philosophy and social criticism

Antropocene, capitalismo fossile, capitalismo verde, eco- socialismo. Dov’è l’uscita?

Michael Löwy

Negli Stati Uniti, le pubblicazioni di ecologia critica si rivolgono a un pubblico in crescita, come testimonia il successo dell’ultimo libro di Naomi Klein (This Changes Everything).  All’interno di questo campo si sviluppa anche, e sempre di più, una riflessione ecosocialista di ispirazione marxista alla quale si iscrivono i due autori qui recensiti.

Uno dei promotori attivi di questa corrente di pensiero è la Monthly Review, insieme alla sua casa editrice. È quest’ultima a pubblicare il libro importante, e assai attuale, sull’Antropocene di Ian Angus, ecosocialista canadese e editore della rivista on line Climate and Capitalism. Si tratta di un libro salutato con entusiasmo tanto da scienziati come Jan Zalasiewicz o Will Steffen – tra i principali promotori dei lavori sull’Antropocene – quanto da ricercatori marxisti come Mike Davis e Bellamy Foster (1), o da ecologisti di sinistra come Derek Wall dei Verdi inglesi.

A partire dai lavori del chimico Paul Crutzen – premio Nobel per le scoperte sul buco dell’ozono -, del geofisico Will Steffen ed altri, la conclusione che siamo entrati in una nuova era geologica distinta dall’Olocene comincia a essere largamente ammessa. Il termine “Antropocene” è il più utilizzato per designare questa nuova epoca, che si caratterizza per i profondi cambiamenti nel sistema-terra risultanti dall’attività umana. La maggior parte degli specialisti sono d’accordo sul datare l’inizio dell’Antropocene alla metà del XX secolo, quando si innesca una “Grande Accelerazione” dei cambiamenti distruttivi: i 3/4 delle emissioni di CO2 hanno luogo a partire dal 1950. Il termine Anthropos non significa che tutti gli umani sono responsabili allo stesso modo di questo mutamento drammatico e inquietante: gli studi dei ricercatori mostrano chiaramente la schiacciante responsabilità dei paesi più ricchi, i paesi dell’OCSE.

Si conoscono anche le conseguenze di queste trasformazioni, in particolare il mutamento climatico: elevazione della temperatura, moltiplicazione degli eventi climatici estremi, innalzamento del livello dei mari che rischia di sommergere le grandi città costiere della civiltà umana, ecc. Questi cambiamenti non sono graduali e lineari, possono essere molto bruschi e disastrosi. Questa parte del dossier mi sembra poco sviluppata: Ian Angus menziona questi pericoli, ma non discute, in modo più concreto e dettagliato, delle minacce che gravano sulla sopravvivenza della vita nel pianeta.

Che cosa fanno i poteri costituiti, i governi del pianeta, in particolare quelli dei paesi ricchi, principali responsabili della crisi? Angus cita il feroce commento di James Hansen, climatologo della NASA, sulla COP21 di Parigi (2015) : “a fraud, fake […], just bullshit”  (difficile da tradurre …) (2). In effetti, se tutti i paesi presenti alla Conférenza delle Parti sul cambiamento climatico mantenessero le loro promesse – assai poco probabile visto che gli accordi di Parigi non prevedono alcuna sanzione – non potremmo comunque evitare un aumento della temperatura del pianeta superiore ai 2°C : il limite ufficialmente ammesso che non bisognerà in alcun caso superare, se si vuole evitare un processo irreversibile e incontrollabile del surriscaldamento globale. In realtà il vero limite sarebbe piuttosto quello di 1,5°C, come hanno ammesso gli stessi partecipanti della COP21 (3). Conclusione di Naomi Klein: c’è ancora tempo per evitare un surriscaldamento catastrofico, ma non nel quadro delle regole attuali del capitalismo.

Ian Angus condivide questa diagnosi, quasi alla lettera, e dedica la seconda parte del suo libro alla radice del problema: il capitalismo fossile. Se le grandi imprese e i governi continuano a gettare carbone nelle caldaie del treno folle (run-away train) della crescita non a causa della “natura umana”, ma perché si tratta di un imperativo essenziale del sistema capitalista stesso. Il capitalismo non può esistere senza crescita, espansione, accumulazione dei profitti, e quindi distruzione ecologica. Ora, questa crescita è fondata da circa due secoli sulle energie fossili, che concentrano oggi più investimenti di qualsiasi altro settore della produzione – per non parlare delle generose sovvenzioni elargite dai governi.

