philosophy and social criticism

Quale democrazia? Intervista a Luciano Canfora

Gaia M. E. Scampuddu

In un’intervista da Lei rilasciata a Salvatore Cingari nel 1994 alla domanda «cosa fosse per lei la democrazia»lei rispondeva:“uno stato provvisorio e instabile, che si dà, cioè in alcuni momenti, ma, nelle medesime forme esteriori giuridiche, non si dà più in altri momenti. Essa è il frutto dell’equilibrio delle forme sociali: non è una forma semplicemente giuridico istituzionale o elettorale”. Ritiene ancora valida questa definizione? In questa risposta, poi, lei sembra affermare di prendere in considerazione la sola democrazia “sostanziale”, non ritiene necessaria anche un’integrazione formale, procedurale?

Semplicissimo rispondere. Non io soltanto ma tutto il pensiero politico, dall’antichità in poi, ritiene che democrazia non sia una forma costituzionale, ma un sistema politico. Democrazia vuol dire che il popolo conta, non è emarginato. Questo “contare” può realizzarsi in qualsiasi contesto, persino con la monarchia; come nei casi degli stati del nord Europa, dove c’è una monarchia e nessuno può negare che ci sia una sostanza democratica.

Lei aggiungeva inoltre che nella nostra storia repubblicana ci sono stati momenti di democrazia”.Quali sono stati a suo avviso?

E anche dei momenti di carenza di democrazia. Gli antichi l’hanno scritto e riscritto, solo che i politologi non leggono il greco. La democrazia è il prevalere del popolo, quale che sia la forma esteriore in cui questo “prevalere” si realizza.

E come sta oggi la nostra democrazia?

L’errore che si commette è confondere la democrazia con il sistema rappresentativo- elettivo, questo è il problema vero. Per cui sembra logico, e non lo è affatto, distinguere tra democrazia sostanziale da formale. È una contraddizione in termini dire democrazia formale, perché formale vuol dire che la sostanza non è democratica. La democrazia è di per se sostanza, e la prevalenza popolare, e se questa prevalenza non c’è, non c’è democrazia, non è che c’è democrazia formale e non sostanziale, non c’è democrazia affatto. La democrazia è di per sé un fatto sostanziale, infatti non è una forma costituzionale.

Nella medesima intervista lei muoveva una serrata critica al sistema maggioritario, all’epoca appena introdotto nel nostro Paese, sottolineandone l’esito antidemocratico. Cosa si può dire a riguardo 16 anni dopo? Con il nuovo sistema proporzionale con premio di maggioranza la situazione è cambiata in meglio o in peggio?

Intanto un sistema proporzionale con premio di maggioranza, non è un proporzionale, perché c’è il premio di maggioranza che modifica la proporzionalità. La proporzionalità viene meno in quanto il risultato viene truccato, modificato, manipolato con un premio. Nel 1953 si votò in Italia con un sistema elettorale definito allora, parlo di oltre mezzo secolo fa, legge truffa che prevedeva che al risultato ottenuto per via proporzionale si desse un ritocco con premio di maggioranza. Il Premio di maggioranza fu inventato allora, nel 1953, la legge cosiddetta legge truffa che diceva: se una coalizione di partiti ottiene il 50% dei voti più un voto, non il 51%, il 50% più un solo voto, riceve il 70% degli eletti, cioè il premio di maggioranza. E si disse allora legge truffa. Non passò perché nessuna coalizione di partiti ebbe il 50% dei voti più un voto. Quindi quando si dice che oggi noi abbiamo un sistema proporzionale, con premio di maggioranza, si dice una menzogna. Il sistema non è proporzionale, perché la proporzionalità è devastata dal premio di maggioranza. Il proporzionale è uno e uno solo, quello in cui ogni cittadino vale un voto. Tutti i sistemi maggioritari sono antidemocratici, quale che sia la forma; l’uninominale secco inglese, o quello a doppio turno francese, o quello indiretto americano. Insomma, tutti sono “non democratici”, persino quello tedesco con lo sbarramento al 5%, perché, che cosa vuol dire, che se un partito, un gruppo di cittadini equivalgono al 4,9% dell’elettorato, in un Paese di cento milioni di persone è un enormità, quelli, non hanno diritto alla rappresentanza, non si capisce perché. Non c’è nessun fondamento logico per questa penalizzazione. La prova di quanto sia antidemocratico un sistema di questo tipo si è avuta ieri. In Francia si è votato per le regionali e ha votato meno del 50% degli elettori, il che vuol dire che con sistemi elettorali di quel tipo la gente non va a votare perché si sente privata del diritto pieno di scegliere.

