philosophy and social criticism

Il capitolo sulla prostituta. L’opera di Louis Wolfson come Bildungsroman

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di Pietro Barbetta

 

La scrittura di Louis Wolfson è stream of consciousness schizofrenico. Quel giovane studente oggi, a una certa età, merita di essere conosciuto molto di più. Affari di lobby locali, che conosciamo benissimo, ritardano la pubblicazione della sua opera in italiano. Non intendo farla lunga con questa polemica, sappiamo quali sono gli editori che hanno i diritti e aspettiamo con pazienza.

Il procedimento di Wolfson, così lo definisce Gilles Deleuze, consiste nel trovare, per ogni termine inglese, un termine in altra lingua che lo sostituisca, nel suono e nel senso, come fonema e come morfema. Noto è il procedimento relativo alla canzone Good Night Ladies che la madre si ostina a cantare dopo avere ricevuto una pianola in regalo dal marito/patrigno. Questo esempio è stato proposto da molti, io stesso ne ho scritto sulla pagina culturale del manifesto tempo fa.

 

A un certo punto, Wolfson decide di inserire in Le schizo et les langues il capitolo sulla prostituta. Si tratta di un’interpunzione, un cambio di stile, un taglio che introduce il lettore al romanzo di formazione moderno, paragonabile al Dedalus di Joyce, al Giovane Holden di Salinger, benché in stile francese.

Non che Le schizo et les langues, nella sua interezza, sia altro da un Bildungsroman; lo è nei termini della stream of consciousness joyciana, in entrambi i casi si tratta di Etica: giochi linguistici al limite del linguaggio, così direbbe Wittgenstein. In Wolfson il gioco linguistico è addirittura raddoppiato dall’esplicitazione del gioco stesso. Gioco sul gioco, torsione della lingua madre, lingue estraniate, applicazione del gioco linguistico. Attaccamento alla (lingua) madre, madre musicista, che canta a squarciagola, madre inquirente, che irrompe nella stanza del giovane studente urlando, madre nutrice, che compra cibo in scatola ripugnante, pieno di larve.

Invero a molti è sfuggito che c’è un’altra lingua madre per il giovane studente: l’ebraico.

Lo mette in un insieme che comprende francese, tedesco, russo, danese, ecc. Però l’ebraico è la lingua del suo popolo, ci creda o meno lo stesso Wolfson, al di là delle espressioni antisemite che baluginano qui e là nel romanzo successivo: Mia madre musicista è morta…

Evitare la lingua madre inglese significa usare il procedimento. Wolfson è un Alighieri ribaltato. Nel De vulgari eloquentia Dante insegna che la lingua volgare è lingua che la nutrice parla col bambino. Siamo nell’epoca in cui, come ha scritto Gurevich, il latino ha perduto le sfumature necessarie a esprimere i nuovi sentimenti affettivi della famiglia intima e le lingue volgari lo sostituiscono. Oggi questo rischio lo corre l’inglese, quella specie di maccheronica lingua franca che viene parlata a livello internazionale, composta da un migliaio di termini, quella degli scienziati e dei signori di internet. Non quella di Shakespeare e Melville.

Nel capitolo sulla prostituta invece, di là da alcuni espedienti tecnici, lo stile è goethiano o stendahliano. Romanzo nel romanzo.

Espedienti tecnici. Come nel resto del romanzo, Wolfson parla di sé in terza persona: lo studente di lingue schizofrenico, il giovane schizofrenico. Novità tecnica, l’uso del condizionale.

 

La raison était la justesse grammaticale.  Selon un livre prestigieux de grammaire français que je possédais alors “Le Bon Usage”, quand on parle du futur (l’aventure avec la prostituée) relativement à un fait du passé (question de ma mère à propos d’un appel téléphonique éventuel, p. 73), on devrait employer le conditionnel [Wolfson L., Comunicazione personale]

 

Rileggendo il testo del capitolo (pp. 71-114), a pagina 73 appare l’incidente familiare che permette al giovane studente di creare un legame causale parallelo negli eventi, come nella grammatica. L’evento del passato è: “la questione di mia madre a proposito di una possibile chiamata telefonica”. L’ipotesi di una chiamata telefonica, ipotesi di un evento, si trasforma in un episodio a se stante: l’irruzione.

Potremmo dividere il capitolo in tre parti.

