philosophy and social criticism

Carl Schmitt aveva ragione?

Raffaele K. Salinari

Dopo la chiamata alle armi contro lo Stato islamico e la conseguente definizione di «guerriero crociato» riferita al nostro ministro degli Affari Esteri (e della cooperazione), e conseguentemente di nazione nemica riferita all’Italia, gli analisti nazionali portavoce degli interessi superiori dell’economia si sono scatenati in una ridda di articoli che tendono a riconfigurare le priorità della politica estera europea, e nazionale, nei termini di una rinnovata «guerra globale contro il terrorismo».

L’idea di fondo, comune alla grande stampa mainstream, è quella che l’Europa deve «ripensare la guerra»; dopo più di settanta anni di pace, infatti, questa prosecuzione della politica con altri mezzi, come diceva Clausewitz, si presenta oramai come una alternativa concreta alle inconsistenti manovre diplomatiche finalizzate a circoscrivere le varie crisi in atto, in particolare quelle inerenti il fondamentalismo islamico. E allora sarebbe utile, per questi apprendisti stregoni, ricordare loro le riflessioni di Carl Schmitt contenute nel suo Nomos della terra, un testo fondamentale per chi voglia capire, dalla parte di un pensiero conservatore, se non francamente reazionario, e dunque in linea con quello attuale e prevalente, l’evoluzione, o meglio l’involuzione, di questo strumento geopolitico.

La riflessione si apre con il 2 aprile 1917, l’entrata in degli Usa nella Prima Guerra Mondiale. Sono le motivazioni «umanitarie» quelle che colpiscono di più l’autore tedesco; infatti, Wilson impegna gli Stati uniti contro «la guerra navale tedesca, condotta contro tutte le nazioni del mondo, ovvero contro l’umanità». Questa è la motivazione morale che spinge il Presidente americano ad impegnare la sua nazione per «garantire attivamente la libertà dei popoli e la pace mondiale».

A partire da questa analisi, dove sono già contenuti tutti gli elementi portanti della fase geopolitica che stiamo vivendo – denuncia di una guerra di una parte contro tutta l’umanità, il relativo giudizio morale, la volontà di portare libertà e pace a tutti i popoli della terra — la Germania veniva dichiarata hostis generis humani – espressione sino ad allora normalmente usata per la criminalità organizzata internazionale come la pirateria – e dunque considerata un nemico nei confronti del quale «la neutralità non è né moralmente legittima né praticabile». Oltretutto, con quelle motivazioni, gli Stati uniti si erano attribuito il potere di decidere su scala internazionale quale parte belligerante avesse ragione e quale torto.

La conclusione di Schmitt è che la Prima Guerra mondiale, dopo l’entrata in gioco degli Usa sulla base di queste motivazioni, aveva cessato di essere una classica guerra interstatale, e si era trasformata in una «guerra civile mondiale» (Weltbürgerkrieg), secondo un modello destinato ad affermarsi e a coinvolgere l’intera umanità.

Le riflessioni di Schmitt si compongono in una finale, abissale, profezia: l’avvento di una «guerra totale asimmetrica e di annientamento», condotta da grandi potenze dotate di mezzi di distruzione di massa, in primis dalle potenze capitalistiche e liberali anglosassoni.

Queste riflessioni delineano già la realtà odierna che è proprio quella della guerra negata dal punto di vista giuridico, se non come forma di polizia internazionale in capo alle Nazioni Unite, e della sua simmetrica trasformazione e «globalizzazione» in forme irriducibili a qualunque definizione coerente.

Venendo più in specifico alle «guerre umanitarie»: «Wer Menschheit sagt, will betrügen»: chi dice umanità cerca di ingannarti.

