philosophy and social criticism

Étienne Balibar: «Abbiamo bisogno di un contro-populismo »

Pubblichiamo qui la traduzione di un’intervista rilasciata il 2 settembre scorso da Etienne Balibar a Olivier Doubre , per la rivista “Politis” . Il filosofo torna qui a riflettere in modo stimolante, e naturalmente per cenni, sulla crisi che lacera l’Unione Europea e sul movimento francese contro la Loi Travail. Balibar si sofferma anche sulla questione del “populismo di sinistra”, che sta acquisendo una centralità sempre crescente nel dibattito interno alle forze politiche che oggi si dicono critiche, e sulle aporie della laicità.

***

Quest’anno, in Francia, è stato caratterizzato dalle mobilitazioni contro la Loi Travail, che hanno visto emergere nuovi movimenti e soprattutto Nuit Debout. Secondo lei questo apre speranze a sinistra?
Credo che il bilancio sia controverso. C’è, per definizione, qualcosa di estremamente positivo nel fatto che entri in scena una nuova generazione di cittadini e di militanti. La maggior parte di loro è giovane e quindi partecipa senza dubbio per la prima volta a un movimento collettivo di questa grandezza. Lo fanno senza dubbio con un sentimento molto forte (e giustificato) di diffidenza e di disgusto verso certe forme classiche della mobilitazione politica, comprese quelle di sinistra. Ma anche con un desiderio affermativo di esprimere e di far valere i loro stessi progetti e le loro stesse rivendicazioni.

Questo movimento è parte di quello che convenzionalmente viene sintetizzato con il termine “democrazia diretta”, che è per me una categoria fondamentalmente positiva. Tanto più che il sistema politico nel quale viviamo sta morendo. Le ragioni sono molteplici, ma la sua degenerazione accelera a una velocità straordinaria. Tra queste ragioni c’è evidentemente una congiuntura molto sfavorevole alla democrazia, ma anche l’accecamento della classe politica (compresi i suoi membri non corrotti o disonesti) rispetto ai sintomi di questa crisi. Peraltro la democrazia rappresentativa non si limita alla democrazia diretta[1]. Credo che ci troviamo in una congiuntura che alcuni chiamano “post-democratica”. Una congiuntura alla quale è quindi vitale opporre alternative che chiamo tanto “democratizzazione della democrazia” quanto “resistenza alla de-democrazia”, e che presuppongono ai miei occhi – contemporaneamente – una spinta e un’influenza che vengono dalla base.

Questo presuppone di tenere in conto i rapporti conflittuali del politico, ma anche di non mettere una croce sulla democrazia rappresentativa. Il male, infatti, non è la rappresentanza in quanto tale, ma la scomparsa pressoché integrale della capacità dei cittadini di controllare la rappresentanza stessa.

Ciò detto, è probabile che Nuit Debout termini con un sentimento di smarrimento o di scoraggiamento, infatti sul terreno politico non ne è scaturito alcun movimento cristallizzato. Anche se diffido, evidentemente, dei tentativi di recupero. Infine bisogna ricordare che il punto di partenza è stata la lotta contro la Loi Travail e che là è riapparso, in tutt’altre dimensioni, un dilemma che si era posto alla gente della mia generazione nel ’68, e cioè un assemblaggio di componenti eterogenee che non esprimono spontaneamente né lo stesso linguaggio né gli stessi obiettivi. Credo quindi che oggi rimanga un grande punto interrogativo. Ma il ruolo degli intellettuali critici è di andare fino al fondo delle questioni sollevate e di contribuire a non far spegnere la fiamma.

Nella sinistra della sinistra in questo momento si sviluppa un dibattito intorno alla questione del “populismo di sinistra”. Che cosa pensa di questa proposta?
Non tornerò qui sulla genealogia del termine “populismo”, che è molto complicata. Tanto più che il suo significato varia significativamente a seconda dei contesti continentali o nazionali. Il termine non suona allo stesso modo a seconda che si sia argentini, venezuelani, nord americani o francesi. Io stesso ho preso parte a questa discussione proponendo un contro-populismo europeo. Nei miei intenti, questo era un modo di prendere sul serio la questione posta dal populismo e di rifiutare la stigmatizzazione o il modo di squalificare il problema posto: stigmatizzazione e squalificazione che sono così frequenti da parte della classe politica e della politologia benpensante, soprattutto in Francia. E il problema posto è quello della partecipazione dei cittadini, individuale e collettiva, ivi comprese quelle forme di partecipazione che scombussolano il funzionamento sclerotizzato delle istituzioni rappresentative, e che per tutta una parte dell’establishment politico rappresentano il diavolo.