 

Prima parte all’indicativo (pp. 71 -75)

 

La madre rientra a casa: “E come fosse decisa colpir suo figlio simultaneamente con la lingua della propria bocca e quella degl’inglesi ogni volta che potesse, gli grida d’un colpo, come consapevole di trionfare, ‘C’è stata una chiamata telefonica?’”

Lo studente esterrefatto, non riesce a fare alcuna associazione tra le parole uscite dalla bocca della madre e l’ipotetico evento. In particolare la parola call (chiamata), lo inebetisce. Vocabolo clamoroso che riverbera nella testa “per un buon quarto d’ora” e gli impedisce di proseguire lo studio. Fino a quando lo stesso vocabolo call diventa, a sua volta, oggetto del solito procedimento wolfsoniano. L’autore seguita cercando vocaboli stranieri che possano proteggerlo dalla distruttività del termine call. Li trova nell’ebraico Kerîä e nel francese appel. Lae la o aperta di  Kerîä, la a e la l di appel avrebbero estinto il dolore di quei giorni. Tutt’a un tratto call si converte in una coppia terminologica  Kerîä/appel, “ […] come se si riproducesse nel suo cranio in diverse occasioni corrispondenti”.Micheal Paysden _Reperto C_ Le domande che srotolano un sussurro penetrante...

Invero nasce una seconda concatenazione del racconto, quella indicatami da Wolfson nella sua comunicazione. Si parla dell’avventura con la prostituta che avverrà nel futuro riguardo all’episodio sopra menzionato, che ha luogo nel passato. L’uso del condizionale, secondo gli ammaestramenti grammaticali del Grevisse (così è noto in Francia Le bon usage, col nome dell’autore, un po’ come da noi il Devoto-Oli) è necessario.

La questione della lingua degl’inglesi la si trova anche all’inizio dell’Ulisse di Joyce. In quel caso la scena è ribaltata. Si tratta di uno studente inglese (Haines) che parla il gaelico con la serva che porta il latte per la colazione. La serva irlandese chiede se il signore (Haines) stia parlando il francese. Non riconosce la propria lingua madre, il gaelico. Haines, figura che Stephen Dedalus tratta in maniera sprezzante, rappresenta il signore Inghilterra che si appropria dell’animo profondo della serva Irlanda, la sua lingua madre.

Il che rinvia, a sua volta, alla dialettica Padrone-Servo della Fenomenologia dello Spirito e ad alcune scene dell’omonimo film di Joseph Losey: Il servo, un servo si emancipa dal padrone e si appropria dei suoi beni, distruggendoli, attraverso l’adescamento sessuale di una sua amante, spacciandola per la sorella.

Il capitolo sulla prostituta è una perfetta riproposizione narrativa della dialettica Padrone-Serva, con tanto di coscienza infelice.

Torniamo al testo. L’inglese call è usato anche per call-girl. A partire da quel momento, per un periodo, l’eroe del romanzo, il giovane schizofrenico, prende a vagare la notte per le zone del teatro al fine di sperimentare l’amore commerciale.

Pensava:

–        visto ciò che si dice sui deleteri effetti della repressione sessuale,

–        viste le bizzarre sensazioni rettali e certe idee della medicina psicosomatica,

–        viste sopratutto le idee malinconiche, negative, nichiliste che lo studente aveva intorno alla vita e all’umanità, si poteva pensare che forse le esperienze sessuali gli avrebbero dato un certo ottimismo.

Tre ragioni extra linguistiche: i supposti effetti deleteri della repressione sessuale; una certa qual ragione rettale o anale, bizzarre sensazioni forse dovute all’assenza di rapporti sessuali; l’umor nero, la bile nera, mélas cholé.

Michael Paysden L'uomo alto guarda la luna 

Seconda parte. La dialettica Padrone/Serva (pp.75-110)

 

Dunque il giovane studente schizofrenico, il pazzo, il malato, vagando per le vie del teatro, tra la sesta e la settima avenue di Manhattan e la quarantaquattresima e la cinquantaduesima, incontrerebbe la prostituta intorno alla quarantasettesima, cinquantesima strada con la settima.