Questa è la massima che Schmitt propone già nel 1927 in Begriff des Politischen per esprimere la sua diffidenza nei confronti dell’idea di uno Stato mondiale che comprenda tutta l’umanità, annulli il pluriverso (Pluriversum) dei popoli e degli Stati e sopprima la dimensione stessa del loro politico. E a maggior ragione Schmitt si oppone al tentativo di una grande potenza – l’ovvio riferimento è agli Stati uniti – di presentare le proprie guerre come guerre condotte in nome e a vantaggio dell’intera umanità.

Se uno Stato combatte il suo nemico in nome dell’umanità, la guerra che conduce non è necessariamente una guerra dell’umanità.

Quello Stato cerca semplicemente di impadronirsi di un concetto universale per potersi identificare con esso a spese del nemico. Se analizziamo con lo sguardo anticipatore di Schmitt la guerra all’Iraq, quella all’Afghanistan dopo l’11 settembre, la conseguente dichiarazione della «guerra permanente globale contro il terrorismo» e la classificazione unilaterale degli Stati canaglia, vediamo come tutte queste forme della guerra asimmetrica contemporanea, compresi gli atti di terrorismo a fini politici, siano stati ampiamente previsti e prevedibili sin dal secolo scorso.

In prospettiva dunque, prosegue Schmitt, l’asimmetria del conflitto avrebbe esasperato e diffuso le ostilità: il più forte avrebbe trattato il nemico come un criminale, mentre chi si fosse trovato in condizioni di irrimediabile inferiorità sarebbe stato di fatto costretto ad usare i mezzi della guerra civile, al di fuori di ogni limitazione e di ogni regola, in una situazione di generale anarchia. E l’anarchia della «guerra civile mondiale», se confrontata con il nichilismo di un potere imperiale centralizzato, impegnato a dominare il mondo con l’uso dei mezzi di distruzione di massa, avrebbe potuto alla fine «apparire all’umanità disperata non solo come il male minore, ma anzi come il solo rimedio efficace».

In una delle ultime pagine di Der Nomos der Erde Schmitt scrive:

«Se le armi sono in modo evidente impari, allora decade il concetto di guerra simmetrica, nella quale i combattenti si collocano sullo stesso piano. È infatti prerogativa della guerra simmetrica che entrambi i contendenti abbiano una qualche possibilità di vittoria. Se questa possibilità viene meno, l’avversario più debole diventa semplice oggetto di coazione. Si acuisce allora in misura corrispondente l’ostilità fra le parti in guerra. Chi si trova in stato di inferiorità sposta la distinzione fra potere e diritto nell’ambito del bellum intestinum. Il più forte vede invece nella propria superiorità militare una prova della sua justa causa e tratta il nemico come un criminale. La discriminazione del nemico e la contemporanea assunzione a proprio favore della justa causa vanno di pari passo con il potenziamento dei mezzi di annientamento e con lo sradicamento spaziale del teatro di guerra. Si spalanca così l’abisso di una discriminazione giuridica e morale altrettanto distruttiva».

La descrizione della realtà attuale, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Siria al Libano, sembra essere ritagliata esattamente su queste «profezie» di Carl Schmitt che altro non dicono se non che il futuro deriva dal passato. E dunque, se così è, dobbiamo anche pensare che il nostro presente di «guerre umanitarie» di indefinite «missioni militari di pace» di emergenze umanitarie che altro non sono che situazioni di mancato sviluppo deliberatamente lasciate incancrenire al fine di farne, appunto, un casus belli umanitario, vanno riflettute e ripensate all’interno di cornici radicalmente diverse dalle attuali, pena la geometrica ascesa della barbarie.

Eppure, forse guardando ancora più avanti, consapevole delle sfide future e degli orrori passati e presenti che, nell’estate del 1950, chiudendo la prefazione a Der Nomos der Erde, Schmitt scrive: «È ai costruttori di pace che è promesso il regno della terra. Anche l’idea di un nuovo Nomos della Terra si dischiuderà solo a loro».

tysm review
philosophy and social criticism
vol. 28, issue no. 30 november 2015
issn: 2037-0857
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