philosophy and social criticism

Luciano Parinetto: rivolta di un diavolo

di Marco Dotti

Ad usum delphini

Quando non sia ridotta a semplice “complemento d’arredo”, una biblioteca privata, fosse anche la più scarna e ingenerosa, offre sempre al lettore tracce, spunti, suggestioni che – come i sassolini che qualcuno sogna ancora di gettare al crocevia dei sentieri che si diramano nel bosco – rimandano a quel «mistero della composizione, dell’ordinamento e della catalogazione» che Jorge Luis Borges, bibliotecario per vocazione e scrittore «a tempo perso», riteneva primario rispetto alla complementare, e del tutto subordinata, «pratica della lettura». «Que otros se jacten de la páginas que han escrito; a mí me enorgullecen las que he leído». Ossia: altri si vantino delle pagine che hanno scritto, a me bastano quelle che ho letto – così Borges.

Non sarebbe facile abbozzare una pur sommaria descrizione della biblioteca, ideale e reale, del bresciano Luciano Parinetto senza tenere conto anche di questi aspetti, che sono preliminari, ma nient’affatto marginali rispetto alla questione.[*] Ricerca e pratica di scrittura, infatti, si collocavano per Parinetto sul piano di un esercizio costante, svolto quotidianamente, senza pause e, soprattutto, ben oltre i doveri inerenti al ruolo del suo ufficio accademico. Chi conosceva la sua particolarissima vocazione intellettuale, pertanto, sa bene che parlando dei libri di Parinetto [oggi custoditi dalla Fondazione Biblioteca Morcelli Repossi di Chiari, in provincia di Brescia] non ci si può esimere dal parlare, seppur brevemente, di altri libri: quelli scritti da Luciano Parinetto. Formatosi in un periodo tra ipiù fertili per la cultura milanese, sotto la guida attenta ed esigente di Mario Dal Prà, dopo aver compiuto un primo apprendistato didattico come insegnante nei licei di Brescia, dell’Emilia e del Veneto, Parinetto è stato per molti anni titolare della III Cattedra di Filosofia Morale alla Facoltà di Filosofia dell’Università statale di Milano. Giàfirmaluciano1 dai primi lavori, sul finire degli anni Sessanta, Parinetto si era segnalato per il rigore e l’originalità delle sue ricerche: dagli studi su Vailati,[1] alla curatela critica di importanti testi di Fogazzaro, del Tartarotti (in particolare dei Cogitata circa strigas e Del ballo e del banchetto notturno delle streghe e degli stregoni ),[2] o di Karl Marx, [3] fino alla pubblicazione, nel 1974, [4] dello sviluppo della sua, già corposa, tesi di laurea. Un lavoro, quest’ultimo, che uno studioso (e polemista) di rango come Franco Cardini non tardò a definire «importante» [5] e Giuseppe Bonomo, fra gli “specialisti” in materia, giudicò «fondamentale». [6]

Scuola media statale "Morcelli", Luciano Parinetto con la classe II B, anno scolastico 1960-61

Scuola media statale “Morcelli”, Luciano Parinetto con la classe II B, anno scolastico 1960-61