Il giovane finirebbe per sedersi, stanco di camminare, sul bordo di una fontana leggendo un romanzo medico. Dopo di lui si sarebbe seduto un giovane latino, che, quando Ch*, la figlia di gioia, si mette un po’ tra i due, potrebbe rubargliela e lasciarlo, come d’uso, frustrato. Invece no, per qualche strana ragione lui riuscirebbe a parlarle per primo. Lui che, come al solito, gironzolerebbe con un romanzo di medicina e un magnetofono senza microfono, che rassicurerebbe la giovane, che non penserebbe a lui come a un poliziotto per via dell’assenza di microfono nel magnetofono. Lei aprirebbe la borsa e ci infilerebbe visibilmente la mano destra come cercasse qualcosa, sguardo fisso nel vuoto, smarrito.

Donna bellissima e curiosa, gli chiede da dove viene perché le pare che il giovane abbia un accento straniero. Egli pensa: “Dimentico davvero l’inglese oppure si tratta della tara cerebrale?”. Lei è di Frisco. Lui le chiede se parli qualche lingua straniera, lei dice che ha studiato lo spagnolo a scuola, Frisco è vicino al Messico.

Com’è che una prostituta perde tanto tempo in chiacchiere? “Ho tempo, posso giustificare le mie dissipazioni”. Lei mostrerebbe fiducia e si negozierebbe un compenso di 15 dollari, più l’hotel e le sigarette, un bel malloppo per il giovane studente che proverebbe a negoziare un po’, ma non troppo, memore di esperienze antecedenti. La conversazione continua fino alla decisione di muoversi per raggiungere un hotel. Lei è disinvolta, attraversa semafori rossi, si passa vicino a un gruppo, che sembra deridere la coppia. Ha padronanza.

 

Ma ecco le apparizioni, gl’innesti, le digressioni interne al capitolo, romanzo nel romanzo. La prima (p. 88) mentre si spogliano:

–        Hai letto il Rapporto Kinsey

–        Potrei scrivere da me un Rapporto Kinsey

Tra il 1948 e il 1953 un gruppo di ricercatori facenti capo ad Alfred Kinsey scrisse due volumi sulla sessualità tra i maschi, primo volume, 1948, e le femmine, secondo volume, 1953. Kinsey era zoologo, negli ultimi anni della carriera, organizzò un gruppo di ricerca su comportamenti e tendenze sessuali tra i Nord-Americani, con l’introduzione di una scala di punteggi da 0 a 6 per definire, tramite una batteria di domande, la variazione dall’eterosessualità completa (punteggio 0) all’omosessualità completa (punteggio 6). La bisessualità riceve, secondo questa scala, il punteggio 3. Tale ricerca è svolta in pieno maccartismo, tempo di omofobia di Stato. Kinsey è una delle vittime della repressione ordita in quegli anni dal senatore repubblicano Joseph McCarthy. La ricerca era considerata legata al Partito Comunista e descrittiva di comportamenti osceni dall’establishment.

Il giovane schizofrenico pone la domanda mentre i due stanno perdendo la discrezione, si stanno spogliando. Momento clamoroso dell’Eros, la caduta della discrezione è descritta da George Bataille nei due termini dell’indiscrezione relativa al comune senso del pudore e del continuum di due corpi che si compenetrano, perdendo per un momento il loro involucro naturale, la pelle, che li rende distinti, unità discrete.

Il giovane pensa tra sé che Ch*, benché non possa scrivere un rapporto pieno di statistiche, realizzato da vari collaboratori, potrebbe tuttavia scrivere le sue memorie. Riflessione romantica. Poi avviene il pagamento e l’inizio della relazione.

 

Vedendo la giovane figliola rilassata, lo studente ricorda la prima esperienza con una prostituta in una seconda e lunga digressione tra parentesi (da pagina 90 a 92). In quel caso la prostituta si era mostrata assai meno rilassata, si era posizionata vicino al telefono della camera, che permetteva di connettersi all’operatore dell’hotel. Nell’usare la carezza manuale e avere riempito di sangue l’organo sessuale del cliente, la prostituta lo fa penetrare, ma il giovane, anziché goderne, inizia a sentire più acuto quel dolore rettale già descritto, che lo inebetisce. Dopo vari tentativi, il giovane chiederebbe alla prostituta di abbracciarlo, ottenendo questa risposta: “Si abbracciano i bambini, non ho abbracciato neanche mio marito”. Ma lui insiste tanto da costringerla, senza che lei si possa muovere. Poi la ricerca di un bacio, ma subito marcia indietro, il giovane abbandona la stretta. Pensa che, pur non avendo ricevuto un abbraccio da decenni, non vale la pena di abbracciare una sconosciuta, in più, riguardo ai baci, avrebbe potuto ricevere non si sa quante larve. Mollata la presa chiede invece il rimborso dei 7 dollari che aveva pagato. Lei prende la linea telefonica, lui cerca d’impedirglielo abbassando i bottoni dell’apparecchio, lei lo minaccia, lui lascia che chiami: “Fate salire A*!! (Bizzarro nome di consonanza araba)”. Entrambi corrono a vestirsi, lei apre la porta e appare A* un nero alto 1 metro e 85, robusto e ben educato.