Le sole riserve di petrolio rappresentano più di 50 mila miliardi di dollari: non si può contare sulla buona volontà di Exxon e Cie di rinunciare a questa manna. Per non parlare degli altri settori della produzione – automobili, aerei, plastiche, chimica, autostrade, ecc. – strettamente connessi al capitalismo fossile. L’1%, che controlla tante ricchezze quanto il 99% restante dell’umanità, concentra nelle proprie mani sia il potere economico che quello politico: ecco la ragione del clamoroso fallimento delle “conferenze internazionali” sul cambiamento climatico, che finiscono sempre – con le parole di James Hansen – in bullshit (cazzate).

Qual è l’alternativa? Non si può più ritornare all’Olocene, osserva Angus. L’Antropocene è già iniziata, questo dato non è reversibile. Il cambiamento climatico già in corso durerà migliaia di anni. L’urgenza è quella di rallentare la corsa suicida promossa dal sistema, tramite un ampio movimento che coalizzi tutti quelli che sono pronti a unirsi nella lotta contro il capitalismo fossile e il cambiamento climatico globale – sperando che in futuro sia possibile sostituire il capitalismo con una società solidale: l’ecosocialismo. La Conferenza dei popoli contro il cambiamento climatico e in difesa della Madre Terra in Bolivia (2010) – che ha coalizzato decine di migliaia di indigeni, contadini, sindacalisti, lavoratori – è l’esempio concreto di un movimento di questo genere.

Che cosa accade nel campo dei sostenitori del socialismo? Ian Angus sottolinea che l’Unione Sovietica era un incubo ecologico, in particolare dopo che Stalin ha liquidato gli ecologisti sovietici (questa sezione del libro avrebbe meritato maggiore sviluppo). Alcuni socialisti criticano quello che chiamano il “catastrofismo” degli ecologisti, altri pensano che l’ecologia sia un diversivo rispetto alla “vera” lotta di classe. Gli ecosocialisti non sono un blocco omogeneo, ma condividono la convinzione che una rivoluzione socialista effettiva non può che essere ecologica e viceversa. Sanno anche che occorre guadagnare tempo: la lotta per rallentare il disastro, ottenendo vittorie parziali contro la distruzione capitalista, e quella per un futuro ecosocialista, fanno parte di uno stesso processo integrato.

Quali chance esistono per una simile lotta? Non c’è nessuna garanzia, constata sobriamente Angus. Il marxismo non è un determinismo. Nel Manifesto del partito comunista Marx  e Engels scrivevano che la lotta di classe può portare a una trasformazione rivoluzionaria della società o alla “comune rovina delle classi in lotta”. Nell’Antropocene questa “comune rovina” – la fine della civiltà umana – è una possibilità reale. La rivoluzione ecosocialista non è affatto inevitabile. Bisognerà essere capaci di costruire un ponte sullo iato che esiste tra la rabbia spontanea di milioni di persone e l’inizio di una trasformazione ecosocialista. Conclusione dell’autore di questo libro stimolante e mirabilmente documentato: se lottiamo, possiamo perdere; se non lottiamo perderemo di certo.

Richard Smith non discute dell’Antropocene, salvo in una frase del libro che riassume i suoi intenti: siamo entrati nell’Antropocene, cioè “la Natura non comanda più sulla Terra. Comandiamo noi. È tempo di cominciare a prendere decisioni coscienti e collettive”.

Il suo libro è molto più che una critica del “capitalismo verde”, come suggerisce il titolo. È una raccolta di saggi in ordine un po’ sparso e con qualche ripetizione, ma l’insieme è di ammirevole coerenza e rigore. Si potrebbe iniziare dalla diagnosi: nel maggio 2013 l’osservatorio di Mouna Loa nelle Haway ha constatato che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera supera le 400 ppm  (parti per milione). Non raggiungeva un simile valore dal Pleistocene,  tre milioni di anni fa, quando la temperatura era di 3° o 4°C più elevata di oggi; l’Artico non aveva ghiaccio e il livello del mare era di 40 metri più alto che oggi. I luoghi che oggi chiamiamo New York,  Londra,  Shanghai, erano in fondo al mare. I climatologi non cessano di moltiplicare gli avvertimenti: se non arrestiamo a breve le emissioni di gas serra, andremo verso un surriscaldamento globale incontrollabile e irreversibile, che avrà per risultato il collasso della nostra civiltà e forse la nostra estinzione come specie.