Da parte mia, ricuso questa squalificazione di principio perché penso che il problema posto sia ben reale. Anche se questo porta ad approssimarsi a formule utilizzate in precedenza dal Front National o da altri, non si può non dire che c’è della corruzione nel sistema politico, che esiste una sordità o una cecità delle élites tecnocratiche e rappresentative rispetto ai problemi della stragrande maggioranza della popolazione. E che, di conseguenza, una barriera deve essere abbattuta! Ciò detto, non bisogna nascondersi che ci sia una cattura della voce del popolo da parte di forze che a me sembrano estremamente pericolose e il cui punto comune (per dirla rapidamente) è il nazionalismo. È per questo che io parlo di contro-populismo europeo, e  penso che gli intellettuali e i militanti della sinistra critica debbano impadronirsi del problema, intendere questa voce del popolo e incidere il ferro nella piaga.

Non sono un avversario della nazione come formazione storica, ma se non facciamo nulla la protesta delle vittime della crisi economica e sociale attuale sarà confiscata, come in altre epoche, da un nazionalismo xenofobo e soprattutto incapace di far fronte alle sfide di una politica mondializzata. Se populismo significa sovranismo, nazionalismo, o porta con sé la fiducia che il protezionismo sia la soluzione a tutti i mali, è evidentemente un pericolo. Per questo dico che abbiamo bisogno di un contro-populismo di sinistra e europeo.

Dopo la crisi greca – e prima c’era stato il referendum del 2005 il cui risultato era stato disatteso – le restano ancora speranze nell’Europa?  O queste crisi successive hanno forse distrutto l’idea stessa di cittadinanza europea?
Molto volgarmente parlando, bisogna dire che siamo nella merda! Ho tentato di lavorare al problema nel mio ultimo piccolo libro. Lì spero di non avere espresso qualcosa di simile a una cieca fede filo-europea, ma ho la convinzione che i problemi economici, sociali, culturali, o morali che affrontiamo oggi si pongano all’Europa intera e che non si possa sperare di risolverli o modificarli senza abbordarli a un livello europeo[2]. Mi sembra in effetti che il contesto europeo, che peraltro è a geometria variabile, sia una componente significativa di questi problemi. Beninteso, la situazione greca (e non è la sola) è sintomatica del corso autodistruttivo nel quale si è incastrata l’Europa. Tuttavia, contrariamente a certi amici, non penso che nel progetto europeo ci fosse un futuro predeterminato che avrebbe inevitabilmente condotto a questa paralisi e a questa strumentalizzazione da parte del neoliberalismo. Anche se si deve riconoscere che questa tendenza era presente fin dagli inizi, essendo inoltre l’Europa è una creazione della guerra fredda. Effettivamente, dall’indomani del crollo dei cosiddetti socialismi reali, le élites europee si sono convinte che per le nostre società non ci fosse altro futuro possibile che il mercato privo di intralci. Il risultato è stato, al contempo, l’esplosione e la delegittimazione del progetto europeo.

Per riprendere una terminologia di alcuni compagni italiani, si vede che il momento costituente è attualmente nel limbo e assistiamo al contrario al momento destituente. Questo durerà molto e sarà lungo. Tuttavia, bisogna anche comprendere che la crisi dell’Europa non solo è una crisi di questa come costruzione sovranazionale: è la crisi dell’insieme e di ciascuna delle sue componenti, e più in generale è la crisi dei sistemi politici e sociali europei, ciascuno con le proprie caratteristiche. E ciò che si manifesta in modo molto negativo è il fatto che l’Europa non è niente di più che una sovrapposizione di 27 o 28 entità statali, ciascuna con la propria storia nazionale indipendente dalle altre, che rischierebbero di tornare alla propria autonomia se il sistema collettivo crollasse.