Se non fosse per l’inglese, questa digressione tra parentesi sembrerebbe una citazione dalle parti XIII e XIV del Giovane Holden (The Catcher in the Rye) di Salinger. Scritto verso la fine degli anni Quaranta e pubblicato nel 1951, quando Wolfson aveva vent’anni, l’epoca della pubblicazione di Salinger sembra coincidere con gli anni della reclusione psichiatrica di Wolfson.

Salinger fu autore schivo, nonostante il successo del Giovane Holden si ritirò tardivamente nel New Hampshire senza avere più contatti col mondo, dal 1980 fino alla sua morte, per trent’anni. Affetto dalla medesima misantropia di Wolfson, Salinger, di soli dodici anni maggiore, è considerato tra i maggiori ispiratori della beat generation e il suo Giovane Holden il più importante romanzo di formazione nordamericano. Qualcosa che, pur essendo in inglese, nulla ha a che vedere con la lingua della madre.

Questo sedicenne, Holden Caulfield, da grande vorrebbe fare colui che salva i bambini nella segale prendendoli appena prima che cadano nel burrone. Quando la sorellina, la vecchia Phoebe glielo chiede, lui risponde:

 

Mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessuno grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo far altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. (Salinger, XXII, p. 201-202).

 

Wolfson sembra uno dei giovani caduti nel dirupo che continua l’opera di Salinger dall’abisso in cui si trova, radicalizzandola, trasformandola in un romanzo francese. La necessità di scegliere il francese, alternativo all’inglese, lo colloca come un unicum che sta al di fuori di qualsiasi tradizione letteraria. Wolfson non appartiene alla beat generation per via della lingua, né appartiene all’esperienza dell’officina di letteratura potenziale (OuLiPo) francese, benché tra i suoi primi  estimatori ci fossero Raymond Queneau e J.-B. Pontalis, psicoanalista di George Perec.georges-perec

L’opera di Wolfson è unica come gran parte dell’arte e della letteratura schizofrenica, da Antonin Artaud, fino all’Art Brut di Losanna.

 

Con Ch*, ben più dolce, rilassata e piacevole della prima prostituta, l’esperienza del coito è diversa, benché il giovane pensi, in ogni caso, al fatto che lei voglia terminare presto le operazioni.

 

Una volta dentro la ragazza, lo schizofrenico continuerebbe i suoi movimenti va-e-vieni. Ma solo dopo alcuni dei noti movimenti, si ritroverebbe immediatamente uscito dalla ragazza di “piacere”, senza aver provato alcuna gioia, alcun rapimento tra le labbra della vulva né nella vagina, le quali gli sarebbero apparse come un che di vero vuoto, un nulla, per la verità molto meno che con le due precedenti. (Le schizo p. 94)

 

Durante la conversazione successiva la ragazza si assumerebbe la colpa e chiederebbe se il giovane avesse studiato all’università, se per caso non avesse paura di lei, come a ipotizzare una classica reazione intellettuale di fronte a una prostituta o a una giovane di facili costumi. Una sigaretta. Poi una terza digressione, confessione dei progetti della giovane di piacere:

 

Sono stata accettata all’università del Texas [la seconda classificata quanto alla bellezza delle ragazze]. Voglio diventare assistente sociale psichiatrica…Vorrei lavorare nelle istituzioni correzionali e aiutare le ragazze, continuerebbe la bagascia (ivi p. 97)

 

Il giovane schizofrenico pensa che, chissà, un giorno si potrebbero incontrare, quando lui sarà arcifolle, in qualche istituzione. Ricorda quando un’assistente sociale, giovane e bella come lei, lo aveva convinto a firmare un documento che lo deteneva per un periodo di osservazione di quindici-trenta giorni in un manicomio privato di uno Stato vicino. La verità è che sarebbe stato detenuto per un mandato del tribunale sulla base della valutazione di due alienisti che lo avrebbero diagnosticato senz’alcun dubbio schizofrenico.

