philosophy and social criticism

Dal duro al dolce. Michel Serres

di Mario Porro

Quando nelle Lezioni americane Italo Calvino indicava in Ermes-Mercurio il patrono di una letteratura a cui affidare la ricerca delle mediazioni «fra le forze della natura e le forme della cultura, tra tutti gli oggetti del mondo e tra tutti i soggetti pensanti» di certo aveva presenti gli scritti di Michel Serres, che aveva personalmente conosciuto a Parigi. Ad Ermes, dio degli incroci e messaggero degli dei, Serres aveva dedicato negli anni ’60 il suo nomadismo strutturale, ponendo a tema il passaggio dall’antico dominio della produzione, l’età di Prometeo, all’universo della comunicazione che già si annunciava nel pensiero di Leibniz. Si trattava, per Serres, anche di realizzare la promessa delusa di Husserl, «tornare alle cose stesse», sfuggendo alla logica del conflitto e dell’esclusione che ha caratterizzato il pensiero dell’Occidente. La scienza stessa si è edificata contro la natura che si offre ai sensi, nell’universo purificato del laboratorio; ha finito così non solo per «perdere il mondo» ma anche, accogliendo il principio per cui conoscere è cacciare, ha rischiato di distruggerlo. La nostra scienza, «figlia di Hiroshima», è abitata dall’istinto di morte, un’ombra accompagna i passi della conoscenza fin da quando Talete misurò l’altezza di una piramide, di una tomba appunto, fondando la geometria. Non solo i saperi, ma anche le società si sono edificate sul gesto mortifero della conquista e della appropriazione, ribadisce il Serres del recente Il mal sano (trad. di Schiano di Pepe, il melangolo, Genova 2009) il cui titolo originale, Le mal propre, gioca sull’ambiguità dell’aggettivo propre che ha il doppio significato di «proprio» e di «pulito».

Un tempo, le prostitute di Alessandria usavano incidere le proprie iniziali sulla suola dei sandali per far sì che i clienti ne potessero seguire le tracce; i presidenti delle grandi marche riprodotte dai pubblicitari sui cartelloni cittadini sono degni figli di quelle prostitute. Gli animali marcano il territorio con l’urina; anche l’umanità determina ciò che dice «mio» sporcandolo con deiezioni corporali. Già Le Parasite (1980) affermava l’origine stercoraria della proprietà privata: chi sputa nel piatto comune si tiene il cibo tutto per sé escludendo gli altri. È questo per Serres il gesto da cui la stessa agricoltura ha avuto origine: la presa di possesso del campo si deve alla presenza dei cadaveri degli antenati che, come il letame, rendono fecondo il terreno.

La logica dei parassiti

Il latino locus come il greco topos indica innanzi tutto i genitali femminili, il luogo uterino da cui nasciamo, per tradursi poi nel loculo in cui giaceremo; lo sperma è un’altra secrezione corporale con cui si prende possesso e a lungo nell’immaginario (ancora in Émile Zola) il primo uomo con cui una donna ha avuto rapporti lascia il suo marchio sui figli futuri, come se chi ha sporcato per primo un luogo ne restasse per sempre proprietario esclusivo.

L’atto di appropriarsi ha dunque una base etologica, animale, il suo fondamento sta nel corpo, vivo o morto. La formula usata da Rousseau nel Discorso sull’origine della disuguaglianza fra gli uomini – «Il primo che, avendo recintato un terreno, osò dire: ‘Questo è mio’, e trovò delle persone tanto ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile» – andrebbe corretta così: è grazie agli scarti e ai rifiuti che contaminiamo i luoghi e ce ne rendiamo proprietari. L’atto di fondazione della città, riletto da Serres in Roma (Hopefulmonster, 1982) con il sostegno delle riflessioni di René Girard, in quanto origine dello spazio sacro richiede un sacrificio purificatore, quello che il cristianesimo ha inteso annullare, denunciando l’innocenza della vittima e insieme la fine della proprietà: il Dio cristiano è un Dio del non-luogo, a cui offrire asilo, la terra non contiene più le spoglie, poiché il cadavere è risorto. La condizione del cristiano non è quella di chi abita uno spazio di cui si vuole padrone, ma quella del pellegrino, di colui che, suggerisce l’etimo, viaggia attraverso i campi.