Negli anni, Luciano Parinetto ha saputo coltivare, accanto alla costante passione per l’insegnamento e alla coerenza intellettuale, un non comune rigore etico, [7] diventando, secondo le parole dello storico del cristianesimo Attilio Agnoletto, «uno dei più qualificati studiosi italiani di caccia alle streghe».[8] Filosofo sempre rigoroso,[9] Parinetto non è da meno quando affronta le grandi sintesi storiche, mostrandosi capace di coniugare il rigore specialistico con la chiarezza espositiva (operazione che, secondo un verso di un autore a lui caro, Schiller, suona in questi termini: «esercitare lo sforzo più grande, nel punto più piccolo»). Tentare la «grande sintesi storica» è un’operazione che, dopo il lavoro su Magia e Ragione, Parinetto ha concretizzato in molti altri testi, su tutti: Streghe e politica. Dal rinascimento italiano a Montaigne, da Bodin a Naudé; [10 ]Solilunio: erano donne le streghe?; [11] La traversata delle streghe nei nomi e nei luoghi; [12] La rivolta del diavolo. [13] Nel corso degli anni, Luciano Parinetto non ha mai cessato di compiere studi sul campo e d’archivio, continuando ad aggiornarsi recuperando materiale nelle librerie e nelle biblioteche di mezza Europa, nel tentativo di perfezionare o aprire nuove strade alla propria ricerca. La sua biblioteca ne costituisce la testimonianza più attendibile e fedele. «Rigorosissimo», lo ricorda Giorgio Galli, leggeva ogni cosa, e ogni cosa chiosava, sempre in compagnia della musica (un contrappunto costante alla sua scrittura, una presenza che scandiva le sue giornate di studio e di lavoro, e a cui dedicava spazio e attenzione, come fosse il vero motore della sua attività di ricerca). [14] La ricerca di Parinetto potrebbe, a rigor di logica, essere collocata nel solco di una storiografica (non solo filosofica) “eccentrica” o laterale, nel senso più volte utilizzato dal germanista Ferruccio Masini o dallo storico Ruggiero Romano. Muovere lo sguardo da una prospettiva eccentrica, significa, innanzitutto, capire che dietro l’idea di centro si nascondono molte delle forme moderne dell’intolleranza. [15] L’efficacia della critica dipende dalla posizione in cui l’osservatore si mette, rischiando di scontrarsi, talvolta, con una lunga tradizione accademica e teorica che, per usare le parole di Jean Petitot , è ancora oggi coesa in nome «dell’onnisciente, dell’identico, del proprio, dell’univoco, (…) del gerarchico, del globale, del normato, in breve, del centrato». [16] Chiunque (e lo storico delle idee in primo luogo) intenda liberarsi da certi pregiudizi, chiosa Ruggiero Romano, dovrebbe invece «provocare con tutte le proprie forze l’avvento del non-onnisciente, dell’equivoco, del disseminato, del parziale, del locale, del marginale, del decentrato, dell’ex-centrico, dell’a-centrato». [17]

Luciano Parinetto, 1989-1990 circa

Luciano Parinetto, 1989-1990 circa

Si può in gran parte condividere l’opinione di Alfredo Marini, secondo il quale la dialettica, scoperta «nei suoi incunaboli alchemicomassonici e nei maestosi meandri della “deutsche Bewegung”, non è altro che un tentativo di applicare all’uomo il modello classico della metafisica: il concetto di “uomo totale”, “onnilaterale”, “armonico” e l’inerente problematica metafisica moderna». Anche per questo, scrive Marini: Io ammiro le forme e i modi della tua trattazione e ne considero invidiabile l’effetto di immediatezza, quanto mai raro in metaphysicis. E prendo atto dello spirito appassionato e dotto che ne emerge: una passione non solo intellettuale ma personale; una dottrina che non è, per usare la distinzione di Mannheim, ideologia dell’erudizione ma utopia dimostrativa (certo: la prassi più alta). Tu ricostruisci attraverso riscontri testuali guidati da una sicura visione d’insieme la genesi dei vari concetti “utopici” e “rivoluzionari” l’assenza dei quali, a tuo modo di sentire, caratterizza 1′ “utopismo” come ideologia (giustificazione tramite l’utopia della realtà positiva in atto, per esempio l’uso del mito rivoluzionario per organizzare o anche solo muovere le masse o le folle, per costruire gli strumenti storici di soggettività impersonali e provvidenziali: come l’epoca, il popolo o la classe, il sindacato, la chiesa o il partito) e il “riformismo” (miope fiducia empiristico-induttiva che sia possibile raggiungere la qualità anostra-signora-dialetticattraverso l’incremento quantitativo) o talvolta il “revisionismo” (adattamento pragmatico di una dottrina dura e pura alle svolte e alle pieghe del reale: ideologia giustificatrice dell’esistente, antiutopistica e disfattista) [Alfredo Marini, Premessa a Luciano Parinetto, Nostra signora dialettica. Unificazione e scissione in Lessing, Herder, Schiller, Antonio Pellicani editore, Roma 1991, p. IX].  Sempre secondo il politologo Giorgio Galli è possibile individuare un filone che, pur con i dovuti distinguo, e con le inevitabili forzature, accomuna il lavoro di Parinetto con quelli, più meno fortunati (intermini di critica) dell’egittologa Margaret A. Murray (in particolare The god of the witches), [18] di Frances A. Yates (in particolare The Rosicrucian enlightenment), [19]o, per altri versi, di Todorov.  [20] «Occorrerebbe approfondire la linea Böhme-Goethe Hegel Marx per indagare se proprio non sia rinvenibile un filo rosso che colleghi la critica all’economia politica e l’alchimia: tema suggestivo quanto altri mai». [21]. Su questa linea si muovono le sue ricerche sul nuovo incantamento del mondo, sedotto dal dio del capitale:

«Mana, orenda (per gli australiani maga, da cui “magico”)» sono nomi che «debbono venir associati» a ciò che « intendiamo designare una volta per sempre con il termine “carisma”». Per Weber [Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano 1981, vol. II, p.106], carisma ed uomo carismatico riguardano eminentemente l’ambito religioso/magico, mentre il capitalismo caratterizza l’eone del disincantamento. Non così per Marx, che colloca magia e stregoneria nel cuore stesso del capitalismo e parla chiaramente di «tutto il misticismo del mondo delle merci, tutta la magia e stregoneria che avvolgono di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci ». Non è l’unico cenno marxiano in proposito. Il Capitale parla, per esempio, del debito pubblico come di «una delle più possenti leve dell’accumulazione originaria», e aggiunge: «Come per magia, essa dona al denaro, improduttivo, la capacità di procreare, e così lo converte in capitale, senza che esso debba andare incontro alla fatica e al rischio che comportano necessariamente l’investimento industriale o quello usurario». Non solo il capitale è magia e stregoneria, ma, per Marx, intronizzazione di un nuovo dio, introdotto dal sistema coloníale, che «divenne il «dio straniero» che fu posto sull’altare vicino ai vecchi idoli dell’Europa e che un certo giorno, dando un colpo improvviso, li fece precipitare tutti assieme e proclam che il plusvalore è il fine supremo ed esclusivo dell’umanità». Contrariamente a Weber, dunque, la società del capitale non è disincantata, per Marx, ma più incantata di tutte le altre. Si tratta, è ovvio, di stregoneria e magia speciali; di uan trasvalutazione di esse, quali le intendevano l’antichità o il tardo rinascimento, ma magia e stregoneria permangono. Il disincantamento weberiano sarebbe, per Marx, nient’altro che un ulteriore (e peggiore, perché mascherato del suo contrario) incantamento. Del resto, per lui, la religione del capitale venera una divinità dagli attributi quanto mai magico religiosi.[ Luciano Parinetto, Premessa a Streghe e politica, I.P.L., Milano 1983, pp. 19-20]

Composta da migliaia di volumi, la biblioteca di Parinetto sembra svilupparsi proprio attorno a quel «filo rosso» che ha legato, nella sua attività, la critica dell’economia politica e la ricognizione delle opere di autori pre-marxisti (Hegel, Lessing, Schiller su tutti) o post-marxisti (la cosiddetta Scuola di Francoforte, e, in particolare, Ernst Bloch), alla ricerca di un punto di vista storico “eccentrico”, non eccessivamente turbato dalle mode culturali di turno.

Copertina del mensile "Utopia" della cui redazione Parinetto fece parte

Copertina del mensile “Utopia” della cui redazione Parinetto fece parte

Accanto agli strumenti del mestiere (dizionari, lessici e una grande raccolta di classici filosofici e letterari, spesso il lingua originale), e alle opere dei filosofi più studiati da Parinetto (le opere di Hegel e Marx, gli scritti di Voltaire e della tradizione libertina, da Naudé a Jean Bodin, fino ai testi di Nietzsche e Heidegger), sono ben rappresentate, inoltre, la letteratura francese ( oltre a classici che vanno dal Medioevo di Villon al XIX secolo, passando per i testi di Sade, e di Proust, si arriva a quelli di Marcel Jouhandeau, André Gide, Antonin Artaud, Jean Genet o Philippe Sollers), e, in particolare, quella tedesca (con molti testi in lingua di von Kleist, Goethe, Thomas Mann, etc.).