“Vedrai l’interno di un Istituto correzionale. Al di là di quel che immagini!”. Così pensa lo schizofrenico con sarcasmo. La prostituta d’altro canto sostiene che l’attività attuale sarà d’aiuto al suo futuro lavoro, poiché le normali assistenti sociali certo non sono in grado, né sanno come fare e non possono aiutare queste ragazze.

Non so come, il riferimento alla possibilità di incontrare di nuovo la prostituta, della quale, come vedremo nella terza parte del capitolo, il giovane schizofrenico s’innamorerà, ricorda il sogno di un paziente. L’uomo che frequenta l’analisi parte dal racconto Sette piani di Dino Buzzati, che aveva riletto poche settimane prima. Il racconto parla di un uomo che si fa ricoverare al settimo piano di una clinica per la cura della tubercolosi, il settimo piano è quello riservato a coloro che sono quasi sani, là per semplici osservazioni, in via di dimissione. Il resto del racconto è bene non raccontarlo e non è significativo ai nostri fini. Ma ecco il sogno.

 

Sono ricoverato, schizofrenico, in una clinica di sette piani e la mia infermiera è una giovane di cui, nella realtà, mi ero innamorato anni addietro, una donna sessualmente disinibita, insomma diversa da me. La donna [un po’ come la giovane di piacere di Wolfson] non è solo la mia infermiera, ma si prende cura di me, cura sessuale benché nel sogno, come nella realtà con lei, io sia appena sufficiente. Mentre passeggiamo a braccetto nel giardino della clinica, si affaccia, dal settimo piano, uno psichiatra in camice bianco, aria altera, da vero narciso. Ordina alla donna di salire subito da lui. Cerco di trattenerla, con dolcezza si libera di me per obbedire all’ordine. Quando è sopra si affaccia alla medesima finestra dove prima era uscito lo psichiatra. Da là viene presa da dietro dallo psichiatra e mostra evidenti segni di godimento, benché malinconico, come a significare: il mio amore sei tu, ma chi mi scopa è lui. Poi riscende, io le chiedo quante volte è venuta, lei risponde sei.

 

wolfson20Venne alla luce che sei in latino è sex, e che nelle pagelle italiane sex è la sufficienza, non di più. Questo meccanismo nevrotico sembra sostituire il meccanismo schizofrenico wolfsoniano dell’insufficienza generalizzata. Se il nevrotico si sente appena sufficiente nello svolgere il suo compito, e il narcisista eccellente, lo schizofrenico si ritiene insufficiente, al di sotto del minimo in tutto. Queste sensazioni segnano le figura della discrezione, della megalomania e dell’ignominia. Per questo paziente, colto e sofisticato, la schizofrenia è un di là dal limite invalicabile, per il narcisista un stato deprecabile, per lo schizofrenico una condizione esistenziale. Il clinico confonde spesso l’io megalomanico del narcisista con quello dello schizofrenico. Di fatto sembrano figure ribaltate, cieche l’una all’altra, distanze siderali, la prima si pasce nella propria sprezzante megalomania (manageriale, politica, dirigenziale, oratoria, fisica), l’altra nel ripudio di sé. In questo senso le due figure hanno un punto di accordo: il disprezzo profondo per la schizofrenia, relazione chiave, colta dal sogno, psichiatra/schizofrenico, un legame secondo il quale alla sottrazione della Serva schizofrenia, il Padrone narcisismo si va dissolvendo.

L’opera di Wolfson è un capolavoro d’insufficienza geniale, esprime la schizofrenia nella sua massima espressione letteraria.

Le poche righe di descrizione dell’istituto correzionale ricordano anche il Castello di Silling di  Sade. Nelle Centoventi giornate di Sodoma si compone un paradosso futuro. Se la società del crimine è composta da un manipolo di libertini che godono a fare il male, l’unità psichiatrica descritta da Wolfson lascia trasparire il medesimo intento, solo velato da una ipocrita patina medica. Negli stessi anni di scrittura di questo romanzo incominciano a svilupparsi le riflessioni di Michel Foucault, Franco Basaglia, Ronald Laing intorno al macchinario d’internamento psichiatrico. La filosofia libertina, così com’è posta da Sade, in modo estremo, non lascia dubbi. Il racconto non è che il disvelamento di quanto accade al paziente schizofrenico, vittima psichiatrica, rinchiusa, malmenata, legata al letto, incapsulata dentro la camicia di forza, sottoposta a continui, ripetuti, dannosi elettroshock.

