philosophy and social criticism

La bestia e il sovrano (estratto)

di Jacques Derrida

Il favoloso della favola non riguarda solo la sua natura linguistica, il fatto che la favola sia costituita di parole. Il favoloso riguarda anche l’atto, il gesto, l’azione, l’operazione che consiste nel produrre il racconto, nell’organizzare, nel disporre il discorso in modo da raccontare, da mettere in scena esseri viventi, da avvalorare l’interpretazione di un racconto, da «far sapere», da fare il sapere, da fare performativamente, da operare il sapere (un po’ come Agostino parlava di fare la verità, veritatem facere).

Ebbene, quindi, lo spiegamento favoloso dell’informazione, delle tele-tecnologie dell’informazione e dei media oggi non fa forse altro che ampliare l’impero della favola. Ciò che passa sui piccoli e grandi schermi della televisione, ormai da molto tempo, ma soprattutto nei cosiddetti periodi di guerra, ad esempio da qualche mese a questa parte, attesta questo divenire favoloso del discorso e dell’azione politica, cosiddetta militare o civile, cosiddetta guerresca o terrorista. Una certa effettività, una certa efficacia, compresa l’irreversibile attualità della morte, non sono escluse da questa affabulazione. Le morti e le sofferenze, che non appartengono alla favola, sono tuttavia incluse, inscritte nella partitura affabulatrice. Si potrebbero fare mille esempi. Mi limiterò a ricordarne qualcuno.

Ci si chiede quale sarebbe stata l’efficacia dell’operazione cosiddetta di «terrorismo internazionale» (avremo certamente l’occasione di tornare sull’argomento, che per il momento mi limito a citare) [ci si chiede quale sarebbe stata l’efficacia dell’operazione cosiddetta di «terrorismo internazionale»] se l’immagine degli aerei che sventravano le Twin Towers, se l’immagine che chiamerei, tra due lingue, il collapsus delle torri del World Trade Center non fosse stata, come immagine, appunto, registrata, non solo archiviata, filmata ma indefinitamente riproducibile e compulsivamente riprodotta, immediatamente, attraverso tutti gli Stati Uniti, ma anche, quasi istantaneamente, per esempio via cnn, da New York a Parigi, da Londra a Berlino, Mosca, Tokio, Islamabad, Il Cairo, addirittura Shanghai dove in quel momento mi trovavo. Questa riproducibilità tecnica fa parte integrante dell’evento stesso, sin dall’origine.

Come l’informazione (faire-savoir) e il savoir-faire dell’informazione che vi sono immediatamente in atto, messi in atto in modo organizzato dai due lati del fronte, dal presunto aggressore non meno che dalla presunta vittima che hanno un pari interesse nel far sì che questo far sapere sia il più possibile efficace, potente, riproducibile, ampiamente diffuso. In altre parole, la riproducibilità tecnica dell’archivio non è un corredamento successivo ma ne condiziona la messa in opera, l’efficacia, la portata, lo stesso senso, se ce n’è uno. Anche se la riproduzione interminabile, continua, di queste immagini di film catastrofico poteva favorire, in una sorta di dolore giubilatorio, sia l’elaborazione del lutto che lo smorzamento di un trauma che dipendeva più dall’esperienza della vulnerabilità dell’invulnerabilità, dall’angoscia davanti al seguito, davanti al rischio di colpi futuri, e che minacciano di essere ancora peggiori, ancora più terribili (altri colpi analoghi, il passaggio al nucleare, al biochimico o al batteriologico, ecc.), che dal numero dichiarato di «vittime innocenti», dalla sofferenza provocata da una terribile aggressione trasmessa.

Senza lo spiegamento e la logica degli effetti dell’immagine, di questa informazione (faire-savoir), di questa pretesa informazione, di queste «notizie», il colpo apportato sarebbe stato se non nullo almeno estremamente ridotto (ridotto al livello di una carestia o di un uragano scarsamente commentati e sofferti quando giungono da luoghi lontani dall’Europa o dall’America, o ridotto al numero di incidenti stradali nei fine settimana festivi dell’anno, o ancora dei morti di aids in Africa o agli effetti del blocco sull’Iraq, tutte catastrofi umane che sono tutto fuorché incidenti naturali e inevitabili, come può esserlo un terremoto – e un uragano e un terremoto, in quanto catastrofi cosiddette naturali e inevitabili, non producono gli stessi effetti, come sappiamo, a seconda della ricchezza e del livello di sviluppo tecnico-economico del paese colpito. Il che ci ricorda la seguente ovvietà: l’effetto e la ripercussione di questi cataclismi sono condizionati, nella loro ampiezza e nella loro risonanza, anche da una situazione politico-economica, quindi dalla potenza mediatica, perciò significante, etologica ed etica, e in questo caso l’ethos dell’etologia fa da legame tra l’organizzazione dell’habitat naturale e l’etica, dunque la responsabilità cosiddetta umana nell’ordine dell’economia, dell’ecologia, della morale, del diritto e della politica).