Per argomentare ancor di più i suoi già convincenti studi sull’alchimia e la stregoneria (dialetticamente scrutati come forme “altre” della ragione occidentale), l’autore bresciano citava spesso un passo di Mircea Eliade (certamente non tacciabile di storicismo): «gli alchimisti – scrive il controverso studioso romeno – hanno anticipato l’essenza dell’ideologia del mondo moderno. La chimica non ha ricevuto che frammenti insignificanti dell’eredità alchemica. La massa di questa eredità si trova altrove nei sistemi dell’economia politica capitalistica, liberale e marxista». Questo passo offre lo spunto per un’ulteriore considerazione; accanto ai già citati strumenti di lavoro o alle corpose sezioni relative alla storia del marxismo, al rapporto tra Marx e la religione, o alla psicoanalisi (nelle sue infinite varianti, da Freud fino a Róheim o Ferenczi), Parinetto ha archiviato, nel corso dei suoi anni, moltissimi volumi relativi ad aspetti della nostra tradizione culturale che, spesso, anche nelle biblioteche migliori non occupano grande spazio negli scaffali. In particolare, grande considerazione trovano i temi dell’alchimia (con testi che vanno da Arrigo Cornelio Agrippa al Fulcanelli de Les Demeures philosophales, fino ai più recenti lavori di Bachelard, di Jung e dei suoi allievi), della magia rinascimentale (da Pico a Ficino, passando per gli studi di un altro romeno, Couliano, e della Yates), della stregoneria, della persecuzione degli indios, dell’esoterismo e del tradizionalismo (insospettabile spazio, quindi, a Guénon, Evola o Schuon), della ricerca simbolica (con studi sul Parmigianino o sulle cattedrali, solo per fare un esempio) o del misticismo occidentale (Silesius, Giovanni della Croce, Teresa d’Avila). Non deve stupire, inoltre, che nella sua ricerca – costante, e intransigente a tratti – Parinetto si sia trovato a confrontarsi con una varietà di discipline apparentemente, ma solo apparentemente, lontane dal suo preciso campo di studi. Ai testi sull’alchimia – circa un migliaio, tutti preziosi – Parinetto accostava lavori sulla fisica moderna (da Einstein ad Heisemberg), sul dibattito scientifico sulla temporalità e i nessi a-causali.

Tutti segni dell’apprendistato segreto di un intellettuale che, per opporsi alla chiassosa ciarla dei filosofi da salotto, ha scelto, come il Paracelso immortalato – ancora una volta – nei versi di Borges, di appartarsi nel silenzio, per distillare, oltre la cenere, e il rumore, la sua rosa migliore. «Vender parole – scriveva Rabelais, in un passo del Gargantua et Pantagruel citato da Parinetto – è cosa da avvocati, io venderei piuttosto il silenzio».