 

La quarta digressione riguarda la lingua francese e il Canada. Qui lo studente schizofrenico è  profetico. La prostituta dichiara la propria simpatia per il giovane studente, “tu mi piaci”, lui pensa che un suo trasferimento a Montreal, parlando il francese, lo avrebbe aiutato nel coito, coito francese. Si parla della percentuale di francofoni a Montreal. D’un tratto il giovane pensa a Radio-Canada, radio che ascolta regolarmente con uno stetoscopio per ripararsi dall’inglese.

A Montreal si tiene un’Esposizione universale e internazionale. Lo studente si riferisce a quella del 1967. In quell’anno si tenne un concorso con le seguenti regole:

  1. Il concorso è dedicato a tutti gli ascoltatori dell’emittente non residenti in Canada, ogni concorrente non può che dare una sola risposta;
  2. Si tratta di scrivere un testo di 1000 parole sul tema “Terra degli uomini”, in una delle 11 lingue che vengono parlate da Radio Canada.
  3. Il concorso distribuirà 12 premi consistenti in un soggiorno settimanale a Montreal per due persone, ecc., ecc.

Questa la prima parte del componimento disgustoso dello psicotico, corredato da commenti a latere in parentesi quadre:

 

L’uomo è un animale abbastanza diffuso su questo pianeta, che può fare tutti i tipi di circonvoluzioni tecniche a causa del suo cervello molto (se non troppo) sviluppato e connotare la sua presenza attraverso una serie di iscrizioni (camini, abitazioni, isole artificiali! [questa sarebbe un’allusione al fatto che l’Expo si trova su due isole in gran parte artificiali]…). [Naturalmente cancellerebbe, per non uscire dal limite delle 1000 parole, barriere e laghi, officine e sfruttamenti minerari, chiuse e cimiteri, ospedali e carceri] (ivi. P 101)

 

Componimento premonitore. Non infrequente tra l’opinione pubblica anglosassone illuminata degli anni Sessanta.

La riflessione critica continua per alcune pagine, finché non giunge a un afflato lirico che ricorda lo stasimo dell’Antigone. Così Wolfson:

 

…l’Uomo, col suo cervello così sviluppato, ha compiuto cose straordinarie. Ha costruito case e villaggi,  città ove si sarebbero concentrate diverse attività (amministrative, commerciali, industriali, intellettuali, religiose, sociali). Migliora i mezzi di produzione, distribuzione e preparazione degli alimenti. Fa arretrare la barriera boschiva di oltre la metà della sua primitiva estensione. Fa egualmente arretrare [‘il mare e’ sarebbe omesso] le barriere climatiche… (ivi, p. 103)

 

Così l’inizio dello stasimo:

 

Molti sono i prodigi [deinà: i disastri, le meraviglie, le inquietudini, ecc.]

e nulla è più prodigioso [deinoteron]

dell’uomo,

che varca il mare canuto

sospinto dal vento tempestoso del sud,

fra le onde penetrando

che infuriano d’attorno

e la più eccelsa fra gli dei,

la Terra imperitura infaticabile,

consuma […]

 

Stasimo ove la parola greca deinoteron, tra i deinà, designa l’uomo come il maggiore di tutti, il più consumatore di terra. Nel dibattito di molti (si veda il testo di George Steiner, Le Antigoni),  sulla traduzione del termine deinon, sorgono non poche ambiguità. Mi pare che nella visione wolfsoniana della Terra degli uomini la parola esatta venga fatta oscillare, tra straordinario e distruttivo, piuttosto ironicamente su distruttivo. La questione si fa interessante: le osservazioni di Wolfson in questa digressione denotano una posizione critica premonitrice, Wolfson, in una sorta d’ispirazione sofoclea, descrive nel 1967 quanto sta davvero accadendo. Un Pasolini criptico!

 

Terza parte (pp. 110-114)

 

La terza parte del capitolo scioglie la tensione dell’incontro con la prostituta. La Serva si libera dal Padrone, si allontana dolce, ma il Padrone non riesce a fare a meno della Serva. Mentre il giovane studente cerca di riallacciare i rapporti con Ch*, lei lo ripudia stoicamente.

