philosophy and social criticism

L’autunno tedesco di Stig Dagerman

Marco Dotti

Stig Dagerman, Autunno tedesco, a cura di Fulvio Ferrari, traduzione di Massimo Ciaravolo, Lindau, Torino 2007.

Dresda, dopo i bombardamenti (1945)

Lo sguardo libero, la sua visione politica anarchica e libertaria, priva di qualsiasi formalità e una scrittura per molti versi disorientante, unita al relativo anonimato di Dagerman furono le carte che giocarono a suo favore. O, almeno, come ricordava Carl-Adam Nycop – suo ex caporedattore, oltre che notissimo corrispondente di guerra e firma storica del giornalismo scandinavo – furono le principali ragioni che indussero l’«Expressen» ad affidargli l’incarico di redigere una serie di reportage sulle rovine dell’«impero» hitleriano. «I soliti corrispondenti accreditati», osservava Nycop, erano in tutto e per tutto «dipendenti dalla collaborazione con le potenze di occupazione». Da loro non si poteva ottenere altro che la riscrittura in bella copia di qualche velina ministeriale o di ambasciata, mentre da «uno scrittore sconosciuto», giovane e insofferente come Dagerman si poteva quanto meno sperare di «ricavare materiale di tipo completamente diverso». Nonostante avesse già lavorato nella redazione di un giornale – l’«Arbetaren», dove si occupava prevalentemente di cinema e sport – Dagerman non amava i giornalisti e la loro infantile pretesa di correre appresso ai comunicati degli addetti stampa di generali e consoli. Amava lavorare dal basso, e dal basso iniziò il proprio lavoro, viaggiando in treni affollatissimi, condividendo il destino di quelli che rovistavano tra i ruderi e camminando tra le macerie di Amburgo (la sola da visitare, «se si vuole vedere non una città in rovina, ma un paesaggio di rovine, più desolato di un deserto»), cimiteri bombardati e i resti di ciò era stata la sede centrale del partito nazionalsocialista, la Braunes Haus di Monaco. «Non ho voglia di acquisire tutte le deplorevoli qualità che costituiscono un perfetto giornalista» scriveva, proprio da Monaco di Baviera, a un amico. Per questa ragione «faccio fatica a capire quelle persone che incontro negli hotel che gli alleati mettono a disposizione della stampa, persone secondo cui un piccolo sciopero della fame è più interessante della fame di molti».

La fame e il tentativo di trovare cibo – vendendo i pochi oggetti rimasti, trafficando al mercato nero, arrangiandosi in qualche maniera illecita – è uno dei temi ricorrenti nei suoi resoconti. Forse, si chiede, mentre condivide il pranzo a casa di uno scrittore tedesco e pensa alle macchine da scrivere che ha sacrificato per procurarsi da mangiare, «questo pasto acquisisce un particolare significato, perché è la penultima macchina che stiamo mangiando. Io ne mangio poca, al massimo un tasto o due». Se si possiedono libri, bisogna venderli per procurarsi zucchero o sigarette, se «si hanno più macchine da scrivere del necessario le si può scambiare con un po’ di carta». Ma, come è ovvio, c’è chi non ha neppure quelle e deve accontentarsi di vivere nelle cantine e nei bunker in disuso, e non può sperare di condividere quella che Dagerman, con ironia feroce, chiama la «torta liberale», dove «la panna finta ha lo scopo di camuffare verità troppo amare».

Anarchico e antimilitarista, Dagerman trascorse due mesi in una Germania «affollata di cronisti» che, provenienti da ogni parte del mondo, cercavano di capire come si potesse vivere fra le rovine di quello che avrebbe dovuto essere un «Reich millenario». Il 10 dicembre del ’46, terminato il suo soggiorno e il lavoro per l’«Expressen», Dagerman raccolse materiali e reportage, e pubblicò quello che resta uno dei suoi libri migliori, Autunno tedesco. Diventato, nel corso degli anni, un vero e proprio «classico» della letteratura (e non solo del giornalismo letterario) svedese, il libro di Dagerman ha conosciuto una crescente fortuna in tutta Europa, grazie soprattutto alle traduzioni francesi e tedesche. Autunno tedesco è un libro di rara intensità e il suo capitolo conclusivo, dedicato a «Letteratura e sofferenza», andrebbe fatto leggere a forza ai tanti professionisti embedded da prima serata o da terza pagina.

Il dolore, soprattutto quello degli altri, osserva Dagerman, «è qualcosa di indegno», rende stupidi o cinici. O entrambe le cose. Ma la realtà, soprattutto nella Germania del dopoguerra, è ancora più cinica e stupida degli scrittori e degli artisti che a Dagerman capita di incontrare alla fine del suo viaggio. Uomini e donne che coltivano l’arte di «scendere sempre più in basso», come succedeva a Berlino, città «morta di freddo e di fame, che mercanteggia in segreto». Eppure, anche qui si trova «gente gentile», è il caso di una insegnante polacca e di un soldato che «vivono in maniera illecita ma che, per quanto paradossale possa sembrare, sono punti luminosi in una grande oscurità, perché hanno il grande coraggio di scendere in basso a occhi aperti». Il freddo dell’autunno tedesco sembra a Dagerman ancora più freddo, dal momento che, durante il suo breve viaggio, gli è capitato di incontrare tante forme e tanti generi di rovine. Fra queste, alcuni uomini che non esita a definire «le rovine più belle della Germania». Antifascisti da sempre, costretti alla resa come tutti e, come tutti, abituati al disincanto davanti a un processo di «denazificazione» che già allora appariva sempre più simile a una farsa. Purtroppo, aggiunge Dagerman, queste rovine umane sono «altrettanto inabitabili quanto i cumuli di case crollate tra Hasselbrook e Landwher».

Anche in Germania, osserva lo scrittore, esiste un «certo numeri di sinceri antifascisti che sono più delusi, più disorientati e più sconfitti di quanto non lo siano i simpatizzanti nazisti». Sono delusi dalla «indulgenza», mostrata dai vincitori, nei confronti dei quadri intermedi delle vecchie gerarchie naziste. Antifascisti che, conclude il reporter svedese, si sono condannati a una assoluta passività, in un contesto in cui «essere attivi» significa entrare in una zona grigia della democrazia e «collaborare con quegli ambigui elementi che hanno imparato a odiare nel corso di dodici anni di oppressione». Rovine che nell’animo di Dagerman – morto suicida il 3 novembre del 1954 – lasceranno l’«odore acre e amaro di incendi estinti nell’umido crepuscolo autunnale».


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ISSN:2037-0857