La realizzazione dell’immagine, come ben sappiamo, non si limita alla sua archiviazione, nel senso della registrazione che conserva, ma essa fa dell’archiviazione stessa una interpretazione attiva, selettiva, produttiva in quanto riproduttiva, produttrice del racconto che «fa sapere» quanto riproduttrice d’immagini: savoirfaire dell’informazione (faire-savoir) che vale tanto per il collapsus delle Twin Towers che per il nome, e molto meno l’immagine, del Pentagono, così come per le apparizioni (credo sia il termine migliore) di Bin Laden sugli schermi di tutto il mondo, inizialmente trasmesse da Al Jazeera. Tra gli innumerevoli indici di questa potenza di archiviazione high-tech che condiziona l’efficacia politica dell’evento piuttosto, prima di registrarlo per conservarlo, che produce, che co-produce l’evento che si ritiene debba solo ri-produrre e archiviare, penso per esempio (ci sarebbero molti altri esempi) a ciò che ho visto alla televisione quando mi trovavo a New York, una quindicina di giorni dopo l’11 settembre.

Da un lato, al di là della censura o del controllo semiforzato semi-spontaneo sulle grandi radio e televisioni (quindi al di là dell’etero- o dell’auto-censura, secondo una distinzione sempre più difficile da sostenere), nel momento in cui, poiché la logica di mercato fa parte della logica di guerra, il controllo capitalistico dell’informazione consisteva molto semplicemente, per l’amministrazione americana, nel comprare (il che era evidentemente suo diritto nella logica nel mercato globalizzato), nel comprare tutte le immagini catturate e diffuse da un satellite capace di vedere e di far vedere il territorio afgano con una precisione centimetrica, e quindi di far sapere al mondo intero ciò che accadeva al suolo, in particolare le vittime civili. i reali effetti dei bombardamenti, in quel momento, all’estremo apparentemente opposto del controllo dell’informazione (faire-savoir) attraverso l’acquisto, attraverso il savoir-faire politico del mercato, ebbene, all’estremità apparentemente opposta, sul polo dell’archiviazione e della diffusione pubblica dell’archivio, della trasparenza panottica e panuditiva, si poteva avere accesso a una straordinaria registrazione. Quale?

Ebbene, durante l’attacco alle Twin Towers e il crollo delle due torri, un semplice individuo, un anonimo, un cittadino radioamatore superequipaggiato di San Francisco, svegliato alle sei del mattino (per via della differenza di fuso orario tra le due coste) da una telefonata, collegava subito un sistema sofisticato, come si dice, che aveva messo a punto e che gli permetteva di intercettare, di captare e di registrare clandestinamente, da San Francisco, tutti i messaggi scambiati intorno alle due torri dalla polizia e dai pompieri di New York, le urla delle vittime, ecc., all’altro capo del paese.

Quest’uomo ha testimoniato davanti alle telecamere e ha messo le proprie registrazioni a disposizione delle reti televisive (le ha probabilmente vendute, ha certamente venduto il savoir-faire-savoir), il che ha fatto sì che a tutte le immagini mute, a tutte le immagini fotografiche e cinematografiche riprese pubblicamente da chissà quante cineprese e diffuse in continuazione per giorni e giorni (con l’ordine di non mostrare mai alcun corpo – in effetti la maggior parte dei corpi era scomparsa, rimanevano ormai solo «dispersi») [a tutte le immagini fotografiche e cinematografiche riprese pubblicamente da chissà quante cineprese e diffuse in continuazione per giorni egiorni] si potesse ora aggiungere un sonoro, le immagini sonore dei discorsi non pubblici, e che avrebbero potuto essere segreti tra i poliziotti, i pompieri, ecc. Si poteva così avere l’impressione, illusoria o no, di disporre dell’archivio completo, pubblico e non pubblico, della totalità dell’evento e <di> ogni informazione (faire-savoir) in una informazione esaustiva (con l’eccezione, ovviamente, della morte vissuta all’interno delle torri da coloro che sono scomparsi senza nemmeno lasciare cadaveri).

Questa scomparsa dei corpi, questa morte in generale, con o senza cadaveri, diventerà, nella indecidibilità dell’informazione (faire-savoir) che ci interessa, una struttura essenziale del trauma (newyorkese, americano, mondiale) che porta il lutto impossibile tanto del passato, dell’essere passato del colpo inflitto quanto di ciò che resta a venire, e che, di male in peggio, infiltra la virtualità della peggiore minaccia al centro di tutto ciò che si può attualmente sapere, saper fare e far sapere. Si tratta sempre di saper fare paura, di saper terrorizzare facendo sapere. E questo terrore, dai due lati del fronte, è innegabilmente effettivo, reale, concreto, anche se questa effettività concreta deborda l’attualità del presente verso un passato o un avvenire del trauma che non è mai saturo di attualità. Sebbene tutto questo sapere, questo savoir-faire, questa informazione (faire-savoir) passi per la favola, per il simulacro, per il fantasma o la virtualità, passi per l’inconsistenza irreale e favolosa dei media o del capitale (poiché dai due lati i movimenti della violenza passano indissociabilmente attraverso movimenti mediatici e capitalistici, movimenti che sono al contempo strutturalmente favolosi, irreali, virtuali, dipendenti dalla credenza, dalla fede, dal credito – non c’è capitale senza una favola accreditata –, e tuttavia terribilmente effettivi, efficaci nei loro effetti), questo savoir-faire-savoir, questo fare fatto sapere, non tocca dunque meno effettivamente, affettivamente, concretamente i corpi e le anime. Ed è là l’essenza senza essenza del terrore, del divenire terrorismo del terrore, e del terrore contro lo Stato e del terrore di Stato, che sia reale o virtuale.

[testo tratto da La bestia e il sovrano, edizione italiana a cura di Gianfranco Dalmasso, Jaca book, Milano 2009]

tysm review

vol. 24, issue no. 24

may 2015

ISSN: 2037-0857

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