Al termine dell’incontro, prima del commiato, la giovane prostituta avrebbe dato allo studente il proprio numero telefonico, invitandolo a chiamarla. Il pensiero di una possibile menzogna lo consola con l’idea di poterla comunque ritrovare nei dintorni.

Dopo l’esperienza, nel tempo, lo schizofrenico avrebbe ripreso uno dei suoi sintomi somatici. Questo sintomo, che abbiamo già menzionato, è stato sottovalutato dalla maggioranza dei critici dell’opera di Wolfson. Lo studente definisce queste sensazioni tic: gli sfinteri anali, i muscoli del perineo si sarebbero contratti e rilassati in modo ritmico, provocando un piacere erotico proveniente dall’ano nella fase del rilassamento. Sembrerebbero essere la conseguenza della separazione delle superfici di questi organi intestinali che produrrebbe una sorta di orgasmo anale così definito dall’autore:

 

Il quale orgasmo sarebbe accompagnato da una serie di contratture muscolari di breve durata che si producevano da qualche massa muscolare (volontaria) striata, il quale orgasmo avrebbe preceduto, almeno per qualche secondo, tutta quella bizzarra sensazione anale o rettale, sensazione senza dubbio scatenata dal tic iniziale. (ivi p. 110)

 

Per questo il giovane si reca presso uno specialista che, dopo averlo visitato, gli parla di attacchi isterici, consigliandogli di visitare un alienista o un neurologo.

Come noto l’Aufhebung della dialettica Padrone-Servo, prima dell’incontro con la coscienza infelice, passa attraverso lo stoicismo, che in questo caso è la prostituta, e lo scetticismo, che appartiene al medico internista. Costui non vede alcun danno alle pareti dello stomaco, consiglia appunto un alienista, scettico per definizione: vede sempre qualcos’altro.

La schizofrenia coinvolge anzitutto il corpo, non si tratta mai di organismo, bensì di organi senza corpo, frammenti che significano, che costituiscono un corpo rizomatico, senza schema, irriducibile all’analisi razionale del medico, corpo teatrale, ecoprassico, paraprassico, enigmatico. Storia in cui i muscoli involontari si trasformano in volontari e viceversa, due pareti dell’intestino si attaccano, ma non si riesce a infilare il braccio nella giacca.

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Il giovane studente chiama il numero della figlia di piacere, sorpreso incontra la sua voce, ma un rifiuto netto. La incontra ancora per strada, parlandole, e prova a chiamarla ancora alcune volte, ma il rifiuto è ancor più deciso, l’atteggiamento disgustato, come se il racconto antecedente fosse una sorta d’illusione. Eppure fu lei a dargli il suo telefono, quindi non può essere che si fosse trovata così male. Di fatto la prima volta che la incontra per strada il giovane si troverà di fronte a un “Pouah!” ripetuto, la donna non gli rivolge neppure la parola.

L’ultimo incontro avviene a un picnic della gioventù Israelita di Lingua Francese sulla Riverside Drive, al Riverside Park. Là la rivede a braccetto di un bel biondo, i loro occhi si sarebbero incrociati, il giovane turbato, con le ginocchia tremanti, si sarebbe seduto su una panchina, lei avrebbe detto qualcosa all’amico che si gira e guarda, poi lui avrebbe cercato, senza successo di seguire la coppia.

 

Sia come sia, durante la settimana del rientro universitario, Ch*** sarebbe scomparsa dal suo hotel garni in debito di tre settimane d’affitto, più cinquanta dollari, senza forse contare le chiamate telefoniche. (ivi, p. 114)

 

La coscienza infelice, figura ebraica per eccellenza della dialettica hegeliana, risponde a una Spaltung tra finito e infinito, da qui emerge la figura del mistico. Il carattere mistico della schizofrenia in Louis Wolfson.

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Le illustrazioni (esclusi Wolfson e Perec) sono di Michael Paysden http://www.paysden.net/

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tysm literary review, Vol 4, No. 7 – July 2013

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How to cite this article/Come citare questo articolo:

Barbetta, Pietro (2013), “Il capitolo sulla prostituta. L’opera di Louis Wolfson come Bildungsroman”, Tysm Review, Vol. 4, No. 7 (July 2013) Available at:http://tysm.org/?p=9766

 

 

 

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