Come lei afferma in La democrazia storia di un’ ideologia, (edito da Laterza nel 2004) “i sistemi elettorali maggioritari sono lo strumento principe del “sistema misto”. Quale sarebbe, a suo avviso, lo strumento più adatto ad un sistema democratico? Mi sembra di capire che lei sarebbe propenso per un “proporzionale puro”.

Il proporzionale puro è sempre stato tale perché la forma più equa di ottenere per i cittadini pari dignità come elettori. Sarà scomodo? Secondo me no, molto peggio l’attuale. Gli inconvenienti dei sistemi maggioritari sono molti, il più grave dei quali è che il ceto politico diventa omogeneo, destra e sinistra si rassomigliano sempre di più quando c’è un sistema che penalizza “le estreme” e questo è un disastro perché questo vuol dire che i governanti si mettono d’accordo tra loro a danno dei governati.

Ma con un sistema proporzionale puro, non si correrebbe il rischio di “ripetere gli errori di Weimar”?

Ma no, non c’è dietro l’angolo il Fuhrer. Weimar in realtà è finita per la crisi economica, devastante, del ’29-’33. In Italia appena Mussolini diventò presidente del consiglio per prima cosa fece cambiare la legge elettorale, che era proporzionale, nel ’19, e impose un sistema maggioritario con il quale stravinse le elezioni politiche del ’24. Se mai si arriva al fascismo proprio togliendolo il proporzionale.

Riguardo ai reiterati tentativi di modificare la Costituzione, ritiene che siano il segno del cedimento del paradigma antifascista o si tratta soltanto del frutto di una sorta di ritorno ad uno stato patrimoniale in cui riprendono rilievo gli intenti personali dei governanti?

La prima motivazione è la più forte, il tentativo ormai quasi riuscito di mettere in soffitta l’antifascismo, è andato molto avanti. Questo tentativo è visibile, c’è insofferenza quando si parla dell’antifascismo, senza capire che l’antifascismo non è un concetto negativo. È un concetto positivo, questo lo ha capito anche l’attuale presidente della camera il quale, nell’estate scorsa, fece un elogio fortissimo dell’antifascismo, ebbe a dire in un pubblico di battito (che è stato anche ripreso in televisione, quindi sta negli archivi della rai tv italiana), che il contenuto dell’antifascismo è la giustizia sociale. Io sono convinto che egli abbia detto una cosa profondamente vera. L’antifascismo non è solo il rifiuto della dittatura, è la richiesta di un ordine più giusto, che è democrazia sostanziale, e finché questa viene messa in discussione, respinta, viene addirittura valutata in nome di valori di tipo liberale agonistico, l’antifascismo dà fastidio.

Nella sua opera Demagogia (edita da Sellerio nel 1993) lei scrive che “da Polibio in poi, (il termine demagogo/demagogia) si impone nella cultura occidentale, indicando “le persone e i metodi che cercano, per fini perversi, di catturare il favore delle masse adulandole”. In questa accezione, il veicolo privilegiato della demagogia è la parola, demagogo è l’abile parlatore.” Chi è per lei il demagogo nel 2010?

Il padrone della televisione.

Nella sua opera La natura del potere (Laterza, 2009) lei afferma che “nel mondo attuale chi pesa molto in quell’ambito (la pubblicità, ovvero la parte più importante politicamente di tutto il gigantesco fattore tv) può contribuire molto a plasmare il “popolo profondo”. E prosegue citando De Gasperi che di ritorno dagli Usa disse che “chi ha in pugno questo strumento vince le elezioni”. Cosa pensa dunque riguardo alla recente polemica sullo stop ai talk show di approfondimento nel rispetto della par condicio?

Mi sembra un gesto di arroganza spaventoso. Non solo chi detiene la gran parte del sistema televisivo è in grado di influenzare enormemente l’elettorato, ma non vuole nemmeno che una minoranza, perché è una minoranza, che segue i dibattiti di tipo politico, abbia la possibilità di acculturarsi, approfondire, ascoltare gli aggiornamenti; quindi è il tentativo totalitario di cancellare la parola politica.

La crisi attuale della sinistra in Europa è anche il frutto della minore importanza del ceto operaio nel mondo post-fordista. Quel che rimane della classe operaia, del resto, appare più attratta da parole d’ordine localiste, come quelle della Lega Nord. L’affermazione dei diritti sociali richiede del resto un vasto movimento di massa che porti avanti con forza queste istanze. Come uscire allora da tale impasse?

