissi e sia esserci, soggiorno, corpo: l’ali­to feconda l’humus: si svegliano, come da sé, le forme: io riconosco a tentoni la mia dimora». José Ángel Valente, prima delle Tre lezioni di tenebre, nono frammento – sul Beit… Il primo punto è al margine della piega e del volo, al margine dell’Ain [in ebraico: “nulla”] e dell’Ani [in ebraico: “io”]: del niente e del gioco. Pensa di aver trovato l’origine del tempo e guarda il tempo nel suo farsi. Cerca il proprio regno, non sa che il suo regno lo circonda. Parte diretto alla porta dell’Ain e il regno resta vuoto…

Ancora, il diciassettesimo frammento – il beit è una striscia di pietra che batte al vento. Il beit è la casa dell’incredibile, nelle sue mani raccoglie la prima goccia che è la misura di tutte le gocce. «Dopo di essa, la fonte si riversa nel ruscello, il ruscello nel fiume, il fiume nel mare e il mare si volge e si raccoglie in una goccia». Il canto non ripete il canto, il canto partecipa di un movimento originario, «forma di meditazione creatrice». Potenza della lettera! Tengo in mano Tre lezioni di tenebra. Verifico ciò che ero sul punto di scrivere, ciò che ho scritto e che si comprenda bene: mai un libro vi sorprende nella rigidità di cadavere, a meno che non lo sia lui stesso. Maniera indiretta di nascondere un’emozione, perdendomi per strada, meditando per ritardare il momento in cui parlarne, su quel movimento da sé al libro, quel gesto della mano per prenderlo, sfogliarne le pagine, quello sguardo che si posa sul corpo della lettera che a sua volta vi rimanda il proprio sguardo, quella parola, infine, che si sta stringendo per risuonare nell’eco. Quelle lettere che scandiscono il testo di ogni lezione, aleph, bet, guimel, dalet,

scritte in ebraico in alto, molto in alto nella bianchezza della pagina, annuncio augurale. Avrei voluto riscriverle qui, in ebraico, e misurare l’aleatorio, se ogni testo qui lo fosse.

Mantenere l’invisibile

Allora, il paesaggio dell’apparenza sarebbe cambiato e forse si sarebbe rivelato ciò che si mantiene invisibile. La lettera dell’alfabeto ebraico è un individuo, materia e forma che l’occhio percepisce. Materialità della scrittura, calamo e inchiostro materia: ci sono inchiostri, dice Abraham Abulafia, come liquido seminale portatore di forme umane, materia di ogni uomo. Isacco il Cieco, potrei fermarmi su questo nome, lasciarlo spegnere, nel rapimento, nello spazio infinito del silenzio, meteora di fiamma in quelle Tenebre. Per lui le lettere, rappresentando le forse supreme, sono dotate di un’anima e di un corpo che ricevono da quaggiù le forme visibili. Potrei continuare, passando da svelamento a svelamento, ogni lettera sorge nella sua forma e nel suo viso, sua vocazione creatrice particolare. Yod! Punto originale del linguaggio, «fonte gorgogliante», la sua forma è due ali che si rincontrano e si dispiegano

Yod! Ascoltate la terza lezione nel suo inizio:

«La mano: in alleanza la mano e la parola: da aleph a tav s’estende yod: il tempo non diviso: l’orizzonte di tutto l’esistente entra nella prima lettera del nome: io non potrei attraversare questa soglia: non c’è la mia voce nuda: la mano è una vibrazione molto lieve come polmone d’uccello o come il risveglio: ciò che è di tempo non è di tempo: non passerò o non entrerò nel nome: esilio: separerò le acque perché arrivi fino a me, dicesti: la mano è un grande uccello incendiato che vola verso il ponente e si consuma come una torcia di luce oscura».

A cosa, affrancato da ogni lettera, ma forse ancora lo yod della mano, questo diciannovesimo frammento fa risuonare l’eco, nella notte dei tempi «la mia mano si è staccata dal vuoto e cade su pietre acuminate e taglienti e non c’è mutilazione. Questa mano non ha che tre dita, ma a ogni dito splende una pietra. Una è rossa, l’altra verde, e la terza azzurra. La mano rotola e quando supera la terza pietra, dieci dita sono ricresciute e i tre gioielli sono neri, i colori si sono dissolti per scrivere questo libro che afferma che il nero racchiude tutti i colori e l’inchiostro diverrà luce nel giorno…»

La Torah era originariamente scritta con fuoco nero su fuoco bianco, afferma l’illustre Nahmanide.

Lettere, elementi primari della creazione: all’inizio del movimento originario. Da dove sgorga, da quale fonte viva,«fervida», sorge la poesia? Il testo, la tessitura di Tre lezione di tenebre: Israele. Saruk (cabalista della scuola lorianica, 1600 circa) parla, dice che a partire da questo movimento intimo l’abito primordiale – malbush in ebraico – è intessuto nella sostanza di en-sof [nella Qabbalah: l’infinito], l’infinito della divinità nascosta. Parla di quel movimento da sé verso se stessi attraverso il quale si segna la creazione: gioia segreta in ogni espressione, piacere di se stessi, felicità generatrice di movimento, il tutto che si ritrova in Dio stesso.

Cabala e linguaggio

Così si situa l’orizzonte del poeta, l’appello che viene dal profondo, dall’intimo, il canto di apertura. Scorgo, in José Angel Valente una volontà di restare all’interno di quel canto, di continuare nell’eco dominata, di interdire il rumore e la dispersione di un’ascesi rigorosa annunciata nella lezione. Lettere come asse di libere variazioni, elementi della natura, la pietra, «la piedra y el centro», la sabbia, le acque, l’aria, la luce e le Tenebre, il cielo, le stelle, il mare, elementi della composizione di ogni testo, fibre della tessitura. E anche, elementi primari di questa cosmogonia, la mano, il ventre, il solco della fecondità, il sangue, «l’aleph obliquo come intatto lampo penetra nel sangue», la colomba, il serpente, il regno animale, la foglia, la radice, il regno vegetale. E anche la posizione cardinale, l’alto, il basso, l’Oriente in quel grido «Oh Gerusalemme!», il movimento, la quiete, la casa, il tempo della successione «della distruzione della solitudine e dell’esilio», il ritrarsi dal mondo e l’utopia di ogni luogo. E infine la parola, interpellare l’essere. In ogni testo enumerazione giustapposizione di parole, le parole sole e i loro poteri, giustapposizione che non produce senso ma tutt’altra cosa. Il verbo steso è preso nel movimento. Il contagio sostanziale della parola, del nome, delle cose e degli esseri, purificato da ogni dimostratività, senza alcun sostegno in un argomento. Potenza del nome! Ventidue frecce nel cuore del silenzio!

Terzo frammento: «Lascia che arrivi a te ciò che non ha nome: ciò che è radice e non è venuto all’aria». Het! Seconda Lezione di tenebre. Osserviamo ancora: ogni parola apre, chiama un’altra parola, punteggiatura della generazione. Osserviamo infine: la musica ha il privilegio unico di non appoggiarsi sulle parole, sulla testardagine, sull’ostinazione dei sensi unici dell’uso imposto. Raro privilegio di non esprimere nulla, di non dire che se stessa, che ciò che viene da essa stessa, suoni prima di tutto. Qui si compie dunque la metamorfosi fra le pieghe del mistero, parole attaccate alla propria servitù volgono alla propria distruzione, affinché sia il canto. I cabbalisti non sapevano leggere.

(1985)

traduzione di Ilde Mattioni

tysm literary review

vol. 12, no. 19

september 2014

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