Oggi c’è un’interdipendenza delle economie, delle società e anche delle culture. Da qui la necessità di affrontare la questione europea simultaneamente in termini di modello sociale, di sviluppo e di capacità di influenzare il corso della mondializzazione, a livello europeo e a livello nazionale. È una strada alla quale credo più che mai nel nostro mondo di oggi.

Da un lato, abbiamo ogni sorta di progetto o di presa di posizione. Penso a Yannis Varoufakis, che dice molte cose intelligenti sull’Europa. O a Jürgen Habermas, più liberale o più riformista, che è stato estremamente coraggioso perché non l’ha fatta passare liscia a quasi nessuna delle spinte nazionaliste presenti nel suo paese. In ogni caso, sono numerosi quelli che avanzano proposte per una ridemocratizzazione transeuropea del continente, e mi sembra questa la via da seguire. Ma, da un altro lato, è difficile essere ottimisti. Comunque sia, trascurare la dimensione europea significa condannarsi all’impotenza.

In cosa consiste la crisi migratoria? In questa l’Unione europea non ha perso l’onore?
L’Europa si è disonorata nel senso che l’onore non è solamente una questione di morale, ma anche in un certo modo, un valore politico, nel quale entra in gioco la volontà – o meglio la capacità – di agire il più conformemente possibile ai principi a cui ci si appella o che si pretende di difendere.

Allora, se ci si pone la questione di sapere se l’Europa ha fatto tutto il possibile per i rifugiati, la risposta è no. Qualche mese fa, insieme ad altri, ho pubblicamente criticato Bernard Cazeneuve[3] a proposito della situazione di Calais. E lui ha sentito il bisogno di rispondermi sulla stampa per spiegare che la politica francese era allo stesso tempo efficiente e onorevole. Oggi, (dal punto di vista della superficie) sono stati distrutti due terzi del campo di Calais, tra i quali tutto il settore che raccoglieva le iniziative di auto-organizzazione messe in piedi dai migranti stessi – in collaborazione con le associazioni – per fare in modo che le  loro condizioni di vita non divengano quelle dei clochard e mantengano un minimo di dignità[4].

Evidentemente, come altrove, è proprio quello che le polizie di ogni paese vogliono evitare con ogni mezzo, infatti esse credono di poter gestire la situazione, ma non vogliono alcun interlocutore … Il risultato è che oggi la situazione è peggiore! E Bernard Cazeneuve è obbligato a tornare sul posto, come ha fatto oggi[5], solo per far fronte a una situazione che lui stesso ha creato. Inoltre, chiudendo le frontiere interne all’Europa, a Ventimiglia o a Idomeni, in modo da essere sicuri che i nostri cari vicini europei non saranno aiutati, si lascia che i greci e gli italiani se la sbroglino da soli.

Anche se presso di loro non mancano segni di solidarietà, non credo che i greci o gli italiani siano per natura migliori degli altri nei confronti dei migranti. Questi segni vogliono semplicemente dire che esistono delle risorse per non lasciarsi andare alla vigliaccheria o alla cecità, perché inoltre tutti sanno che questo problema non si arresterà dall’oggi al domani. Si tratta quindi di capire in quale misura sarebbe gestibile. E, se guardiamo alla Germania[6], dobbiamo dire che gli altri paesi europei hanno una parte di responsabilità non trascurabile nel sabotaggio dell’iniziativa tedesca.

Il fatto che Manuel Valls sia andato a Monaco, sulla scia di Viktor Orban, per dire che bisognava smettere di accogliere i migranti è stata una porcata immonda: più che l’Europa è il governo francese che in questo modo ha davvero perso l’onore.

Uno dei dibattiti più vivaci oggi in Francia è quello sulla laicità. Non è forse diventata una specie di dogma repubblicano, per non dire una religione?
In effetti credo che questo venga da lontano! Non ci si può nascondere che esista una sorta di integralismo laico che comprende certe caratteristiche religiose. C’è sempre stata una parte di dimensione religiosa nella laicità – o nella secolarizzazione, che non è del tutto la stessa cosa -, perché questa prendeva le mosse dai movimenti di riforma interni alla tradizione religiosa dell’Occidente. Ma anche perché il grande conflitto secolare tra il repubblicanesimo e il cattolicesimo affonda le sue radici nella filosofia dei Lumi e ha segnato tutto il XIX secolo francese – condizionando ogni grande questione di questa epoca, dalla questione sociale all’antisemitismo o alla questione nazionale. E questo ha portato il repubblicanesimo francese ad erigere, di fronte all’autorità religiosa, un’altra autorità intellettuale e morale secolarizzata, per la quale Auguste Comte – una delle grandi figure di questo movimento – non ha esitato a parlare di “potere spirituale”.