Ora, che cosa sta succedendo invece? Business as usual, non solo in questi ultimi anni le emissioni non sono diminuite ma non smettono di aumentare, infrangendo ogni anno nuovi record. Si continuano ad estrarre le energie fossili, e le si va pure a cercare molto lontano, nelle profondità dell’oceano o nelle sabbie bituminose. In breve, lo spirito dominante può essere riassunto con la formula “dopo di me il diluvio”.

Di chi è la colpa? Come Ian Angus, Richard Smith indica chiaramente il responsabile del disastro: il sistema capitalista e il suo bisogno imperativo, incontenibile, insaziabile di “crescita”. La crescita non è una mania, un capriccio, un’ideologia: è l’espressione razionale delle esigenze della riproduzione capitalista. “Crescere o morire” è la legge della sopravvivenza nella giungla del mercato competitivo capitalista. Senza sovraconsumo, niente crescita; e senza crescita è la crisi, la rovina, la disoccupazione di massa. Anche un economista “dissidente” come Paul Krugman finisce per rassegnarsi al consumismo. Scrive: “è una corsa di topi, ma sono proprio questi topi che corrono nella loro gabbia, nel loro rattodromo, a far girare gli ingranaggi del commercio”.

Molto semplicemente, è la logica del sistema. Di qui il fallimento delle conferenze internazionali del “capitalismo verde”, delle Borse dei diritti di emissione, delle tasse ecologiche, ecc. Come cinicamente diceva l’economista neoliberale ortodosso Milton Friedman,  “le corporations sono in affari per fare denaro, non per salvare il mondo”. Conclusione di Richard Smith: se vogliamo salvare il mondo, dobbiamo sottrarre il potere sull’economia alle corporations. “O salviamo il capitalismo, o salviamo noi stessi. Non possiamo salvare entrambi”. Il capitalismo è una locomotiva inarrestabile, che rade al suolo interi continenti di foreste, che divora oceani di fauna e di flora, che dissesta il clima e che avanza rapidamente verso un abisso: la catastrofe ecologica. Di qui la critica di Smith alle illusioni degli economisti e degli ecologisti che sostengono il “capitalismo verde” (numerosi negli Usa ma anche in Francia!) – questo “dio che ha fallito” – o una “decrescita” rispettosa delle regole del mercato e della proprietà privata (è il caso di Herman Daly [4]) .

Che fare? Non esistono soluzioni “tecniche” o interne al quadro del mercato. Bisogna ridurre drasticamente, in un lasso di tempo assai breve, l’utilizzo delle energie fossili, non solo per la produzione di elettricità, ma anche nei trasporti, nel riscaldamento, nell’industria, nell’agricoltura produttivista, ecc. E siccome Exxon, British Petroleum, General Motors, etc., non hanno nessuna voglia di suicidarsi economicamente, e nessun governo capitalista ha l’intenzione di forzarli in quella direzione, bisogna che la società stessa prenda in mano i mezzi di produzione e di distribuzione, e riorganizzi l’intero sistema produttivo – garantendo un impiego degno a tutti i lavoratori, le cui imprese sarebbero altrimenti votate alla scomparsa o al drastico ridimensionamento.

Non basta sostituire le energie fossili con quelle rinnovabili. Bisogna ridurre sostanzialmente la produzione e il consumo (“decrescita”). Secondo Richard Smith, i 3/4 dei beni oggi prodotti sono inutili, o gravati dall’obsolescenza programmata. Se si smette di produrre per accumulare profitto, ma lo si fa per soddisfare i bisogni, si potranno fabbricare prodotti utili, durevoli, riparabili, adattabili, che possono essere utilizzati per decine di anni – “come la mia vecchia VW 1962, che va ancora”, aggiunge.  Sarà così assegnata priorità ai bisogni sociali ed ecologici, che oggi sono trascurati o sabotati: salute, educazione, alloggio (ma a norma ecologica), cibo sano e biologico. Si potrà lavorare molte meno ore e si godrà di vacanze più lunghe.

