philosophy and social criticism

Il fallimento della rivoluzione: Lev Šestov

Francesco Paolella

Lev Šestov, Che cos’è il bolscevismo?, ELS La scuola, 2017

In mezzo alle inevitabili, ma ormai non troppo giustificate, celebrazioni della rivoluzione russa, ecco qui per noi una voce per tanti versi eccentrica e che, soprattutto, ci risparmia tanta retorica e tanta mitologia ancora oggi assai diffuse sull’ottobre del 1917: la voce di un filosofo russo fra i maggiori, e di un rivoluzionario che è stato un nemico dei dispotismi rivoluzionari. Queste pagine di Lev Šestov ci riportano direttamente ai mesi, ai giorni del colpo di stato bolscevico, del caos russo e delle illusioni presto trasformatesi in arbitrio e terrore. Questa edizione di Che cos’è il bolscevismo?, che fu terminata agli inizi del 1920, è la prima completa che sia stata pubblicata, ed è stata tradotta da Valentina Parisi e da Dario Borso, che firma anche una importante introduzione sulla vita di Šestov.

Il filosofo russo rivendica qui la propria imparzialità, ma non può – e come potrebbe del resto? – parlare del bolscevismo con calma. Come Giobbe, rivendica la libertà dell’intelligenza contro la brutalità dei nuovi potenti e l’opportunismo dei nuovi “intellettuali” asserviti a questi ultimi. Šestov ha scritto queste pagine in pochi giorni, quando si trovava già all’estero e iniziava la sua vita da émigré russo in Europa. Egli vedeva davanti a sé il baratro in cui il suo paese stava cadendo. E doveva, d’altra parte, accorgersi ben presto di tutte le difficoltà che l’infatuazione di tanti intellettuali europei per la rivoluzione russa avrebbe portato a chi, come lui, voleva mantenersi lucido e continuare a denunciare la violenza imperante.

“Quanto succede in Russia è peggio della guerra” (p. 94).

Bastano queste poche parole per rendersi conto di come Šestov interpretasse la tragedia che stava avvenendo in Russia. Il potere rivoluzionario rappresentava il trionfo della forza ottusa e, allo stesso tempo, il crollo di ogni autentica speranza rivoluzionaria. La “dittatura sul proletariato” ha comportato l’inevitabile diffusione dell’odio di tutti contro tutti (altro che odio di classe!) e la fine di ogni solidarietà fra gli uomini. Ognuno ha semplicemente iniziato a pensare per sé e si è instaurato il regime della ferocia reciproca.

“Il paradiso si allontanava sempre più nei nimbi del futuro. Nel presente aumentavano la fame, il freddo, le epidemie e l’odio reciproco. Odio che non è più quello delle classi abbienti verso chi non ha. Perché l’operaio indigente odia in egual misura il ‘ricco borghese’ e il suo stesso compagno, il quale ha saputo o avuto la fortuna di procurarsi un pezzo di pane in più o un po’ di legna per la sua famiglia che ha fame e freddo” (p. 137).

La rivoluzione ha fatto ben presto spegnere ogni fede. Šestov parla del tempo rivoluzionario come di un accecamento, di una eclissi, ma non si mostra mai fiducioso in un suo veloce superamento. I russi, ormai disincantati, si erano ben presto abituati all’orrido, nuovo potere. Il bolscevismo era – con una contraddizione soltanto apparente – violento, crudelmente “materialista” e preda dell’idealismo più ingenuo. Gli ideologi di regime si erano sbarazzati ben presto della realtà e dei bisogni degli uomini, consacrandosi alla religione impossibile di un mondo nuovo. Il nuovo potere si è dedicato a fare proclami, decreti e commissioni, votandosi ad un vero e proprio culto della (propria) Parola, illudendosi di poter cambiare così il mondo ed eliminare le tragedie che segnano inevitabilmente ogni società. Šestov non parla qui tanto come filosofo, ma come uomo (certo coinvolto) che assiste alla liquidazione dell’idea stessa di libertà.

Non c’era nel bolscevismo alcunché di davvero originale: i nuovi padroni della Russia non hanno creato un nuovo modello di società. Anche in questo senso, si tratta per Šestov di un movimento politico assolutamente reazionario: ciò che contava per i bolscevichi era distruggere, ed eliminare in Russia ogni traccia dell’odiato “spirito piccolo-borghese”.

Al posto della vecchia borghesia ne è sorta ben presto un’altra. Alla vecchia, odiosa e oziosa burocrazia zarista, ne è seguita una ancora più oziosa e più parassitaria. La rivoluzione ha fatto emergere una nuova generazione di burocrati, tronfi della loro ignoranza e che pretendevano di poter asservire e usare ogni mente e ogni idea.

La censura, come Šestov ha dovuto vivere sulla propria pelle, ha conosciuto dall’ottobre del 1917 un vero salto di qualità. Con lo zar si poteva almeno restare in silenzio; con Lenin invece bisogna assentire e applaudire, se si voleva sopravvivere.

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