Così, la laicità alla francese non è semplicemente un diritto che regolamenta le manifestazioni di appartenenza e di convinzione religiosa nello spazio pubblico, e che separa più o meno completamente la Chiesa dallo Stato, ma è anche un modo di costruire questo “potere spirituale” di contro alla tradizione religiosa.

Senza negare che esista in questo un mimetismo inquietante, a me sembra che – in diversi campi – si tratterebbe soprattutto di estendere la laicità. Per esempio quando la questione è quella del diritto a morire nella dignità. Tuttavia non bisogna nemmeno nascondersi che certi aspetti della laicità francese producono un’intolleranza inversa. È quello che, in uno dei miei recenti articoli, chiamo la “laicità identitaria”, nel senso che questa equazione tra identità e laicità prende sempre più quota. Il problema è che prende quota tanto a destra quanto a sinistra, essendo un discorso comune a Manuel Valls e a Nicolas Sarkozy, ed essendo inoltre compatibile con il Front National. Non sto dicendo che tutte queste persone [e queste forze politiche, ndr] siano equivalenti, ma il fatto che abbiano trovato un linguaggio comune a me sembra particolarmente inquietante.

Ai miei occhi, la cosa più grave risiede nel discorso attualmente in voga che sviluppa la seguente equazione  – la quale comprende anche un quarto termine: Repubblica=laicità=identità=assimilazione. Ora, nel contesto attuale, il termine “assimilazione” assume delle dimensioni repressive e discriminatorie, ma anche – non bisogna esitare a dirlo – totalitarie. In questo vedo una specie di simmetria tra il discorso di un certo fondamentalismo musulmano, che mette in guardia su un’acculturazione dei musulmani, e quello dei valori laici, che invisibilizza i musulmani. Questa laicità è il nuovo linguaggio del nazionalismo francese. Proviene evidentemente dalla tradizione coloniale, ma produce quello che chiamo un “mostro politico”.

 

*Intervista raccolta da  Olivier Doubre e apparsa sul numero 1418 della rivista Politis l’8 settembre del 2016. La traduzione è di Alessandro Simoncini.

Note

[1] Cfr. E. Balibar, Démocratisations, in “Vacarme”, 76, 2016

[2] E. Balibar, Europe, crise et fin?, Paris, Le Borde de l’eau, 2016, trad. it. Crisi o fine dell’Europa, Torino, Bollati Boringhieri, 2016.

[3] Ministro dell’interno nel governo Valls II e membro del Partito Socialista francese (ndr).

[4] L’intervista a Balibar precede lo smantellamento della cosiddetta “giungla” di Calais (ndr).

[5] L’intervista ha avuto luogo il 2 settembre, giorno in cui il Ministro dell’Interno si è recato a Calais è ha annunciato lo smantellamento prossimo della parte nord della “giungla” di Calais.

[6] Balibar allude qui all’apertura manifestata dal governo tedesco, e soprattutto da Angela Merkel, nei confronti dei profughi siriani. Per uno sviluppo del tema, cfr. È. Balibar, Un conflitto oltre le frontiere, in “Il Manifesto”, 18 settembre 2015 http://ilmanifesto.info/un-conflitto-oltre-le-frontiere/ (ndr).

Cita questo articolo: Étienne Balibar: «Abbiamo bisogno di un contro-populismo », "Tysm". Published 23 novembre 2016. Last accessed 24 novembre 2017. http://tysm.org/etienne-balibar-bisogno-un-populismo/

 

tysm review
philosophy and social criticism
vol. 32, issue no. 34, november 2016
issn: 2037-0857
creative commons license this opera by t ysm is licensed under a creative commons attribuzione-non opere derivate 3.0 unported license.
based on a work at www.tysm.org

Download this article as an e-bookDownload this article as an e-book