Ma tutto questo richiede la capacità di rompere radicalmente con il sistema capitalista, di sottrarre ai proprietari privati il controllo dell’economia, e di pianificare quest’ultima secondo modalità democratiche: quelle dell’ecosocialismo. Si potranno eleggere commissioni del piano a livello locale, regionale, nazionale, continentale e, presto o tardi, internazionale. E le grandi decisioni potrebbero essere prese dalla popolazione stessa: automobile o trasporti collettivi? Nucleare o uscita dal nucleare? E così via. Si tratta di sostituire la “mano invisibile” del mercato – la quale non può che perpetuare il business as usual – con la mano visibile delle decisioni democratiche della società. Una simile pianificazione democratica si colloca agli antipodi di quella triste caricatura burocratica che era la “pianificazione centrale” dell’estinta Unione Sovietica (perfettamente autoritaria se non totalitaria). Si tratta piuttosto del progetto di un’altra civiltà, una civiltà eco socialista.

L’esposizione di Richard Smith è perfettamente coerente. La sola critica che gli muovo è l’assenza di mediazioni. Come passare dal treno suicida della civiltà capitalista a una società ecosocialista? È una questione troppo poco indagata nel suo libro.

Qui, il punto di partenza non può che essere rappresentato dalle attuali mobilitazioni, da ciò che Naomi Klein chiama Blockadia: le lotte degli indigeni e degli ecologisti canadesi contro le sabbie bituminose, le lotte negli Stati Uniti contro gli oleodotti (la pipeline XL è stata bloccata [5]), quelle in Francia (provvisoriamente vittoriose) contro il gas da scisto, quelle delle comunità indigene dell’America Latina contro le multinazionali petrolifere o minerarie, ecc. Queste lotte – locali, regionali o nazionali – sono fondamentali sotto molti aspetti: a) permettono di rallentare la corsa verso l’abisso; b) rivelano il valore della lotta collettiva; c) favoriscono le prese di coscienza anti-sistemiche (anticapitaliste).

Per fortuna nell’ultimo paragrafo del suo libro Richard Smith si interessa a questa dimensione concreta della lotta per l’ecosocialismo, accogliendo con favore lo sviluppo “ovunque nel mondo di lotte contro la distruzione della natura, le dighe, l’inquinamento, lo sviluppo eccessivo, le fabbriche chimiche e le centrali termiche, l’imposizione degli OGM, la privatizzazione delle terre comuni, dell’acqua e dei servizi pubblici, la disoccupazione capitalista e la precarietà […]. Oggi – continua Smith – si registra una crescente ondata di “risveglio” globale delle masse – quasi una sollevazione di massa. Questa insurrezione globale è ancora agli inizi, non è certa del proprio avvenire, ma i suoi istinti democratici radicali sono – credo – l’ultima e la migliore speranza dell’umanità”.

 

* L’articolo è stato pubblicato sul numero 44, 2017 della rivista Ecorêv. La traduzione è di Alessandro Simoncini.

NOTE

(1)    Di questo autore cfr. il recente Trump and Climate Catastrophe, in “Monthley Review”, 68, 9, 2017; tr. it., Trump, il capitalismo fossile e la catastrofe climatica (ndt).

(2)    “Una frode, un falso […], solo cazzate” (ndt).

(3)    Cfr. M. Löwy, Cop 21: il miracolo, Tysm (ndt).

(4)    Professore di politiche pubbliche dell’Università del Maryland, Daly è stato tra i più influenti economisti del Dipartimento Ambientale della Banca Mondiale ed è uno dei maggiori sostenitori del cosiddetto “sviluppo sostenibile” (ndt).

(5)    Si allude qui al progetto Keystone XL relativo alla costruzione di un grande oleodotto capace di condurre il petrolio estratto dalle sabbie bituminose canadesi alle coste texane del golfo del Messico. Klein ne parla in unaintervista, oltre che nel suo ultimo libro This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate, New York, Simon&Schuster, 2014; trad. it., Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Milano, Rizzoli, 2015 (ndt).

 

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