Questa domanda comporterebbe un approfondimento che ora non possiamo fare in modo analitico; giustamente lei parlava del declino numerico della classe operaia, è un fatto assodato acclarato da decenni, in America molto prima che in Europa e in Italia se ne accorse Sylos Labini quando scrisse quel libro interessantissimo sulle classi sociali in Italia, negli anni Sessanta addirittura. Ma, a questo fenomeno di riduzione numerica, si sono aggiunti altri due fenomeni. Uno è il corporativismo crescente di quello che resta della classe operaia e che è una forma di autodifesa, naturalmente questa non è più in grado di essere classe nazionale, come poteva essere alla metà del Novecento, e quindi si arrocca sulla sua difesa in termini che, senza voler mancare di rispetto, si possono chiamare corporativi, ma di necessità corporativi, perché è un pezzetto della società, non ha più la forza di assumersi un ruolo di direzione nazionale, o addirittura sovranazionale, ormai, in un contesto europeo. L’altro fattore è costituito dai “nuovi proletari”, cioè quelli che vengono proiettati dai mondi dipendenti, che arrivano a fiumana, disordinata, caotica etc nel mondo ricco e vengono immediatamente messi, anzi sono desiderati, che che se ne dica, e svolgono quei lavori che la classe operaia garantita non vuole svolgere più. Quindi c’è un nuovo proletariato purtroppo senza coscienza di classe, e senza organizzazione partitica, su cui si esercita il peggiore sfruttamento.

In questo quadro le speranze della sinistra sono a lunghissimo termine, non si vede luce in campo di due anni e neanche in capo a cinque. È un lungo processo che si apre in cui la sinistra deve riuscire a parlare ai nuovi proletari, farsi interprete dei loro interessi contro, ahimè, il razzismo, non soltanto dei ceti tradizionalmente reazionari, ma anche della classe operaia superstite.

Come Lei diceva, oggigiorno destra e sinistra tendono ad assomigliarsi sempre di più. Tutti i partiti tendono ad appropriarsi del termine “libertà” mentre allo stesso tempo sembra rimossa, anche a sinistra, la questione dell’uguaglianza. Com’è possibile oggi rideclinare le due istanze che la nostra tradizione politica ha ereditato dalla rivoluzione francese?

Tramite il proporsi di un nuovo rinnovamento radicale che dia alla parola uguaglianza il suo significato vero e non retorico. Uguaglianza vuol dire tra i vecchi e nuovi cittadini. Si sottintende che i nuovi cittadini non facciano parte, che non abbiano diritto all’uguaglianza sul piano, ad esempio, del salario. Quindi la sinistra deve semplicemente, cosa non facile, dare alla parola uguaglianza il suo significato pieno.

Venendo ad una questione di respiro internazionale, nella postfazione del suo libro La democrazia, storia di un’ideologia lei definisce “allucinanti”i risultati del tentativo di imporre, manu militari, a mondi lontano dal nostro, e non proprio ricettivi, il modello occidentale di democrazia. L’argomento è stato da lei ribadito e approfondito nel suo Esportare la libertà. Il mito che ha fallito (edito da Mondadori nel 2007), uscito durante “l’era Bush”. Lei rede che l’elezione alla presidenza della casa Bianca di Barak Obama cambierà lo scenario? Condivide l’opinione espressa da Alberto Burgio nel suo Senza democrazia, secondo il quale tale elezione è un evento positivo ma che in realtà “non è questione di persone ma di poteri e contesti sistemici”?

La questione è complessa. Il fatto stesso che sia stato eletto Obama è un segnale molto interessante, di rinnovamento e crisi nella società americana. Comunque si possa poi orientare la capacità di governo di quest’uomo è, in sé, un fatto significativo. Dopo di che le forze che reggono la grande potenza americana non sono certo disposte a farsi da parte e a concedere non so, la riforma sanitaria, l’abrogazione del porto d’armi, cioè tutte quelle elementari novità che Obama promette e che avrà difficoltà a realizzare. Si aprirà un conflitto, come sempre nella realtà, la realtà è sempre conflitto, la democrazia c’è in quanto c’è conflitto, tra l’altro, ed è quindi probabile che lui soccomba, non è detto che possa farcela, dipende dalla sua capacità, come vedemmo ai tempi di Roosevelt, di dare scacco alle forze più reazionarie e di mobilitare il popolo che lo ha eletto; se lui come Roosevelt sarà capace di fare questo probabilmente avrà successo, se invece quelle forze che liquidavano ad esempio Kennedy al suo tempo, o che hanno paralizzato Clinton impedendogli dopo due mandati di fare quello che aveva promesso all’inizio del primo mandato, allora anche Obama fallirà.

[Intervista realizzata nel 2010]

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ISSN:2037-0857