philosophy and social criticism

De André, storia di un disco

di Francesco Paolella

Alfredo Franchini e Ottavia Pojaghi Bettoni, Questi i sogni che non fanno svegliare. Storia di un impiegato, l’Opera rock di Cristiano De André, Arcana, Roma 2019

Sarebbe oggi pensabile realizzare (o anche solo far ascoltare?) un disco come Storia di un impiegato? Si tratta di un album del 1973, intriso di politica e di disperazione, che oggi suona come l’eco di un mondo incredibile, fantastico – un vero “reperto” di una società che non esiste più, se non in alcuni slogan ammuffiti.

Eppure, in quelle canzoni, De André ci ha consegnato ben altro che la disamina dello squallore della “normalità borghese” o l’indagine psicologica (e, per fortuna, senza tristi ammiccamenti) della metamorfosi di un piccolo impiegato in un bombarolo, sempre ugualmente fallito.

Si tratti del fatto che non esistono poteri buoni o della immagine per cui alcuni aspettano la pioggia per non piangere da soli, Storia di un impiegato è tuttora una miniera di citazioni, ma è bene tenersi alla larga da esse, e specialmente dalle più “facili”; invece, può essere interessante – come fanno Franchini e Pojaghi Bettoni in questo libro – seguire passo passo la genesi del disco e riflettere sui tanti spunti che le tracce ci offrono: il rapporto fra sogno e realtà (vera dominante nei lavori di De André), quello fra le generazioni (la presenza ingombrante del padre, la condanna a prenderne il posto) o, ancora, la malattia corruttrice insita in ogni forma di potere, e così via.

De André ha scelto, nel descrivere la degenerazione eversiva di questa specie di Fantozzi, uno sguardo defilato, dove nessuno è innocente né assolvibile, anche se a noi oggi non può far che impressione quanto la violenza (verbale, ma non soltanto) fosse diffusa in quegli anni: le “bombe” erano un’arma politica come un’altra, perlomeno ipotizzabile, da una parte come dall’altra della barricata. L’odio per l’ipocrisia borghese, per la vita facile facile nel mondo dei consumi, per la stupidità del lavoro a cui ognuno è condannato, quell’odio si è trasformato nell’impiegato in una squallida e penosa ansia di rivolta: troppo vecchio (eppure solo trentenne…) per essere sulle “barricate” coi sessantottini, l’impiegato si è trovato solo, bombarolo vinto e ridicolo.

Giustamente gli autori del libro collegano questo De André agli altri De André, poeta degli esclusi per eccellenza, la cui opera resta sempre un po’ (e per fortuna) inclassificabile e “controversa”, schizofrenica per certi versi, e nella quale convivono esigenze e ideali opposti (la giustizia e l’arbitrio, la realtà e l’allucinazione). Sicuramente, in Storia di un impiegatoDe André ci ha mostrato una volta di più l’idiozia (se non la malafede) dell’essere rivoluzionari, la rivoluzione non essendo poi, alla fine, che un modo per sostituire con la violenza ad un potere un altro potere peggiore.

Cita questo articolo: De André, storia di un disco, "Tysm". Published 1 Giugno 2019. Last accessed 22 Agosto 2019. https://tysm.org/de-andre-storia-di-un-disco/

 

TYSM REVIEW
PHILOSOPHY AND SOCIAL CRITICISM
ISSN: 2037-0857
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