Con il passaggio dal duro (hard) dei corpi solidi al dolce (soft) dei segni, oggi l’appropriazione si realizza con le firme in fondo alle pagine, con il marchio sugli abiti, con il logo sulla merce: compriamo vestiti firmati per moltiplicare la pubblicità, ed è con questi oggetti e con gli utensili che continuiamo a inquinare l’ambiente, espandendoci secondo la logica pandemica dei parassiti. In modo analogo, a certi uomini di potere piace diffondere nello spazio la propria faccia, un tempo su monete d’oro o gettoni di metallo, oggi tramite foto o filmati. La miseria dello spettacolo mediatico-politico fa misurare, per contrasto, l’intensità della crisi di cui il terremoto economico-finanziario degli ultimi anni è soltanto una scossa di superficie. Il nostro Tempo di crisi (come dice il titolo dell’ultimo libro di Serres, Bollati Boringhieri, trad. di Gaspare Polizzi, Bollati-Boringhieri, Torino 2010) va letto nel solco delle grandi novità che l’Occidente ha conosciuto negli ultimi cinquant’anni: novità che hanno innescato una mutazione della condizione umana a cui Serres ha dato il nome di ominescenza (Hominescence, Le Pommier, 2001). Il dato più rilevante è che l’umanità ha abbandonato la terra su cui viveva da diecimila anni, nel senso che la percentuale di addetti all’agricoltura si è fatta irrisoria nei paesi «sviluppati». Tutto tende ormai a farsi politico, cioè relativo alle città, alle immense megalopoli che vanno coprendo la superficie terrestre. E insieme si è modificato profondamente anche il corpo degli uomini; un tempo la patologia coincideva con la normalità, ora è la salute a essere diventata la norma, sempre più garantita dai nostri stili di vita. Ma l’apparato tecnico-scientifico ha modificato la nostra stessa identità che, prima vincolata al luogo di nascita, si è fatta elettiva: nel tempo in cui «il connettivo sostituisce il collettivo», l’esistenza non è più esser-ci, non giace più nel qui, ma si esprime con i codici del cellulare e della posta elettronica. Siamo diventati ubiqui e il nostro prossimo abita ovunque.

Novità ulteriore: dalla seconda guerra mondiale gli uomini per la prima volta hanno costruito oggetti-mondo, la cui potenza distruttiva è virtualmente globale. In termini di thanatocrazia siamo in grado di fare «meglio» della natura, a conferma del rovesciamento dei rapporti fra noi e il mondo: credevamo un tempo che la nostra finitudine si trovasse di fronte l’infinita potenza della natura, ed ecco che invece l’infinita capacità di espansione degli umani si scontra con la finitezza del mondo. Le antiche scuole di saggezza distinguevano le cose che dipendono da noi da quelle che non ne dipendono; saggio era chi sapeva intervenire su di sé, senza l’arroganza di modificare il clima o l’ora della propria morte. Realizzato il sogno (o l’incubo) di farsi padroni della natura, ora dipendiamo da cose che a loro volta dipendono da noi: il nostro corpo non è più un dato di fattualità che ci costringe e ci vincola, si comporta come se lo avessimo fatto noi; mentre la moneta che coniamo e le merci che produciamo si comportano verso di noi come se non fossimo stati noi a produrle. Soggettivo e oggettivo, volontà libera e necessità, dato e costruito, risultano ora stranamente mescolati, come gli oggetti ibridi (batteri, clima, aids) che un discepolo di Serres, Bruno Latour, ha eletto a emblemi del nostro tempo.

La crisi attuale deriva dal fatto che le nostre culture e le nostre politiche, forgiate da intellettuali acosmisti, per i quali – cioè – il mondo non ha una realtà effettiva ma si identifica con la realtà di dio, senza mondo muoiono. Ancora più della globalizzazione dei mercati, ha contribuito allo sconvolgimento del nostro tempo la mondializzazione in senso stretto, quella che fa della vita sulla terra non più l’effetto di una serie di fenomeni locali ma un interlocutore globale. Si tratta allora – argomenta Serres – di uscire dalla politica, intesa come luogo dei legami esclusivi tra gli uomini, per promuovere una istituzione realmente mondiale, in cui sia il mondo stesso a essere rappresentato.

Sottoscrivere un giuramento

La terra va riconosciuta come soggetto di diritto in quanto agisce e reagisce globalmente al di là delle frontiere effimere che le nazioni hanno tracciato. Un diritto davvero naturale richiede una «carta dei diritti delle cose», che imponga l’abbandono della logica proprietaria e invasiva dei parassiti, in nome di quel patto di simbiosi e reciprocità che siamo chiamati a stringere con la Terra, su cui siamo gli inquilini ultimi arrivati, come già Serres proclamava nel Contratto naturale (Feltrinelli, 1990).

Toccherà agli scienziati, sostiene Serres, prendere la parola in nome della Biogea. A differenza degli uomini dell’industria, della finanza, o della vecchia politica, quanti si dedicano alle scienze della vita hanno appreso la fragilità della terra, i suoi tempi lunghi che vanno al di là anche dell’avventura umana. Le nuove scienze della vita e della terra non trattano più il reale come insieme di oggetti, tagliati (come diceva Bergson) e definiti, padroneggiabili in laboratorio; si occupano invece dei legami che fanno comunicare le cose tra loro, sono tutte somiglianti all’ecologia (o alla meteorologia), cioè a un sapere che associa, e connette l’insieme degli esseri alle condizioni fisico-chimiche del vivere in comune. Ma agli scienziati si deve chiedere di sottoscrivere un giuramento in cui si impegnano a non far servire le conoscenze alla violenza e alla dominazione, in nome di interessi militari o economici. Come già per Primo Levi, anche per Serres il giuramento di Ippocrate deve estendere il suo impegno oltre la categoria dei medici, visto che ormai ogni scienza provoca ricadute sulle condizioni di esistenza dei viventi.

Nato nella regione catara, ispirato in primo luogo dal pensiero di Simone Weil, Serres ha sempre attribuito al lavoro filosofico la responsabilità di promuovere una riforma dell’intelligenza che non faccia più del sapere una teoria basata sul sospetto e sullo scontro dialettico, ma che insegni a tracciare le vie della pace.

[da il manifesto, 5 dicembre 2010]

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ISSN:2037-0857

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