Chiari, inverno 2002

Note

[*] Dopo la scomparsa di Parinetto, avvenuta a Chiari il 22 dicembre 2001, la sua biblioteca è stata donata alla locale Fondazione Morcelli-Repossi. Il presente testo ha un’origine “di circostanza”, essendo stato scritto per la  presentazione del “Fondo Parinetto”. Pubblicato nel terzo volume dei Quaderni della Fondazione Biblioteca Morcelli-Pinacoteca Repossi (“La biblioteca di Luciano Parinetto, filosofo del secondo Novecento”, in La cultura della memoria. Uomini, libri e carte della Biblioteca Morcelliana, La Compagnia della Stampa, Roccafranca 2002, pp. 67-73), lo riproponiamo con alcune modifiche. [1] Luciano Parinetto, “Una nuova valutazione di Giovanni Vailati”, Il bruttanome, 2 (1963). [2] I testi sono editi nel corpo del testo di Luciano Parinetto, “Nascita del congresso notturno“, Acme. Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano, fascicolo 1 (1971). [3] Karl Marx, Sulla religione, Sapere, Milano 1971 (ristampa anastatica: La nuova Italia, Firenze 1980). Il testo venne ampiamente elogiato da Armido Rizzi in una densa recensione pubblicata, nel 1972, su Letture, la rivista dei paolini. Significativa, inoltre, è l’apparizione sul numero 58 (inverno 1983-1984) di Telos, rivista della New-Left americana diretta da Paul Piccone, del saggio di Parinetto “The Legend of Marx’s Atheism”. Cfr. Luciano Parinetto, Né dio né capitale: Marx, marxismo e religione, Contemporanea/Moizzi, Milano 1976. [4] Luciano Parinetto, Magia e ragione. Una polemica sulle streghe in Italia intorno al 1750, La nuova Italia, Firenze 1974 (riedito col titolo: I lumi e le streghe, Colibrì, Milano 1998). [5] Franco Cardini, Magia, stregoneria, superstizioni nell’Occidente medievale, La nuova Italia, Firenze 1979, p. 124. [6] Giuseppe Bonomo, Introduzione alla terza edizione, Caccia alle streghe, Palumbo, Palermo 1985, p. LXXI, III edizione (I edizione: 1959). [7] “Coerenza intellettuale e rigore etico” è il titolo di un dibattito organizzato, mercoledì 10 Aprile 2002, sulla figura e l’opera di Luciano Parinetto, dalla Fondazione Calzari Trebeschi di Brescia. Al dibattito hanno partecipato Giorgio Galli e Renzo Baldo. [8] Attilio Agnoletto, in Sergio Abbiati; Attilio Agnoletto; Maria Rosario Lazzati (a cura di), La stregoneria. Diavoli, streghe, inquisitori dal Trecento al Settecento, Mondadori, Milano 1994, p. 4. [9] Luciano Parinetto, La nozione di alienazione in Hegel, Feuerbach e Marx : anno accademico 1966-67, a cura di Marina Lavaggi e Marcello Pitta, La goliardica, Milano 1968; Corpo e rivoluzione in Marx, Moizzi-contemporanea, Milano 1977; Alienazione e utopia in Lessing: con la traduzione del Doktor Faust e di altri scritti di G. E. Lessing, Unicopli, Milano 1981; (in collaborazione con Livio Sichirollo) Marx e Shylock, Unicopli, Milano 1982. [10] Istituto propaganda libraria, Milano 1983. [11] Antonio Pellicani editore, Roma 1991. Cfr. la nota su Solilunio di Luca L. Rimbotti pubblicata su Diorama Letterario, n. 155 (1992). [12] Antonio Pellicani editore, Roma 1993. [13] Rusconi, Milano 1999. [14] Parinetto, in questo, univa alla passione la competenza severa del musicologo. Sull’attività di critico musicale, esercitata da Parinetto sulle pagine de L’Eco di Brescia, si è soffermato Renzo Baldo in un suo intervento ricco di spunti pronunciato al già citato incontro organizzato dalla Fondazione Calzari-Trebeschi. [15] Ringrazio Alberto Filippi per avermi a suo tempo suggerito questa riflessione. Vedi, inoltre, Alberto Filippi, Dalle Indias all’America latina. Saggi sulle concezioni politiche delle istituzioni euroamericane, Università degli Studi di Camerino, Camerino 1999, p. 77 [16] Jean Petitot, “Centrato Acentrato”, in Enciclopedia Einaudi, Einaudi, Torino 1977, vol. II, p. 899. [17] Ruggiero Romano, La storiografia italiana oggi. Espresso Strumenti, Milano 1978, p. 33-34. Cfr. Id., La memoria e i modelli, lectio doctoralis raccolta nel volume: Ruggiero Romano. L’Italia, l’Europa, l’America. Università degli Studi di Camerino, Camerino 1998. [18] Il dio delle streghe, traduzione di M. Ferretti. Ubaldini, Roma 1972. [19] L’Illuminismo dei Rosa-Croce, traduzione di Metella Rovero,  G. Einaudi, Torino 1976. [20] A questa vocazione eccentrica, Parinetto affianca una forte e meditata tendenza al pensiero dialettico. È un punto, questo, che si nota tanto negli studi che specificamente egli dedica alla questione (mi riferisco ai saggi raccolti in Nostra signora dialettica. Unificazione e scissione in Lessing, Herder, Schiller, Antonio Pellicani editore, Roma 1991), quanto nelle sue importanti ricerche parallele sull’alchimia o il pensiero orientale. In particolare, risentono di questa impostazione due testi come Alchimia e utopia (Antonio Pellicani editore, Roma 1990.) o la versione del Tao tê ching che Parinetto traduce servendosi esclusivamente di endecasillabi. «La natura di Lao Tse è dialettica e costituita di opposti» (La via in cammino, Rusconi, Milano 1999), al pari della natura per «l’alchimia» (che Parinetto invita a non considerare ingenuamente l’«antenata povera» della chimica). Notevole è anche il contributo dato dal filosofo bresciano alla conoscenza della “biblioteca segreta di Marx”, cfr. Luciano Parinetto, Faust e Marx. Metafore alchemiche ed economia politica, Antonio Pellicani editore, Roma 1989, che sviluppa, in modo autonomo, alcune suggestioni già presenti in S. S. Prawer, La biblioteca di Marx, traduzione  di Alberto Aiello, Garzanti, Milano 1978. Un altro aspetto riguarda l’attività di traduttore che lo ha portato a confrontarsi con autori greci (Eraclito), latini (Marziale), tedeschi (Böhme, Hegel, Marx, Lessing), francesi (Villon,Voltaire) e di lingua inglese (Whitman, Dickinson). [21] Alchimia e utopia, cit., p. 173. Cfr. Luciano Parinetto, “Santuari editoriali e dintorni”, La Balena bianca, anno IV, numero 7  (luglio 1993), pp. 107-111.

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